Lettere dal lavoro, editoriale di Nadia Agustoni

Suffragette, Sarah Gavron, 2015

Lettere dal lavoro, editoriale di Nadia Agustoni.

     

     

Nei Quaderni dal carcere Antonio Gramsci nel paragrafo sul taylorismo suggeriva un’ipotesi inquietante sulla probabile eliminazione di una parte della classe lavoratrice e rileggere queste frasi nel presente mi porta a cercare alcune connessioni con la situazione attuale in un mondo del lavoro frammentato e lacerato:
Il Taylor infatti esprime con cinismo brutale il fine della società americana: sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione attiva dell’intelligenza, della fantasia, dell’iniziativa del lavoratore e ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico macchinale. Ma in realtà non si tratta di novità originali: si tratta solo della fase più recente di un lungo processo che si è iniziato col nascere dello stesso industrialismo, fase che è solo più intensa delle precedenti e si manifesta in forme più brutali, ma che essa pure verrà superata con la creazione di un nuovo nesso psico-fisico di un tipo differente da quelli precedenti e indubbiamente di un tipo superiore. Avverrà ineluttabilmente una selezione forzata, una parte della vecchia classe lavoratrice verrà spietatamente eliminata dal mondo del lavoro e forse dal mondo tout court.” (Quaderno n. 22 – V – 11)

Sappiamo molto dell’organizzazione di Amazon e delle delocalizzazioni. Le lotte in ogni settore appaiono sempre isolate, fragilissime e come finiscano resta poco chiaro. Tutti gli strumenti di coercizione di cui oggi dispone il neoliberismo creano la paura. La paura a sua volta costringe i lavoratori a temere i datori di lavoro anche al di fuori del tempo prestato nell’azienda.

Il ricorso delle multinazionali a strumenti legali per zittire chi protesta e denuncia è un fatto inquietante e apre la strada al ricatto occupazionale, come mai è accaduto prima, anche nelle medie e piccole industrie, dove l’operaio è avvertito che “denigrare la ditta” ecc. comporta il possibile licenziamento o sanzioni. E se il gigante Amazon cita in giudizio chi critica l’organizzazione interna dell’azienda, è facile intimidire chi deve affrontare realtà di lavoro nella provincia, dove la fabbrica decide di tante vite. Non si pensi a un’esagerazione, la realtà dei suicidi operai è molto sentita nei piccoli paesi e crea un tale risentimento che la si occulta. La stampa locale, le varie gazzette di città, omettono ormai di darne conto. Il suicidio del licenziato o esodato non è più nemmeno cronaca. Una spietata eliminazione appunto. Gramsci vedeva lontano e allora non poteva conoscere gli effetti del processo avviato dagli uomini alfa e dalle donne beta della Silicon Valley.

Cosa conoscono di questa realtà gli intellettuali e i politici? Nulla o molto poco. I primi se ne servono tutt’al più per qualche articolo, gli altri varano leggi che distruggono, oltre alla vita degli operai, intere comunità a cui non resta nulla in mano. La sequenza di negozi chiusi nelle piccole frazioni e nei paesi indica che il tessuto di una comunità è perduto. Il rapporto di fiducia tra il piccolo commerciante e l’acquirente del luogo, spesso un vicino di casa, è stato sciolto di forza. Entrambi sono ridotti a lavori di facchinaggio e spesso a un’età, che rende ogni passo in discesa, un inferno di umiliazione. Su questo terreno fermenta la disperazione e il senso di essere stati traditi proprio da chi doveva difendere gli ultimi e i penultimi.

Penso ai libri di Luigi Di Ruscio, emigrato in Norvegia e per 40 anni operaio in una fabbrica di chiodi. Una vecchia fabbrica che raggiungeva in bicicletta e da cui tornava per mettersi a scrivere. Ci ha lasciati pagine intense su un’interno/intero di vita che sempre si proietta nel mondo e riflette, ragiona, organizza, nel suo disordine, un percorso di poesia e scrittura che per nostra fortuna ci è pervenuto. Possiamo leggere questo intero in mille tracce; una cosmologia con forti radici terrestri, un intenso legame col proprio mondo famigliare e con gli affetti di una vita.

E’ così che il mondo del lavoro appare vivo; come lettere dal lavoro. E nel suo dopolavoro, Di Ruscio, indica la strada per dare il segno completo di una vita spesa in fabbrica, ma anche altrove. Non solo l’operaio, ma l’uomo che ama, scrive, pensa e lotta con altri. Le pagine sulla moglie e i figli sono tra le più commoventi della letteratura italiana. E’ da qui che vorrei si partisse per un altro discorso sul lavoro/sui lavori: dalla vita reale, la vita intera.

Vedere l’operaio e la fabbrica isolati come per una condanna è anche lasciarli lì o per dirla tutta è lasciare la fabbrica vuota e l’operaio solo nella sua sfortuna. Raccontare la fabbrica è dire non solo l’umiliazione del sottoposto, ma cosa è un’intera vita. Se non è chiaro quanto dico provate a pensare a voi stessi. Vi renderebbe giustizia essere descritti/ridotti a un colletto bianco o a uno schermo su cui si aprono e si chiudono pagine per consegne o altro?

Come rompere il meccanismo che ci fa animali da estinguere per mancanza di forze o robot compiacenti e spaventati dal possibile cambio di divisa, dal bianco al blu? Penso che per ora non ci sia una risposta soddisfacente e forse nemmeno parziale, ma è importante cominciare a pensare il lavoratore senza farne una categoria per non ridurlo, nella sua soggettività, al solo lavoro.

Azar Nafisi nella Repubblica dell’immaginazione parlando di James Baldwin e della lotta di questo scrittore e attivista afroamericano contro la smania di mettere gli altri dentro categorie dice:
Per tutta la vita Baldwin temette di diventare come il suo oppressore, di adottare la sua visione alla rovescia. Temette di essere sempre un prigioniero nonostante l’illusione di lottare per la libertà. Perché la parte più difficile della lotta non è mirare contro il nemico, ma respingere la definizione che egli dà di te”. p. 269

Fare questo passo è prendere atto che viviamo in un mondo che sfugge alla categorizzazione ogni giorno di più e proprio per questo si alzano i recinti, si calca la mano sull’identità. Perdersi in questo fango è inseguire le destre su un terreno che è loro da sempre. E’ il territorio dell’insicurezza, dove l’altro è il reietto per sesso, razza, classe, indigenza ecc., mentre un “noi” sempre più fantasticato e con nessuna base reale, dà l’illusione di una forza che è si dei veri dominanti, ma per tutti gli altri è una colossale beffa.

Parlare di lavoro che cambia senza chiarire la contraddizione che quasi sempre accompagna il parlare intorno al lavoro, anche nell’ambito del narrare o scrivere del lavoro e di chi lavora, vuol dire lasciare intatta l’ambizione dei reazionari di poter definire le nostre vite, ciò che siamo e quel che possiamo o non possiamo volere. Perché è la libertà che manca nel lavoro. La libertà di costruirsi mettendo in chiaro che l’inadeguatezza e la paura, la mancanza di significato e il ritenere che la vita comune di tutti sia solo banale e con un basso prezzo, sono idee indotte, che si possono benissimo rifiutare.

Purtroppo assistiamo ormai a un collasso tale di forze e lucidità che il “noi” proiettato nel negativo, contro gli altri/diversi, funziona, ma la sua funzione/finzione finisce lì, senza che sappia costituirsi con valenza positiva, di lotta, accoglimento, riconoscimento. Questa bugia del “noi” è facilmente smascherabile se la si osserva in questa prospettiva. Un “noi” che funziona solo al negativo rivela tutta la debolezza di chi lo proclama. Un “noi” al positivo non è comunque che un’altra falsificazione. Tutto quello che può essere rovesciato nel suo contrario è un falso, una mistificazione che equivale a costruire sulla sabbia. Dopo decenni di “noi” al positivo siamo davanti al baratro. L’identità è qualcosa di complesso e in continua metamorfosi. Incasellarla in un “noi” ha sempre richiesto un “loro” contro cui scagliarsi e un “loro” è sempre un gruppo che può domani essere a sua volta distrutto da un “noi” che si impone senza pietà, composto da persone pronte a ergersi a nuovi padroni del mondo. Perdersi in questa forma subdola di ideologia, sia al negativo che al positivo, col tempo rivela tutti i limiti e le controindicazioni. Le tante guerre etniche, religiose, il femminicidio e le guerre contro i poveri accorpate alle guerre contro altri, ancora più poveri e stranieri, dovrebbero dire la perversione dell’idea identitaria, delle caste e delle categorie.

Se la narrazione identitaria porta allo scontro, al versare sangue e sul sangue erige un nuovo inferno, quale consapevolezza possiamo opporre a questo? Cultura e cultura dei diritti di tutti hanno molto da dire, se declinate nel modo giusto tenendo conto della complessità del presente e delle nuove consapevolezze, quelle che ci permettono di essere integri e nella nostra diversità, partecipi, mai indifferenti, vicini agli altri e a chi soffre. Perché se i dominanti vogliono la servitù della gleba, le caste, la restrizione della cittadinanza e dei diritti del lavoro e i fondamentalisti religiosi vogliono le stesse cose con in più la schiavitù e il togliere ogni diritto e individualità alle persone, non possiamo oscillare tra questi due poli.

Partendo dal lavoro e dai diritti di chi lavora va ripreso il filo del diritto di tutti al di là della genderizzazione, della razzializzazione, della posizione nel mondo. Siamo ormai tutti corpi di frontiera. Il nostro corpo è il luogo di uno scontro che vede la nostra umanità ridefinita di volta in volta dai poteri che la usano e gli stessi poteri, almeno fino a che sono vincenti, liberi da ogni identità fissa. In quella libertà di non essere definiti, se non come vogliono/scelgono, loro prevaricano. Nel venire definiti/incasellati noi moriamo ogni volta. Inutile aggiungere che tanti ne muoiono definitivamente e atrocemente.

Suffragette, Sarah Gavron, 2015
Suffragette, Sarah Gavron, 2015

3 thoughts on “Lettere dal lavoro, editoriale di Nadia Agustoni”

  1. parto da qui: la comparsa del denaro – in forma di moneta, in metallo più o meno prezioso, garantita in peso e misura dallo Stato . Risale all’VIII sec. a.C., nella Lidia, in Asia Minore. Il suo nome, elektron, indica la moneta, divenuta oggi VISA – elektron, come dire di-visa la moneta, che vedi in una riga di deposito virtuale, mentre lì, all’origine, ci sono mani piedi occhi vite di migliaia, milioni di persone come gocce di un grande oceano, gestibile in flussi, come pare al nocchiero comandante di questa o quella barca che sono poi una multibarca o multibanca che capitalizza capillarmente il sangue di noi tutti. Il fatto è che il gestore di queste pratiche di laboratorio finanziario, che automaticamente, con un clik robotico moltiplica plichi di capitali, ivi comprese le capitali reali dove ammassati come sassi o sabbie vivono non identificate persone, beh anche lui, loro fanno parte del sistema e se collassa una parte anche al resto succede la stessa cosa. E’ solo una condizione temporanea, tutto è costruito sulla sabbia e mentre un tempo le rivolte erano fatte da eserciti o popolazione in rivolta, ora basta un minuscolo gruppo di combattenti su tasti elettronici del pc e tutto, tutto, può andare in malora: Questa la nuova guerra:informatica e a questo si punta, qui o là, ma dovrebbe essere la nuova frontiera, de-liberante chi ancora non arriva a fare tana, nel gioco del nascondino che tutti giochiamo ancora. Lo so, ho usato metafore ma i chiodi, oggi, li si pianta come ieri nella carne della gente perché si resta analfabeti, una volta della lingua, ora dei linguaggi. Il “mercato” degli schiavi comprende alla fine tutti, compresi i potenti, alla rincorsa di altro potere e noi di quel niente che ci fa sentire come loro. Tutti erronei, vacui, perché tu sai bene di quale altra polpa sia fatta la vita. Il mercante, apparso tra il VII e il VI secolo a. C. in Grecia è ancora lo stesso, quello che guadagna sulla differenza di prezzo fra ciò che acquista e ciò che vende. Il fatto è che in vendita c’è sempre qualcosa che non è nostro, anche quando lo lavoriamo e gli cambiamo i connotati, resta proprietà indivisa della terra, dunque di tutti, non esiste proprietà privata se non in virtù di un trafiletto che afferma che questo e quello appartiene a questo o quello. Tutti senza nome. Tutto è da sempre di tutti e solo si può fare a cambio, compreso il cambio di direzione…in tutti i sensi!

  2. L’articolo di Nadia agustoni è molto lucido e tocca nodi cruciali sulla identità e funzione del lavoratore ai nostri giorni. Voglio soffermarmi sul problema dello smascheramento auspicabile dell’opposizione semplice fra noi e loro, che risulta perfettamente funzionale ai meccanismi di dominio del capitale multinazionale anonimo. Ciao vale da un punto di vista linguistico concettuale, cioè per lo sviluppo di una narrazione identitaria. Ma la distinzione fra noi e loro, fra gli eletti e i dannati, avviene a un livello anteriore prelinguistico, pragmatico, ritualistico. Quello che si può riassumere nell’ umana inclinazione a cercare sempre un capro espiatorio su cui scaricare tutte le tensioni psichiche e sociali. E a questo livello, quello del meccanismo vittimario, che probabilmente occorre riflettere e operare, per poterci s-mascherare e posizionare adeguatamente nel Carnevale cruento che ci aspetta.

  3. L’analisi di Nadia Augustoni tocca nervi sensibili e smaschera posizioni attualistiche che rivelano invece la loro natura ancestrale. In una delle sue ultime conferenze, qualche anno fa al Festival Filosofia, Zygmunt Bauman sosteneva che dietro l’ostilità verso i nuovi migranti si nascondeva la paura della povertà e della fame che larga parte della popolazione non conosce più, ma vive sicuramente come rimosso. Questa povertà e questa fame non le si vorrebbero più vedere e invece l’attracco dei profughi li riporta a galla. Meglio voltare la testa e farli affondare. Un tempo il noi si rivolgeva alla contestazione di un sistema chiuso e controllato da un gruppo ristretto di plutocrati o di cattedratici: gli studenti e gli operai formavano gruppo e scendevano in piazza a rivendicare diritti immediati e spazi utopici. Se il noi rivolge la sua protesta verso il basso, verso i reietti, le persone senza possibilità, è presente il rischio il manipolazione delle coscienze e lo slittamento verso posizioni autoritarie e svilenti. Oggi il noi protesta, ad esempio, perché gli ambulanti extracomunitari non pagano le tasse. I gruppi di governo sostengono le loro posizioni nel nome della legalità, pretendendo ordine interno e maggiore capacità di farsi valere a livello decisionale nel contesto europeo. Questa accondiscendenza agli idola tribus ,ripresentata come manovra politica efficace, ricorda tristemente altri periodi storici. Salvini nuota nella piscina sequestrata al mafioso, ma l’immagine è simbolicamente ambigua: al di là dello stato che dimostra di aver vinto una battaglia, c’è l’immagine dell’uomo di potere che dà dimostrazione della sua forza e di mettersi dunque al posto del boss. Mao ha attraversato il fiume, Putin ha mostrato i bicipiti nelle sue sbracciate acquatiche e ahimè – anche se con intenzione ironica – pure Beppe Grillo ha attraversato lo stretto di Messina.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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