Le stanze del vento di Elina Miticocchio, note di lettura di Luigi Paraboschi

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Le stanze del vento di Elina Miticocchio, SECOP Edizioni, 2016, note di lettura di Luigi Paraboschi.

    

      

Devo ammettere che quando ho avuto tra le mani questo volume per recensirlo ho quasi provato la tendenza di accantonarlo dopo una prima veloce occhiata, dicendo tra me e me “c’è troppa semplicità “.

Ma  la mia caparbietà di lettore appassionato alla poesia non mi ha fatto desistere dall’impegno e dal desiderio che ho sempre di catturare un po’ dell’anima dei poeti che leggo, e l’attenzione si è fatta così sempre più attenta, mi sono progressivamente riconciliato con la mia disinvoltura di giudizio, e lentamente ho cercato di entrare nell’animo dell’autrice.

Giunto alla fine del mio terzo passaggio avrei quasi applaudito di fronte ad un scrittura che mi ha fatto tornare in mente questo passo del Vangelo di Matteo ove al capitolo 18 egli scriveva  “se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli “, e parafrasando questi versetti oso dire “ se non diventerete come bambini non entrerete nel regno poetico di Elina Miticocchio”.

Abituati come siamo tutti noi che scriviamo e leggiamo poesie ad un linguaggio fatto di ripiegamenti introspettivi, di solitudini esistenziali, di problemi legati al contingente, di versi talvolta impregnati di impegno civile (falso o vero,  non sempre è chiaro), il trovarsi di fronte ad una persona che ha una capacità di andare con la memoria anche dentro i più piccoli angoli della propria infanzia e adolescenza, ad una donna capace di rievocare un mondo fiabesco, di sogno, struggente ma al tempo stesso tenerissimo, ci riconcilia con i nostri giorni troppo angosciati e con tanti altri versi di difficile comprensione.

Il libro “Le stanze del vento“ si può definire un viaggio a ritroso che l’autrice compie attraverso  gli anni, incamminandosi quasi su un lungo percorso psicoanalitico che rivanga sogni, contatti, persone, desideri lontani nel tempo  che hanno segnato per sempre il  suo carattere e la  sua sensibilità.

Osserviamo cosa scrive in questa poesia intitolata “Sogno di bambina”:

Mi perdo nel bosco /Bosco di leccalecca /Faccio un sogno /Lungo come uno sbadiglio /Cerco un paio d’ali /Cerchio la mia gioia /Che piccola mi salta in petto /La mamma mi dice che in testa /Ho solo mosche /Io penso che è solo una storia /Ed io delle storie non ho paura

Immaginiamo questa mamma di fronte ad una bambina sognante un “bosco di lecca lecca” che cerca “un paio d’ali“, e comprendiamo lo stupore che la porta a dire “hai solo mosche in testa, figlia mia“ ma leggiamo anche questa frase con tutta la bonarietà  che  vi è racchiusa e, se cerchiamo di entrare nella reazione, piena di indulgenza, di un genitore  cominceremo a capire meglio il rapporto estremamente forte che lega la bambina alla madre, come troviamo più avanti:

Tra le foglie e i rami alti /Cerco la curva del respiro /E quella prima parola /Amore /Che mi fu dato /Tra i battiti di ciglia di mia madre.

Una madre determinante nella formazione, che ha basato la crescita della figlia solo sull’amore, come è ben detto in questa citazione di F. Mauriac, che l’autrice riporta in esergo ad uno delle sezioni, del suo lavoro “le ragioni dell’acqua“:

“Siamo, tutti quanti, plasmati e riplasmati dalle persone che ci hanno amato e, anche se tale amore può svanire, restiamo nondimeno opera loro – un’opera che molto probabilmente esse neppure riconoscono, e che mai ne riflette esattamente le intenzioni.“

Le figure dell’infanzia sono scolpite nella memoria della scrittrice, non la lasciano, le sono compagne di viaggio, le riappaiono spesso nei sogni, le suscitano quasi il bisogno  di afferrarle, come in questa: 

ti ho vista seduta accanto al mio letto/ferma nel gesto quasi in preghiera/volevo trattenerti come se fossi/una riga di scrittura/l’impronta che lasciavi sul foglio/quando mi insegnavi a leggere/nelle balze di una storia di cartone/animata/mi sono girata sul fianco/volevo aprire l’uscio della visione/ti ho persa nella sillaba di un saluto

E’ una figura dolcissima quella della madre, che riappare come un’ombra buona e le accende la speranza:

E l’ombra avanza liquida tra oggetti/che non fanno rumore/eppure/basta il tuo respiro/ad accendere in me il tuo lume

tuttavia i ricordi diventano concretezza, ripetitività di gesti consueti eppure intensi di significato, atti che possiamo toccare nella loro quotidianità solare:

mia madre aveva un gesto semplice/sollevava i panni asciugati al cielo/per richiuderli stropicciati/- nel palmo sentiva le mani del sole

Sembra di assistere al movimento di quella madre che stende i panni ad asciugare, c’è freschezza nel gesto di accartocciarli nel palmo delle mani per annusare il loro profumo di pulito,  è un quadro di De Vlaminck. pittore fiammingo.

Ma non solo la madre è stata importante per lei, anche la nonna, abilissima nei lavori di cucito che vediamo sbucare da queste parole:

Sei là tra terre d’ombra. Questa notte sei tornata in / sogno, tu, erba-sentiero. /Hai varcato la soglia portando una gerla piena di pane /e un ampio sorriso. /È stato un attimo. È accaduto come avviene, di tanto in  tanto, mentre dormo o tento di dormire. /Spunta allora un tuo oggetto, una scatola piccola di /bottoni oppure una matassina di madreperla cucita a doppio filo. Filo-fiore di velluto o glicine.

La  poesia di questa autrice è un cammino che parte da lontano e che ci conduce passo passo ad assistere alla crescita di una persona nel suo diventare adulta e che conserva immutati i sogni ed i colori di un tempo quando

 mi camminava /il mare dentro la bocca di bambina

 e la mattina

è una mattina di zucchero filato / poi di corsa giù dal letto/ a piedi nudi voglio fare pennellate

Ancora leggiamo questi :

…Cerco un sogno /Dentro un vuoto calamaio d’inchiostro

o questi altri:

 …La mia memoria ha i colori del legno e vola come ape /bambina. A volte cerca riparo tra i battiti del cuore. /Poi si addormenta al suono di un sogno.

Io trovo che questo narrare possegga una forza esplosiva nel linguaggio  proprio per la sua semplicità di costruzione, per questo raccontarsi, disvelarsi al lettore con cuore intatto perché protetto dalla consapevolezza di

stare nella pancia del lupo /sicura che non mi mangerà /

 e questa  forza sta nel sapere che

non devo leggere/solo ritrovare il mio essere ramo /

Essere ramo significa essere parte di una costruzione ben più solida, come una pianta, in questa caso, la famiglia.

Accostarsi ai versi della Miticocchio è come entrare in una galleria  di quadri di Chagall nei quali appaiono suonatori di violino sopra i tetti, angeli che volano attorno alle persone, animali che sorridono, tutto un mondo fiabesco che in poesia non ha ascendenze culturali, forse solo in prosa si può riscontrare qualcosa nel Calvino del “ barone rampante“.

E’ poesia del cuore inteso nel senso più buono, meno convenzionale del termine, poesia di colori, di luci, che fanno  pensare al Matisse nel suo periodo “fauve“ come qui:

Il silenzio di questa mattina ha i colori/Della tenerezza ritrovata/I sogni hanno lasciato una luce diffusa in me/Invano ho tentato di ricordarli/Mi accingo a scrivere eppure il paesaggio/Che ho davanti agli occhi/Esige sguardi/Chiama./Qualche nuvola ovatta i confini del verde/Che si confonde col blu del mare/La speranza ricuce ferite/E il silenzio dolce di suoni/Appaga l’anima

Se ci fermiamo a contemplare la descrizione di questo quadro fatto di parole riscontriamo : la mattinata ha colori, c’è luce nel paesaggio, ci sono nuvole lontane sopra una collina verde, e il blu del mare, non possiamo non ripensare allo splendore di certi paesaggi impressionisti, e in questi versi ci sentiamo immersi come dentro un quadro di quel periodo.

Leggiamo anche questa:

Noi in sogno siamo passati come un fiume/oltre il giardino delle voci familiari/nel tempo del fiore aperto/La mezza luce di un ricordo/il colore dell’erba seminata/ha corso i nostri fogli/nella cucitura di istanti/nel viaggio gioioso che scorge/dietro la porta appena aperta/un guinzaglio di stoffe/una grammatica di voci/nel transito di universo/bianco assolato dipinge /e ci nasce

Qui siamo in piena visionarietà, c’è una leggerezza fatta di tagli, di cuciture, di qualcosa intravisto oltre una porta socchiusa, di stoffe abbandonate sopra i braccioli di un divano, è pura pittura astratta, come quella di Kandinskij quando iniziò a dipingere la serie di quadri astrali senza titolo ma indicati solo da un numero.

Ci sono due versi  in una poesia dedicata alla pace che mi hanno fatto indagare dove si collochi la poetessa nella sua quotidianità, e sono questi:

incapace di risveglio, mi rigiro/asola cucita a questo tempo/mentre i fiori lievi, caduti/ancora sollevano il capo./

Ella si vede “incapace di risveglio“ e leggo questa affermazione come una dichiarazione di impotenza di fronte alla realtà, impotenza aggravata e sottolineata dal sentirsi  “asola cucita“, e quindi inutile allo scopo per cui è stata creata, ed è costretta quindi ad ammettere la sua incapacità di individuo  a fare qualcosa per cambiare il mondo.

Una poesia fatta di ricordi importanti, nella quale, tra le righe, traspare per brevi immagini una visione fugace di incontri sentimentali forse un poco deludenti, come in questi versi che suonano di sconfitta personale:

Verso le montagne l’azzurro/virava nella mia la tua mano di compagno/e sulle ginocchia tenevo il capo./Poi scese il sole a franare intorno/nel buio pesto i soliloqui disperati/se mai vero fu che mi chiamasti amore/come favola bieca nell’intonazione/e curva sulla bella Biancaneve/di maledizione della fata madrina/al letargo gli sfasci perduti/e che sia culla il torbido indistinto mare//

e invece questi che seguono appaiono come un canto di gratitudine per quanto ricevuto che non la lascia spazio a rimpianti per una maternità mai avvenuta:

Sono nata sull’acqua/protetta, odorosa di fiori innocenti/quasi dipinta nel semicerchio di un arcobaleno/la mia prima stanza è stata mia madre/la sua paura che non vedessi la luce/avevo sete di terra e di foglie/- non ho avuto figlie/trasparenze che ho acceso/come passaggi lunari/ora cammino e invento/piccole lanterne e preghiere/per rischiarare il buio della casa.

Una poetica di affetti intensi, di tenerezze che inducono a domandarsi quale potrà essere la sorte di quei bambini  (e sono tanti, di questi tempi) defraudati delle “stanze materne“ accoglienti come quelle ricevute dalla nostra autrice, la quale ha saputo colmare, raccontando la sua infanzia con riservatezza e discrezione, gli inevitabili vuoti che si formano sempre nelle coscienze delle persone quando avviene il distacco materno.

copertina Le stanze del vento
in apertura Maruyama Ōkyo, “Aironi bianchi”, 1769, MET Museum New York

One thought on “Le stanze del vento di Elina Miticocchio, note di lettura di Luigi Paraboschi”

  1. Una nota attenta, curata, colorata e ricca di profondità. Un dono importante di cui ringrazio vivamente l’autore Luigi Paraboschi unitamente a Versante Ripido.
    Elina Miticocchio

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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