Pie cantate, racconto di Maria Lenti

Lottatori, opera di Leonardo Lucchi

PIE CANTATE

racconto di Maria Lenti

                

Frequente il mio essere giù dall’inizio di questo decennio: marito in cassa integrazione della fabbrica di mobili ex propagandata a gonfie vele; io, dipendente comunale, in bilico, la spending review declamata del governo, tra pre-pensionamento Fornero o trasferimento di sede a cinquanta chilometri; figli, laurea e master, morale a terra, che non trovano lavoro nemmeno a inventarlo o a cercarlo col lumicino della pazienza.
Voglio essere cullata? rinfrancarmi? ripescare l’umore dai piedi in cui è precipitato?
Mi concedo un’ora o un pomeriggio di relax.
Né lettura, né cinema, né concessioni alla gola (pizza al taglio o gelato), né resort, né pilates, né jogging o aerobica, né yoga, né il tè con pasticcini delle cinque al “Bar Centrale”, né burraco con le amiche, né solitari con le napoletane. Nemmeno shopping.
Vado nella Casa-albergo per anziani non autonomi. Vado a sperdermi nei novanta anni di zia Metilda, cugina della fu nonna paterna.
Metilda, proprio così, non Matilde o Matilda o Matelda.
A chi debba il nome non sa e non so. Mi piace pensare che l’impiegato dell’anagrafe, fresca la testa nella sua mattina, abbia, tra un pennino nell’inchiostro e l’altro, invertito le vocali o che un tipografo, componendo uno dei grandi calendari esposti nelle cucine e nelle stalle dei contadini di un secolo fa, abbia messo la e al posto della a. I nomi, si sa, un tempo dal lunario: lei, infatti, è nata il 14 marzo. In coda alla bella fiaba della sua venuta al mondo con la levatrice, ripete spesso che è nata nella casa colonica in un podere dei Conti Albani, i Torlonia della campagna tra Urbino e Pesaro. («En so minga Torlóni», esclama la zia lamentandosi della sua pensione e della retta mensile nella Casa. Sì. In effetti non è mica Torlonia.)
Le sue favole calano dalla sua infanzia e gioventù. Colorate come le infiorate per le processioni del Corpus Domini, quelle – elenca – con i fiori di lupino, di ginestra, i papaveri, i fiordalisi, i sonori medaglioni del papa e le vitalbe ormai sboffate, i petali di rose rosse, rosa, bianche. Dove ancora resiste questa usanza delle infiorate, aggiunge, i fiorai lavorano molto. Dai campi, invece, solo pochi cestini, nella piazza delle erbe, la mattina presto. Lei, ne compra uno, in ricordo, anche se alla processione non ci va più perché le gambe «purtroppo non danno retta».
Oggi la zia mi chiede dei miei. Poi, chissà quale sia il collegamento nella sua mente, d’improvviso entra nella preghiera che, piccola nel letto a buio già sceso, la mamma o la sorella maggiore le facevano dire prima di spegnere la candela (o la lampada ad acetilene o a carburo se non serviva in un’altra stanza).
«O Signor, io vado a letto / di svegliarmi io non so. / Se il Signor non mi svegliasse, / l’anima mia io ti lascio, / viva o morta come che sia / io vi lascio l’anima mia. / Prima di dormir io vi domando / quattro benedizioni, / la vostra doglia e la vostra passione. / Questa notte si oscura, / il corpo dorme e l’anima è sicura.»
Sicura che fossero queste, le parole? … morte, anima, doglia, passione, oscurità: non aveva paura?, le chiedo. No, no. S’addormentava subito.
«Zia, di nuovo, la voglio imparare». La cantilena mi accarezza i timpani, benché mi sembri che, nel ritmo e nella logica, ci sia un dente, che vi siano pronomi in libertà. O, forse, sono proprio questi scalini a intensificare il piacere nel mio corpo.

Due giorni fa zia Metilda ha cantato, ben intonata pur nel filo di voce d’età, l’inno che era il coro alto della processione del venerdì santo con la statua del Cristo Morto In Croce. Ha accentuato le iniziali C M I C. E ha descritto il Cristo nei minimi particolari, fermandosi sul sangue delle mani, del costato e dei piedi del nostre Signorin.
Il ritornello, ha insistito e ripetuto, il ritornello era importante: «Sono stato io l’ingrato, Gesù mio perdon pietà».
Spesso si sofferma sulle preghiere imparate da bambina. Lei, che ha smesso di andare in chiesa subito dopo la guerra quando è emigrata in Francia con il marito, ha ripreso l’abitudine nella prima vecchiaia, recuperando a pieno (tra le labbra) il suo latino: da requiesca in pace, a Dominedomine, da santeficetu nome tuo, a sede sapienzia, mescolando i morti con i vivi, il Pater Noster con le litanie.
Non le piacciono le preghiere di oggi. Qualche volta mi chiede di rinfrescarle la memoria. Apro il librino di preghiere scovato negli scaffali della libreria di famiglia: copertina nera, pagine gialline, come la zia lo ricorda.
I canti, se ho tempo, li rintraccio in internet e da qui li stampo. Ma li vorrei tutti insieme per impararli da lei. Così ho passato un pomeriggio intero, la settimana scorsa, nel remainder “Libreria dell’impossibile”: nessun manualetto di inni religiosi. Il proprietario, vedendomi presa dalla ricerca e supponendo una mia fede intensa (il che non è), mi ha promesso che ne cercherà. Non mi dispiacerebbe cantare, invocazione al cambiamento del mio presente, qualche strofa insieme alla zia Metilda.

1986

(da Certe piccole lune, Fara 2017)

Lottatori, opera di Leonardo Lucchi
Lottatori, opera di Leonardo Lucchi

One thought on “Pie cantate, racconto di Maria Lenti”

  1. Ritrovo in questo breve racconto di Maria alcune sue peculiari caratteristiche che lei ha sviluppato sia nelle sue opere narrative che nelle poesie: la quotidianità, la precisione nella descrizione dei particolari, il raccordo tra il passato e il presente, la cultura popolare, l’amore per le filastrocche, lo sguardo perplesso sul presente. La zia Metilda è un ‘topos’ del vecchio parente che ha un’eredità da lasciare e questo patrimonio non è materiale: ciò che si nasconde nel materasso di una lungodegenza non sono fasci di banconote, ma una memoria ancestrale di riti e formule. I ricordi spesso si confondono a quell’età e ciò che viene trasmesso assume un aspetto onirico e surreale ancora più affascinante: Gli errori di traduzione lasciano nell’erede uno spazio libero di ricostruzione creativa. E così la catena della memoria invece di irrigidirsi, resta sciolta e il telefono senza fili dà risultati imprevisti e fertili. L’ozio da dedicare all’ascolto degli anziani, non deve essere interpretato come un dovere, ma come il piacere dell’ascolto di testimonianze ormai rare, nel solco di una cultura orale che purtroppo si sta perdendo. Ma ora la zia Metilda ha lasciato un po’ della sua stramba formazione anche sulla pagina e noi l’abbiamo condivisa.

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