Il racconto del mese: “Ratatouille” di Maria Lenti

RATATOUILLE

racconto di Maria Lenti

              

1986

Gran cuoca, no. La mia specialità, un’insalata mista, ha rimediato un commento dolce-agro da Lina, ospite ogni po’ con Carlo, Nella e Paolo: «…originale. Una meraviglia. Sostanziosa, sana,…artistica, … Divina, per la pelle». La cena successiva, un nome: Toujours la même. Parchi entusiasmi per la qualità di tovaglie, di piatti, bicchieri e posate, per il vino, per la fruttiera – una ceramica da natura vivente -, ricca e varia.
L’ironia viene e va. Sono più raffinati i loro cibi, più prelibati forse gli intingoli? Gli uomini, addirittura, ricorrono alla rosticceria per pietanza e contorni. Sballi ne ha soltanto Carlo: reduce da un matrimonio-disastro, ha dovuto imparare a contare soldi ed evitare sprechi, a maneggiare pentole e sughi, lavatrice, a sproloquiare, per il letto sfatto, a conciliare hobbies e faccende.
Lontane le “comuni”, ora tutti single, orgogliosi. «Nel tratto e nell’aspetto» tiene a dire risoluto Paolo: non ha spillato su di sé cartelli, come quello a Bodoni cubitali, marroni su fondo giallo, che ci ammonisce – un posto per ogni cosa – dalla pensilina dell’attaccapanni del suo bilocale, ma non ne è lontano.
Bandiera single ammainata di domenica o di sabato: si corre tutti, nel volto l’aria di sufficienza, su tortellini o lasagne materne.
Azzardi, tuttavia, ne tento. Né difetto di un po’ di estro nei pranzi con colleghi di scuola. Sfoglio Venere in cucina, uno sfizioso libro di ricette – un regalo da Venezia di Nella e il suo cinefilo lì, nel 1980, per il festival del cinema – o ricorro a Sandra, la giovane vicina di corridoio, che, nel caso, resta a pranzo con noi.
Do la preferenza a uomini e donne che sappiano, a tavola, scappare dai nostri studenti, dalle nuvole e la pioggia, dal traffico con annessi e connessi, e che preferiscano rinviare frontismi e incursioni politiche e sociologiche al caffè, al momento cioè di riavviarci verso la noia burocratica, quando le tre che scoccano impediscono proseguimenti. Colleghi come Sanzio Sebastiani, il pensatore-matematico, sfigato con le donne; come Mirella Andreatini, dalla dieta più paradossale che credibile; come i gemelli, Livia e Livio Serandrei, simpatici rimasugli dei lontani collettivi politici di facoltà. O come il bello dei belli – che sa di esserlo ma finge di non saperlo e allora mi incanta -, Fabrizio Genovesi.
Accettano sempre. Evidentemente me la cavo bene in questi intermezzi scolastici, soggetti a turn over per un senso di ingiustizia che mi assalirebbe se scavalcassi il cardine, imbozzolato in me e poggiato su testi storico-filosofici, di parti uguali tra uguali. Con l’eccezione di Fabrizio a cui riservo un posto quasi fisso, anticipando Paola che lo vorrebbe, nella sua famigliola oltre la siepe di pitosfori, tutti i dì, a pranzo e a cena. («Credimi, niente secondi fini», sussurra sua sponte. Io non demordo).

Ma io amo, molto, in casa mia pranzare e cenare da sola, snocciolando elucubrazioni o, su di giri per chissà quali motivi o per nessun motivo, non pensando proprio a niente.
Televisore spento, il sottofondo è la radio. L’accendo, al primo caffè, per le notizie; poi vado sulla musica, classica e sinfonica in prevalenza, non disdegnando nemmeno la leggera. (Canto anch’io – se so le parole delle canzoni – durante le pulizie. Non era di Sant’Agostino, anzi di Agostino d’Ippona, l’invito a cantare per sostenere lo sforzo? Lo voglio rintracciare, il brano. “Canta e cammina” l’incipit. Proseguiva fino a riprendere l’esortazione proiettata su un preciso scopo: “…non per cullare l’inerzia, ma per sostenere lo sforzo…”. Una massima per le condomine (due studentesse ventenni) che ridono della mia persistente e perseverante “flessione” popolare, persino nella musica che loro ignorano e che io confermo a suon di note ben intonate.
Apparecchio il lato più lungo del tavolo di cucina, con diletto e cura. Ma, piluccando e spizzicando, mi siedo che già ho quasi finito di mangiare. Superfluo il vino, insignificante la sigaretta post prandium… Vivo momenti molto miei, tutti miei, e la solitudine è sinonimo di felicità.
O di un suo surrogato, l’illusione.

È raro che arrivino persone inattese a pranzo o a cena, ma non è inconsueto abitando io a Urbino, città aperta ai quattro venti: dura ancora per noi, pur nel tempo ormai accorciato, l’atmosfera degli anni d’università. Irremovibile, però, nella difesa di spazi solo miei: un cono, attimi per me. Uniti, sì, ma avvisando.
Poi, che cosa troverebbe un commensale inaspettato? Poco poco formaggio, yogurt, grissini, crackers, fette biscottate integrali, latte, pane, miele e marmellata, frutta secca, patate, cipolla, uova, pasta, caffè, zucchero, tè. Preferisco, infatti, fare la spesa tornando da scuola o uscendo nel pomeriggio, per due parole – solitarietà da diradare – con il macellaio, il fruttivendolo. Soprattutto mi piacciono i cibi freschi di negozio, il sabato freschi di mercato. (Di più: freschi della piazzetta delle erbe, nei cesti sui motocarri dalle campagne attorno alla città.)
Le verdure, ad esempio, per una minestra abbondante, da riscaldare la sera o l’indomani. Secondo stagione, pezzetti di bietole e sedano, carote e cipolla, spinaci e patate, zucchine, fagiolini, pomodori “pendolini”, cime di rape, barbabietola, borlotti in scatola (d’estate i novelli), cavolfiori, cavolo cappuccio, su un soffritto di pochi minuti: acqua quanto basta, un quarto d’ora al massimo di cottura, sale ed extravergine d’oliva, entrambi con moderazione, nella bollitura finale. Giri di cucchiaio nel piatto per attenuare il bollore, un velo sottile sottile di parmigiano grattugiato e …me la gusto, adagio, questa minestra che mio nipote Luca, nove anni, non vuole nemmeno sentir nominare: per lui è la prova inconfutabile della mia nullità in cucina e ad essa imputa la responsabilità del non avere, io, né un marito né un figlio.
Eppure in questo facile miscuglio, dai colori vivi, cotti e ben mescidati, di minuscoli poliedri irregolari, trovo ogni volta – e sì che non è di ieri -, un piacere tenue, che non oso, in verità, rivelare e che amo sia e resti un mio segreto. In fondo, dice una delle canzoni di dischi e nastri – salvati dalle divisioni familiari -, “la vita è fatta di piccole cose / piccole gioie che il cuore ti dà”. Sempre che ci si creda e che ci si accontenti. Io non ci credo troppo né mi accontento, ma canto la canzone, dall’inizio alla fine.
Il tutto, lo so, è puerile. Insensato.
Può indurre a sorriseti, a risate di compatimento, a compassione a volte. A sarcasmo. «Amichevole!» sostiene Patrizia, del gruppo nostro ma con orari tutti suoi. Associata a lingue, gironzola con apparente noncuranza su alcuni miei modi di vivere: stratagemmi messi in piedi – a parere suo, non mio – per dissimulare sconfitte e dilemmi, screpolature. Quello della minestra di verdure lo ha scoperto un pomeriggio della scorsa settimana:
«Ti piace tagliuzzare, eh? L’aggressività spostata…» Tono più assertivo che interrogante, vedendomi all’opera senza accanimento ma con zelo, più affettuoso che maligno: una modalità che ci accomuna nei reciproci battibecchi.
«Ma no. Sempre l’iposcopio, tu… Vitamine, sali minerali…», ho replicato infastidita dal cavillo psicologico.
«Allora un miscuglio, un cibreo!»
«Smettila e siediti se vuoi. Ti va una tisana o un carcadè?»

Piena di casini reali conditi dalle sue paranoie, Patrizia blocca le mie liste di cibi genuini, si inalbera sulle mie felicità minuscole pur essendo in sintonia nella sostanza, rinfacciandomi e rinfacciandosi i nostri (e degli amici) lunghi scontri sui massimi sistemi esistenzialistici e ideologici di ieri; riscioglie opinioni che si incaponisce a voler confrontare e sezionare, benché, afferma perentoria, si sia in riflusso…
Le sue risate smorzano i fuochi. Io sono più piccosa. Mi arriccio su ragioni che reputo ineccepibili, ma mi inoltro nel suo dire per ravvisarvi motivazioni da sostenere, o tronco di netto senza patemi… (Star lì a sudare un approdo comune che non c’è né può esserci in certe posizioni e… Procedere nella discussione e dover trovare, di necessità, argomenti ed esempi… Infuriarsi. Togliere la parola. Ridarla. Riprenderla. Una fatica.) Ma lei ritiene – a torto – che io, astuta, predisponga pedine per una mossa «abile, enormemente abile»: dico la mia ma non assedio le persone con le salde convinzioni, con certe durezze non recise dal ramo della società e incise, pingui e sottili, nella mia formazione.
Se si è, invece, su “effetti” personali, Patrizia propina pillole di saggezza, che ingoia per sé ma non con me, la sua «amica impagabile, benché poco indulgente», canale di versamento di suoi sfoghi a gimkana, e si mette al palo da sola e stoppa gli sfoghi dei malcapitati: che possono farci gli altri se non stenderci sopra le loro idiosincrasie, le ipocondrie, una per una o tutte quante assieme?
Cibreo… Patrizia stava rompendo le sue dighe: le parole letterarie o libresche – mistero sul perché le accada questo – sono in lei l’anticamera di racconti di soprusi, di storture in istituto. Bisogna interromperla, altrimenti è una filza di minuzie esagerate, intollerabili perché estranee al suo sentire. E al mio.
L’ho fissata, gelida. Ha virato sulla gatta e sui mici già di due mesi: avevo trovato una collocazione per loro? Poi ha preso un coltello e mi ha aiutato.

Una neve ventata, inaspettata, porta Patrizia a suonare al citofono giusto all’ora di pranzo, oggi giovedì. Abitando a una decina di chilometri da qui, non di rado è mia ospite. Vale anche per lei la regola del preavviso. Non è tassativa, ma vale. Per lo più la rispetta. Se non telefona, scodella subito, all’entrata, – previdente, provvida, abituata a piatti caserecci – ortaggi coltivati dal padre, da ripassare in padella, e una teglia di millefoglie – uova di gallina che si fanno le unghie nella terra – o di tagliatelle, spianate al lasagnolo dalla madre.
«Tout à coup, oggi», soffio aprendo il portone.
Patrizia non è sola: con lei Marcello, il suo compagno, e Jean Claude Laurin, che ho conosciuto – scontrandomici (ah, i francesi!), restando lui sulle sue e io sulle mie – ad un seminario in ateneo, senza nulla dire alla mia amica e sua collega. Tutti e tre sorridenti.
Le parole di Luca crepitano nel mio cervello. Sul tavolo la mia minestra, pronta (ci sono già i dadini di pane abbrustoliti e la spolverata di formaggio) per essere centellinata in silenzio dopo le ore parlate con i ragazzi fino alle dodici e trenta. Patrizia, Marcello e quel Jean Claude, a pranzo, da me, con quella minestra?
Il saluto non è dei più cordiali. Non ho parole, ma non ho il coraggio o la faccia di rinviarli nella distesa bianca alle loro spalle.
Servono nervi saldi. …pasta con olio e formaggio, o aglio e peperoncino se c’è, uova strapazzate, lattuga, il vino e il pane sì…, arance e mandarini non sono contati, mele, noci, grissini… la mia bistecca già sul gas… c’è spiccato fresco dalla forma, di ritorno da scuola, un “gheriglio” di reggiano di due etti…
Entriamo in cucina. Fumante, nella pentola al centro del tavolo, la minestra con il mestolo lì accanto. Il mio piatto l’attende, fondo e languoroso. Sul languore del mio stomaco si è steso un più di struggimento. Sto per proporre il pranzo congetturato quando Patrizia esclama:
«Ah, la ratatouille! Perfetto. Mi aspettavi? Ci aspettavi? Marcello, Jean Claude, la ratatouille!» Quella minestra, non era un cibreo, cioè una schifezza? Patrizia dei miracoli. Io, circospetta, ma come se in tavola ci fosse una leccornia, ripeto:
«Ratatouille!» Che coincidenze – mi illumino tutta in silenzio – ratatuia (o rotatuia), in dialetto urbinate, è “trambusto, disordine”: i bambini di mio fratello, Luca compreso, fanno una ratatuia… Coincidenza, sì. Rifletto…dialetto gallo-celtico il mio: “secco” non si dice sec? “zucchero” non è sucre, pur con la u italiana, “albero”, albre o arbre? E “vino” non è vin, benché si pronunci come è scritto? “cuore” non è còr (o anche cór) e “consolare” non è consolè? “mano” non è mèn e “pane” pèn, oltre le mura e sulla costa? Pied non è il “piede”, a parte quella d finale, pronunciata o muta, come la t di salut, di dent, di sort, di mort?…
Il mio vagare tra le parole, giunto su un termine cruciale, è interrotto da Marcello, che chiede piatti e posate da mettere in tavola per loro, e da Jean Claude, che, incaricato prima di appendere i cappotti e poi di scegliere il vino, tranquillo e a suo agio con il cavatappi sulla bottiglia, di fronte al mio posto, garantisce:
«Oui, sì, ratatouille.»
«Ratatouille», faccio eco un po’ inasprita, perché è “ratatuia” che spadroneggia, dall’invasione dei tre, nel mio cervello. Dilato i polmoni, lievemente sostenuta e – direbbe Patrizia – precisina parola dopo parola per inguainare l’imbarazzo, e mi avventuro:
«Ratatuia nel mio dialetto…»
L’angolo degli occhi della mia amica, impegnata a versare nelle scodelle la minestra, gela quel che lei presume sia l’avvio di una delle mie inarrestabili, piacevoli solo per me, catene linguistiche. «…cielo plumbeo e però stupenda la neve…» la battuta di Marcello – che conosce lo sguardo di Patrizia e le mie insistenze -. Sull’escamotage Patrizia ride. Ci provo anch’io, ormai quasi quietata e tesa verso le uova per la frittata da cuocere, a fiamma bassa, nel fornello di mezzo.

     

     

(da Giardini d’aria, 2011)

                    

One thought on “Il racconto del mese: “Ratatouille” di Maria Lenti”

  1. Delizioso racconto. Che gustiamo fino in fondo noi di quelle che 1) vivono sole e ci stanno bene bene, 2) che cucinano per sé in modo personalissimo -spesso non complicato, spesso il più possibile vicino all’originalità dell’acquisto, cioè elaborando al minimo gli ingredienti – e se la godono un mondo, 3) che quando cucinano per gli altri, hanno menù piuttosto fissi. Di quelle fitte di amici e nipoti, criticissimi, ma mai perduti commensali. Bello anche il brio del raccontare nellla scrittura del parlato, che rende l’immediatezza fisica della realtà, senza farne una cronaca di diario. Scrittura di donna che sa elaborare il partire da sé per porgere pensiero e sorriso a tutti gli altri. Milena Nicolini

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