L’equilibrio della foglia in caduta di Silvia Secco, recensione di Flavio Almerighi

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L’equilibrio della foglia in caduta di Silvia Secco, CFR ed, 2014, recensione di Flavio Almerighi.

   

   

Perché l’uomo ha termine, comunque si finga. (Silvia Secco)

   

Nata nell’Alto Vicentino, vive a Bologna. La poesia è l’elemento che, per sua precisa ammissione, le ricorda il suo nome tutte le volte in cui la battaglia per il pane glielo fa scordare. Perciò scrive sempre, scrive poesia, e a furia di rivedere e scolpire i suoi testi, vivere, ascoltarne, e continuare a crearne, Silvia Secco ha finalmente licenziato la sua prima raccolta di poesie, L’Equilibrio della foglia caduta, uscito lo scorso febbraio per CFR Edizioni, la sua opera prima.

Un libro dove l’amore è universale, riconosciuto, riconoscibile scomodo. Un libro che è nato sotto il segno del Premio Franco Fortini, indetto dalla casa editrice CFR. Una pubblicazione che, altrimenti, non ci sarebbe stata, e che ha trovato una sua veste definitiva attraverso l’edizione dopo un lavoro durato anni. E meno male che esistono ancora editori galantuomini come CFR.

L’opera si compone di tre parti che riprendono in pieno il titolo. Cadute. Equilibrismi. Foglie. In quanto Opera Prima racchiude quanto di meglio l’autrice ha composto fino all’uscita del libro. Mi scrive Silvia Secco, “Che la foglia sia destinata a cadere (e così l’uomo a finire, morire) è un dato inevitabile. Ecco il motivo per il quale la Caduta è in apertura. Nel momento del volo, però, (che altrimenti sarebbe momento disperato), la foglia utilizza un “trucco”: quello di “non guardare giù” e di non “perdere d’occhio il cielo”. Si finge, cioè, capace di volare per sempre. Ed in questa fase trova il suo equilibrio: ovviamente precario e di faticosissimo bilanciamento (un equilibrio che vuole lo sforzo e la dedizione di un lavoro). Si finge “verde” per sempre, fingendo la propria speranza e facendo tesoro delle “pause” nelle quali “prender fiato”. Presentazione migliore non poteva farne l’autrice stessa. Parole che, dopo la lettura, condivido appieno.

Parvenza 

Il pensiero si intrica
più veloce del corsivo
nelle trame della lingua.

Il canto lo renderebbe, forse
il canto; oppure un fiato.

Il battito delle ali
per un solo istante si mostra.
Interiorizzabile quasi…

Ma è solo parvenza.

    

La poesia che apre l’intera raccolta, vera e propria dichiarazione poetica d’intenti.

   

Vuotonirico 

Esco. Nella notte
mi scopro. Mi spoglio.
E lei è mia sorella
sonnambula e scalza.

Si avanza raminghe,
vicine. Sul limo
ingordo del mondo:
un passo e un affondo,
mi incaglio, m’infango
i piedi. Mi sveglio.

Ed ho mani vuote.
Ed ho braccia vuote.
Ed ho labbra secche.
Ed ho ventre vuoto.

    

Cronaca di un risveglio da un sonno agitato e senza sogni. Il dopo di mani, braccia e ventre vuoti, e labbra secche, può essere riempito solo grazie alla scrittura.

    

Seta 

Sono
l’angolo dove nasconderti.
Ho deserti per accogliere te.
Non sono niente
nemmeno un poeta ma sono
ogni cosa che ho visto.

Ho
mancanze da indossare
per l’umidità d’Aprile.
Le tue pieghe da spianare
accarezzandomi. Mi scivoli
alleviandoti tra le dita.

Sono
la stanza del riposo.
Ho oscurità per il tuo sonno.
Non sono niente
nemmeno una sposa ma sono
ogni cosa che ho perso.

    

Giustamente il prefatore del libro, Francesco Sassetto, osserva che l’Opera Prima di Silvia Secco contiene alcune bellissime poesie d’amore, questo ne è un esempio.

    

Attutita 

Altri sono i luoghi
d’atroci pirotecnie.
Non è questo fragore
d’artifici, clamore
degli astanti-occhi-al-cielo,
strie festanti, finali
in “Oh!” di maraviglia!
Muoiono altrove gli eroi
conchiglie sui fondali.
Garofani alle croci
ormai, i loro resti qui.
Stanno a veglia le ignare
belanti. Inebetite.
Benestò a mia volta.

Ma mestamente. In orlo
a niente, estranea al coro
degli abbienti. Attutita
nei miei ovattati interni
verso sfocate alture.
Sottovoci celesti
preannunciano neve.

Zerogrado notturno:
più in alto (in altro) si sfa
un candore…

Silenzio,
perfavore… Nevica.

    

Bellissima e opportuna perorazione del silenzio, fuori nevica, dentro ci si raccoglie.

    

Filastrocca della santa distanza 

Santa distanza. Salvifica strada
il salto, la di-men-ti-can-za. Falsa
speranza finalmente denudata
riapparsa. Verità ora cruda e Santa.

Santa bambina. Scabrosa rovina
rimossa, tolta, mai stata, negata.
Compostamente spostata (murata)
al sicuro (ma ne fiorisce il muro,
il salso. Ammuffisce, riaffiora, macchia,
piaga, spiga, spina, ostia, rosa). Santa
muta omertà che nessuno indovina
santamente. Santa l’altrui cecità.

Santa altalena. Conchiglia di pena,
luogo, cancrena, sgomento, impurità.
Santo-Santissimo comandamento.
Undicesimo: tacere. Far finta
di niente. Santo il tormento presente.
Ora. Consapevolmente: “Solo lei?
E altri mai? Prima? Dopo? Accadrà? Sarà
accaduto?” Santa furia. Impotenza.
Santa pazienza. Perduto perdono.
La Violainfanzia (non colta, violata)
eppure sbocciata. Sopravvivenza.
Santa la sorte che l’Orco coglierà.

Al letto di morte. Santa coscienza.

    

Un brano sconvolgente nella sua piana, quasi tranquilla semplicità, in pieno contrasto con la violenza brutale che descrive.

   

Anita 

Avrei scommesso sarebbe arrivata.
C’era odore d’erba
appena tagliata
nell’aria. In folata. E scie di rondini
in volata. Era lei:

litania del verso,
un grano fra le dita/perla/pepita…
Sgra-na-ta. Aveomaria
pian piano invocata,
la spina nella mano e giusto un pianto
un vagito. Era lei,

l’ho sentita: Anita,
che suona una foglia a doglia finita
e il suono si rima
alla vita e al nome
come se il soffio quietasse il bruciore.

Anita / Sgranata, come un rosario Anita.

    

Il destino dell’uomo, della foglia, sentirsi di volare per sempre, proprio nel momento in cui si cade a precipizio. E’ il senso dell’umanità stessa in continuo, inspiegabile equilibrio. Un libro che non deluderà chiunque lo avvicini, lo spizzichi, lo assaggi, lo divori. La costante è data da quelle mani, labbra secche, braccia e ventre vuoti, che l’autrice sente dopo il sonno come una nascita nel vuoto. Vuoto in cui si sta in equilibrio, precipitando, ma rifiatando grazie alla forza della Poesia.

copertina

3 thoughts on “L’equilibrio della foglia in caduta di Silvia Secco, recensione di Flavio Almerighi”

  1. Ringrazio Flavio Almerighi per aver recensito la raccolta di Silvia Secco.
    Io lascio un commento.

    Il “Premio di Poesia Franco Fortini” del 2014,, riesce a premiare anche autori che meritano un riconoscimento non inferiore al primo arrivato. Io, fn troppo cinico, mi permetto di dire che i premi letterari, ai quali ho mai partecipato per principio, spesso il primo, il vincitore, per me scende di graduatoria.

    CFR Edizioni, ha pubblicato varie raccolte considerate meritevoli dalla giuria anonima del premio Franco Fortini. A me ne è arrivata una sola, L’equilibrio della foglia in caduta di Silvia Secco.

    Non conosco in persona Sivia che, per ringraziarmi del mio sostegno economico del premio, mi ha inviato la raccolta. La lettura mi ha subito coinvolto, nel senso che percepisco la sua sottigliezza stilistica del linguaggio poetico nella precisione dei versi stringati. Personalmente preferisco i testi stringti o compatti dove poesia non spiega, la si percepisce.
    Grazie Silvia del regalo completo..

    1. Io sono commossa e onorata di questi commenti e di questa recensione e ringrazio attraverso tutti i voli di foglia che conosco e attraverso tutte le mie nervature, Flavio Almerighi e Alfredo De Palchi.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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