Il racconto del mese: “Tu sei mio amico?” di Antonio Lillo

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Tu sei mio amico?

racconto di Antonio Lillo

              

Conosco il tuo cuore per dritto e per rovescio, non te lo scordare mai. Il tuo cuore è una giungla, una foresta fitta, un secchio della spazzatura, se proprio vuoi saperlo.

Raymond Carver, Intimità

     

Quando mi chiede la pistola mi racconta le solite storie, di averla presa bene all’inizio e tutto quello che si dice in questi casi. Che dopo tanto tempo insieme, una donna così, era più che naturale, non poteva mica bastarle un uomo solo.
Ci sediamo fuori, a un tavolino del bar, nel sole malato di ottobre. La ragazza ci porta due caffè. Ha gli occhi azzurri e i capelli tinti di fuxia, belle gambe. “Non tanto belle come le gambe di mia moglie” precisa lui davanti alla ragazza. Tanto è straniera, capisce poco o nulla dei nostri discorsi. Si dà da fare e non parla mai, non ride mai. Le indichi cosa vuoi sul menù e lei te lo porta. Se non c’è nessun altro nel bar, come oggi, si siede fuori anche lei. Fuma nervosamente, aspirando quasi con rabbia le sue sigarette, una dietro l’altra, guarda verso la strada. Non emette un suono.
Cerchiamo di ragionarci insieme, di entrare nel meccanismo per cui sua moglie si ritrova legata nello stesso momento a due persone diverse. Nemmeno per un attimo mi è preso il dubbio che lui possa sbagliarsi o ingigantire le cose. Perché dovrei impicciarmi, del resto? Mi paga per ascoltarlo. Gli passo la pistola avvolta in una busta di carta, la appoggio sul tavolino del bar e gliela passo alla luce del sole, senza discuterne troppo.
“È sicura?” mi chiede.
“È una Beretta” gli dico. “L’ho comprata da un rumeno.”
Gli dico di starci attento che non è un giocattolo. Lo so, mi risponde. Poi mi parla a lungo della sua storia, come per giustificarsi. Ne ho viste tante di persone che fanno così.
Ogni singolo indizio lo convince della tresca, eppure una volta che li mette insieme, tutto gli sembra assurdo. Non mi sembra il tipo d’uomo che si fa saltare la mosca al naso per nulla, non è di quella razza lui. Lavora per una azienda di depuratori per l’acqua e passa mezz’ora a spiegarmi come tenere puliti i filtri. Si può essere più puntigliosi e pedanti? Si può avere un lavoro più noioso? Eppure c’è del buono in lui. Cerca addirittura di capire le ragioni, i bisogni, le scelte che l’hanno spinta a tanto. Ma questa cosa lo sta rovinando, si vede. Ci pensa di continuo, al lavoro, al bar, persino quando dorme. E a furia di pensarci il sospetto lo scava come un verme. E il verme gli cova in corpo le sue uova velenose: agitazione, ansia, paura, gelosia. Gli rode il fegato. E lui non può proprio accettarlo, anche se poi con me fa lo spavaldo.

Lo vedo di nuovo dopo qualche giorno. Ci tiene che io sia informato. Non ha molti amici con cui parlare. Da quando si è trasferito qui non è riuscito a farsene uno solo. Non è che prima ne avesse tanti. Ma il lavoro lo sfinisce, tutto il giorno in giro per l’azienda. Esce di casa la mattina presto, poi rientra poco prima di cena. Delle volte è così stanco che prende sonno a tavola, mentre sta mangiando.
“Tu sei mio amico?” mi chiede il giorno in cui mi contatta per chiedermi se ho una pistola.
“Credici” gli rispondo.

Di recente, man mano che prendiamo confidenza, mi racconta come le cose sono cambiate. Stavolta tocca a me pagargli il caffè. Ma non c’è sole e stiamo dentro, accanto alle macchinette della slot machine. Anche stamattina non c’è quasi nessuno a parte noi, è un orario tranquillo questo. C’è soltanto un tipo che gioca senza troppa fortuna, ogni tanto si avvicina al bancone, si fa cambiare dei soldi dalla ragazza con gli occhi azzurri, poi torna a farsi spennare. La ragazza si siede nell’angolo, prende i ferri dalla borsa e si mette a lavorare a maglia.
Lui mi parla a bassa voce, col suo accento strano, non vuole che nessuno ci senta, mi dice. Ma qui non c’è nessuno che può sentirci, gli rispondo.
Da alcuni giorni c’è molto disordine in casa, mi confida arrossendo, come se fosse una cosa di cui debba profondamente vergognarsi. I vestiti non vengono stirati e si ammucchiano sulle sedie. Le padelle, le pentole, occupano spazio alla rinfusa sul lavandino, coi piatti ancora unti, o sul tavolo pieno di briciole e di macchie. Il cibo brucia spesso nelle pentole e poi finisce nella spazzatura. Le ragnatele brillano sul soffitto e negli angoli vicino alle finestre, nei raggi obliqui del sole. Un velo di polvere si è posato sui mobili e sul pavimento, ricoprendoli di una patina sottile, tanto che ora è quasi possibile ricostruire i movimenti della donna per la casa, seguire le sue tracce fra le stanze. I suoi passi, però, si dirigono tutti verso la finestra che dà sulla strada, quasi come se lei lo aspettasse lì, l’altro, per lanciargli degli sguardi d’intesa.
“Se non ti soddisfa, perché non la strigli?” gli dico. “Affrontala!”
“Per accusarla di cosa? Di essere stanca? Quello mi dice, sono stanca, sono stanca! Dice che è stanca. Io lo so che c’è un altro. Lo capisco da come mi guarda. Ma non ho prove, non so nulla, se non quello che vedo e che sento. Non conosco nemmeno il nome.”
Decide, quindi, di dare un nome al suo rivale, uno fittizio, perché dare un nome alle cose le riduce, e avere un nemico in carne ed ossa è più utile che lottare contro i mulini a vento. Così sceglie, ma sbaglia il tiro. Lo chiama Tom Waits, come il cantante, perché piace a sua moglie, lo ascolta di continuo, al punto che lui ormai identifica l’altro con quel suono rauco e profondo, gonfio di catarro, dai vestiti sgualciti. Lo immagina parlarle con la stessa voce roca da ubriaco all’alba, intrufolarsi in casa sua quando va al lavoro e sussurrarle proposte indecenti da attuare subito, in piedi, contro il muro all’ingresso, per poi spostarsi sul divano, o nel loro letto.
La domenica, quando non lavora, prende stracci e secchio e rimedia come può allo sfacelo della sua vita, disinfettando ogni cosa, anche minima, ogni centimetro di casa, mentre lei dorme stordita, quasi febbricitante, sul divano accanto alla finestra. Nemmeno lo ascolta mentre le gira intorno lavando, lamentandosi per tanta incuria.

Abbiamo cambiato bar da quando la ragazza con gli occhi azzurri è andata via, sostituita da un’altra molto più impicciona.
Ora è un piccolo chiosco al centro del parco, anch’esso poco frequentato e perciò molto utile alla mia attività. Ci lavorano due ragazzi, forse una coppia. Uno dei due fuma troppo – anche se io non l’ho mai visto fumare – e l’altro lo rimprovera in continuazione per questo, come una vecchia madre apprensiva. Odio le madri isteriche e non lo sopporto. Però fa un buon caffè.
Dopo aver bevuto i nostri, passeggiamo per il parco, confondendoci coi pensionati che lanciano briciole di pane agli uccelli. Come loro, ci scegliamo una panchina al sole. “Prendere il sole è importante” gli consiglio. “Produce vitamina D, che rinforza il corpo e rigenera l’umore. Tu sei troppo pallido per stare bene.”
Ma lui ha un chiodo fisso, non gli interessa il sole, vuole solo parlarmi di sua moglie. Ormai gli ho dato la pistola da un pezzo, però parlarne lo aiuta. Mi ringrazia, anzi. “Figurati, ho molta pazienza. Poi non mi costa nulla, le passo qui le mie giornate.”

Mi raggiunge ogni volta che può, venendo meno al suo lavoro. Appena riesce ad allontanarsi con una scusa, viene qui a piangersi addosso. Ogni volta riprende il discorso da dove l’aveva interrotto l’ultima volta. È molto metodico in questo. Ormai non lo fanno da più di un mese, mi confida, e lui, per una sorta di perversione tutta sua, ha cominciato ad avere delle fantasie malate. La immagina così, prostrata da estenuanti maratone orgasmiche con Tom Waits, non l’altro, di cui non conosce l’aspetto, ma proprio il cantante, con la sua faccia rugosa e lo sguardo luciferino. Ne ha fatto una tale malattia da non riuscire più a concepire un modo naturale di averla, ormai tramutata dall’immaginazione in una specie di bestia da monta, posizionata a quattro zampe in mezzo alla sala, le tette grosse che le pendono fra i gomiti, il culo invitante, sollevato in alto, il sesso divaricato e umido che spande i suoi odori di richiamo al maschio.
Così la immagina a sua insaputa, mentre lei se ne sta abbandonata come una matta, immersa in un sonno senza riposo. Prova una sorta di meschina eccitazione a raccontarla così a un semi sconosciuto e mi descrive, fin nei minimi particolari, le intimità di sua moglie, i suoi sogni di cornuto. Sono talmente particolareggiati, che penso li userò anch’io più tardi, per masturbarmi dopo pranzo.
Anche lui si masturba a lungo, eppure quando si risveglia nel suo letto con quel sapore in bocca che conoscono solamente i cornuti, lui ha un’arma che loro invece non hanno. Lì entro in gioco io. La sua mano scende verso il comodino, lo apre e comincia ad accarezzare la canna gelida della pistola, l’unico conforto che possa raffreddarne gli istinti.
Controlla, per abitudine, il posto vuoto accanto al suo, ma sa bene dove trovarla. Seduta vicino alla finestra, con le belle gambe incrociate, mentre insonne si rovina la salute in quella sua strana mania di invertire la notte con il giorno. La testa le pende leggermente di lato, assorta nel suo delirio amoroso, mentre fuma senza posa e ascolta a basso volume il suo rivale che canta per lei. Allora la raggiunge, si ferma sulla porta impugnando la pistola, la fissa a lungo, ancora indeciso sul da farsi, mentre Blue Valentine gira nel lettore lento, avvolgente, sulfureo e disperato. Come ogni notte la stanza si riempie di fumo delle sigarette misto a un odore dolciastro e pregnante che prima non riusciva a identificare.
“Era tanto tempo che non lo sentivo quell’odore, che ho faticato a riconoscerlo. Eppure lo avevo già sentito, lo conoscevo bene. Lì si è tradita.”
È  stato un colpo fortunato della memoria quello che lo porta a rivedersi, davanti agli occhi, una scena in cui loro due sono abbracciati, nella loro vecchia casa, molti anni prima. Lei, poco più che adolescente, indossa ancora l’abito bianco. Lui, con una semplicità e una naturalezza che non gli sembrano più sue, si è tolto le scarpe mostrandole un calzino bucato, e ridono. “E c’era quell’odore, quell’odore persistente” mi dice lui, ricordando, con lo sguardo perduto. L’odore di lei che allora, proprio come adesso, non riusciva più a contenere la sua bruciante passione e la svalvolava intorno in deliziose scorregge al sapore di fragola.
“Cazzo, questa sì che è una prova” gli dico, appassionandomi. “Di cosa, non lo so, ma è certamente una prova. Che farai adesso?”
Mi rivela il suo piano, punto per punto, precisandomi come suo solito ogni dettaglio. Mi chiede di dargli una mano. Perché sono suo amico. “È solo una questione di giorni” aggiunge. “Pochissimi giorni alla fine.”

               

opere di Enea Roversi
opere di Enea Roversi

     

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