Light stone di Paolo Lagazzi, recensione di Ivana Menna

Coco avant Chanel, Anne Fontaine, 2009 02

Light stone di Paolo Lagazzi, Passigli Editori 2014, recensione di Ivana Menna.

    

   

Ti ho preso come pietra per far pendere la bilancia, te leggera. Il titolo del primo romanzo di Paolo Lagazzi, Light stone, pubblicato da Passigli, Firenze 2014, traduce in inglese la clausola di una poesia di Attilio Bertolucci intitolata all’Assenza. Ex voto suscepto, il vuoto ne trabocca. La storia del violinista e del suo amore per una giovane donna lontana incontrata in Giappone si sviluppa intorno a due eventi, molto distanti nel tempo. Queste due occasioni, poco più che casuali, non ricercate, rappresentano il massimo della vicinanza, il resto della storia prosegue in absentia. La narrazione prende avvio dal ritorno dal secondo incontro e si volge indietro a fornire al lettore il prologo della storia: la scoperta del talento musicale, gli amori e le tappe fondamentali della vita. Il preludio è preceduto da una premessa del narratore che dichiara l’argomento del suo racconto: il destino di un uomo. Ogni libro è in fondo un teatro e l’attore uscendo dalle quinte si rivolge ai lettori. La storia, come avverte, non avrà senso, o lo avrà, forse, se è vero che tutto è musica. La scena si apre sulla casa, in Italia, nel ritorno alla vita consueta, nel novembre 2009. Tokyo nel suo fascino notturno si presta non più che a un’incursione nell’altro da sé, severamente incomprensibile. L’Oriente è una sfida e una prova per l’occidentale. Francesco Alberti era sempre stato un uomo in cerca, aveva sempre pensato che ciò di cui aveva bisogno, il vero bene, si trovasse al di fuori. La sua infanzia era stata segnata da una forte miopia e dallo strabismo che egli avrebbe compensato all’opposto spingendo lo sguardo oltre il campo del visibile. La prima volta a Tokyo, in occasione di una tournée, una sera, Francesco conosce Shoko. Ha compiuto cinquantuno anni. L’incontro con la fresca giovinezza della studentessa, divisa tra il Giappone e gli Stati Uniti, suscita in lui una viva impressione. Tra molte, quella figura leggera rimane incomprensibilmente confitta nella sua memoria. Nove anni più tardi la seconda volta a Tokyo. Nove anni di corrispondenza regolare, ma disinteressata, intima e formale, a precedere il secondo imprevisto incontro occasionale. Francesco ora ha sessant’anni. Shoko diventa il sogno della sua vecchiaia. Al nuovo incontro è tolta la calma e la salute del primo. Tokyo lo avvince illudendo e disperando. Il corpo della due-volte-conosciuta donna è diverso, ma identico nella sua magrezza che concentra in un breve spazio una smisurata promessa di felicità. In ultimo, la metamorfosi più seducente in seno alla notte:

Quali prodigi d’arrendevolezza può compiere una ragazza giapponese non solo capace di coltivare per anni l’idea di un’amicizia virtuale eppure, a suo modo, inattaccabile, ma soprattutto educata a quel ‘sì’ che è in sostanza galateo confuciano, flessibilità taoista, religione dei momenti, abbandono all’evanescenza di una notte (p. 118)?

L’innocuità che lo attrae nella sua corporatura infantile, nei suoi modi gentili e cortesi, nell’eleganza e nella ritrosia nipponiche, l’innocenza e la resistenza, infine si rivelano non inoffensive: il bersaglio è la freccia. La profonda differenza culturale e lo stile moderno, ma tradizionale di Shoko, il suo fascino, si intuiscono nel parco Mejii, che visitano insieme durante un giorno di libertà dagli impegni del concertista:

[…] raggiunsero a piedi l’ingresso del vasto luogo dedicato all’imperatore che aveva avuto il coraggio di aprire il Giappone all’Occidente. Fin dal grandioso portale di legno, il sacro torii, soglia ideale di quello spazio votato a uno spirito d’eccezione, il parco, con i suoi lunghi viali, l’immensa ricchezza degli alberi, le lanterne, i ponticelli e le strutture di pietra, si schiudeva solenne e nobile come un tempio all’aperto. Mai, finora, malgrado le sue molte immersioni nella civiltà giapponese, Francesco era riuscito ad avvertirne come qui il paradosso fondante: il suo essere radicata in un sentimento vivissimo della natura e insieme in un’irresistibile vocazioni ai simboli, alle forme, allo stile. Al fuoco incrociato della naturalezza e del gusto per i riti, della spontaneità e della perfezione, il Giappone si manifestava nel grande parco imperiale come lo specchio stesso dei cerimoniali shintoisti, uno specchio in cui tutta la realtà – gli alberi, il cielo, i sassi, gli uccelli – si rifletteva per riconoscersi sacra (p. 80-81).

Al termine del breve viaggio di lavoro nella capitale del Giappone, Francesco deve lasciare Shoko e tornare dalla sua famiglia in Italia. Da qui prende avvio un dialogo incerto e tormentato, dialettica del pieno col vuoto, rapporto a distanza crescente in cui l’oblio minaccia la scomparsa della figura reale dell’interlocutore. Da questo momento, in un riesame allucinato degli errori, si compie la discesa fino ai limiti della prostrazione. Il violinista affronta il duro cambiamento, anche fisico, che lo vede maturare la convinzione della colpa, il tradimento. Mentre lei gli sta sfuggendo, per capirla e prenderla con sé, il violinista prova a interpretarla e evocarne la presenza studiando il suo nome, scritto nei caratteri di una lingua impossibile, polisemico:

Anni prima un amico, conoscendo il suo feeling per il Giappone, gli aveva regalato un prontuario dei principali kanji, i segni giapponesi di origine cinese. Se in questo libro fu facile individuare il carattere per la seconda sillaba – ko, bambino- Sho si poteva scrivere con tanti ideogrammi diversi, corrispondenti a molteplici sensi. […] Era stupefacente: shō stava per ‘nascita’ o ‘vita’, ma in altre versioni o associato con altri ideogrammi poteva evocare anche un sorriso, le cose lucenti, il palmo di una mano, l’idea di una ferita, di un’arsione dovuta alla gelosia o di uno stuggimento intimo; a sua volta sho poteva richiamare la pratica dello scrivere, il calore, l’inizio di una stagione, la varietà delle cose… A lungo acquattato da qualche parte, ecco infine anche lo shō che indicava fortuna, felicità, buon auspicio (p. 124).

Ma il mistero di Shoko, la verità sulla sua vita, i moventi e le intenzioni, non si lasciano svelare. Nessun assedio può forzare il segreto della sua serenità distante, sopruso nei confronti di chi si ostina a tacere. La levità è intangibile. La sofferenza lo avvia verso una lenta rinascita. La musica, come profanazione del silenzio nell’interesse del silenzio, rispetto, accoglimento e accettazione, è la soluzione, l’unica per il musicista. Lei, «l’inaudito». I suoni sono descritti da giochi di luce, vibrazioni, impressioni tattili. Le melodie sono rese da un’ampia gamma cromatica attraverso la sinestesia e l’ipallage. Lo stile della prosa abbina ricchezza descrittiva e uso di metafore che tendono alla ridondanza a un lessico che evoca immagini volatili ed eleganti.
Lo spettacolo delle possibilità irrealizzate, delle aspettative che cadono nel vuoto, il fraintendimento e l’incomprensione fanno la maggior parte del romanzo, mentre il dato evenemenziale è minimo, indeterminato, continuamente sottoposto all’interpretazione del protagonista e del lettore. Nonostante questo cadere nel vuoto, tutto nella vicenda giunge al suo compimento e dunque trova un senso, sia pure paradossale, tragico; si potrebbe anche dire che il senso di questa storia è la necessità per il protagonista di donarsi, di lasciarsi prendere fino in fondo da una bellezza, da una grazia che lo ferisce e che lo illumina. Il testo è composto anche dai testi semplici e ambigui delle parole di Shoko, da quelli talvolta eccessivi di Francesco, dalle poesie scambiate, Bertolucci e haiku giapponesi: l’autore ha pubblicato un libro di conversazioni con Attilio Bertolucci, di cui ha curato anche l’edizione ‘Meridiani’, All’improvviso ricordando (1997), tradotto in giapponese da Yasuko Matsumoto, e ha allestito diverse antologie di poesia giapponese, tra cui La saggezza dei maestri zen (1994), Il muschio e la rugiada (1996), Nel cielo alto di Kikuo Takano, (2003). Dallo scrittore al critico, l’erotismo è ciò che si trova alla base della ricerca e del lavoro appassionato sull’arte della parola.

Paolo Lagazzi, nato a Parma nel 1949, è un critico letterario e uno scrittore italiano, si è occupato di letteratura antica e moderna, occidentale e orientale, buddhismo, magia, musica, cinema e pittura. É autore di testi di saggistica, come Rêverie e destino, Garzanti 1993; Per un ritratto dello scrittore da mago, Diabasis 1994; Vertigo. L’ansia moderna del tempo, Archinto 2002; La casa del poeta, Garzanti 1993; Forme della leggerezza, Archinto 2010; Le lucciole nella bottiglia, Archinto 2012; La stanchezza del mondo, Moretti & Vitali 2014. Ha pubblicato un libro di conversazioni con Attilio Bertolucci, All’improvviso ricordando, Guanda 1997, tradotto in giapponese da Yasuko Matsumoto, Schichō-sa, Tokyo, 2009. Ha allestito diverse antologie di poesia giapponese, tra cui La saggezza dei maestri zen, Guanda 1994; Il muschio e la rugiada, Rizzoli 1996; Nel cielo alto di Kikuo Takano, Mondadori 2003. Ha curato i ‘Meridiani’ Mondadori delle opere di Attilio Bertolucci, 1997, Pietro Citati, 2005, Maria Luisa Spaziani, 2012. Come narratore ha pubblicato due libri di fiabe: La scatola dei giochi, Diabasis 2002 e La fogliolina, Editing 2006; un libro di racconti, Nessuna telefonata sfugge al cielo, Aragno 2011.

copertina

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