Lingua, classe, potenza. Editoriale di Luca Mozzachiodi

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Lingua, classe, potenza. Editoriale di Luca Mozzachiodi.

     

    

Ciò che un tempo poteva sembrare una verità scontata oggi spesso deve essere nuovamente oggetto di dimostrazione, né questo sarà o potrà essere il mio scopo in queste pagine, non essendo io un linguista; mi limiterò invece ad alcune considerazioni sul rapporto tra lingua e condizioni sociali, sulla base di alcune osservazioni magari cursorie ma interessanti. Fino a qualche decennio fa si era soliti identificare chi parlava dialetto o un italiano marcatamente regionale o con errori grammaticali come ignorante, dunque spesso come appartenente alle classi povere o lavoratrici: il legame tra istruzione e condizione sociale elevata era evidente e palpabile. Su una simile connessione si allineava il senso di molte e diverse operazioni di riscatto sociale passanti attraverso processi di acculturazione, dal programma Non è mai troppo tardi, alla scuola delle Frattocchie a quella di Barbiana, dove era implicito il pensiero, sicuramente difettoso in quanto a prospettive ma significativo di per sé: quando il povero possederà completamente la lingua del ricco essi in potenza saranno più uguali di prima. In questo ragionamento, così come in tutti gli altri, la lingua è un medium oggettivo, chiamato italiano, esso è apprendibile.

Oggi? Oggi pare che non si possa tanto pacificamente tracciare lo stesso percorso e proporre le medesime equivalenze: perché troviamo molti laureati che hanno una migliore padronanza della lingua rispetto a quadri d’azienda, impiegati, notai e avvocati, professionisti e simili? (in parte casi del genere si sono verificati sempre ma, ritengo, il fenomeno è aumentato esponenzialmente con la nascita dell’università di massa) Sarebbe tutto riducibile a una casistica personale o di singoli contesti familiari, scolastici, lavorativi? Molto farebbe pensare di sì e che l’italiano parlato oggi sia una commistione di ‒ 1 apporti regionali e locali dal paese di nascita 2 residui dialettali più o meno ampi a seconda spesso dell’età 3 Istruzione scolastica e universitaria 4 apporti stranieri principalmente dall’inglese 5 lingua ascoltata alla televisione 6 una difficilmente definibile nebulosa linguistica composta dal linguaggio dei siti internet, dei social network, delle canzoni, delle comunicazioni in chat o sms.‒ Dunque ogni parlante è una storia, o meglio una lingua, a sé e buonanotte alle differenze di classe, soprattutto per via degli ultimi tre fattori.

È anche la storia dei gerghi, delle lingue tecniche, degli idioletti contro cui pare franare ogni superficiale osservazione dei fatti linguistici oggi, ci mancherebbe, ho sentito giuristi che fanno “compromessi amorosi”, scrittori che hanno “un contratto gentile” o bevono “vini importanti” vecchi militanti che, a differenza della maggior parte degli esseri umani oggi, non si raccontano fatti ma “socializzano le esperienze”, per non parlare di tutti quelli che invece di raccogliere le idee fanno brainstorming o degli zelanti funzionari che pensano che non si possa combattere il disagio senza “favorire l’agio”. Non è infrequente però che si senta qualcuno esordire con una premessa in tono difensivo come “sono ignorante” o “parlo come mi viene” e basta poco per rendersi conto che schierare due o tre subordinate è per il lettore più terrificante che allegare una bomba a tempo ad ogni scritto, come immancabilmente ti fanno notare lettori benevoli che vogliono che “il contenuto sia diffuso”.

Tempo fa mi fu rivolta una domanda destinata a restare senza risposta riguardo al rapporto tra storia e natura; terrorizzato io questa volta, risposi come potevo ribadendo la mia umiltà (cioè nella mia lingua il mio poco sapere su queste questioni), chi mi pose la domanda rispose pressappoco “non ti crederò mai, hai usato troppe parole e troppo precise per esprimere un concetto perché io possa credere che tu sia una persona umile” (cioè nella sua lingua una persona appartenente ad una classe sociale inferiore).

Questo semplice scambio ci mostra due aspetti interessanti: il primo è che dietro ad una domanda puramente svagata e sognante tra amici si possono nascondere addirittura visione cristiana e visione marxisteggiante, diciamo, che si contendono intorno ad un latinismo passato per le scuole di retorica medioevali la verità in un discorso sulla condizione di una persona e che dunque saper essere di tanto in tanto attenti a come si parla svelerebbe più segreti che la smorfia, i tarocchi, l’oroscopo e probabilmente addirittura una buona parte della psicologia improvvisata che ci circonda.

Il secondo aspetto mi interessa molto di più ai fini di questo discorso: dalla reazione del mio interlocutore si evince che caratteristica propria della lingua di una classe superiore oggi non sarebbe più tanto quella della correttezza formale del medium, ma in maniera preponderante la chiarezza, l’espressività, la capacità di poter dire quello che si vuole dire, cioè la potenza di trasformazione del pensiero in parola. Indubbiamente vale ancora il detto catoniano “reme tene, verba sequentur” tuttavia il complesso della questione può essere inquadrato solo se proviamo a immaginare quale lingua sta all’opposto di questa; coerentemente sarà la lingua dei, cé (strana particella sulla bocca di tutti simile ad un cioè e traducibile in un “quello che volevo dire è” che già rende il concetto dell’impotenza espressiva della lingua di classe inferiori) degli ehm, dei balbettamenti, dei tipo e dei piuttosto che, delle cose e delle robe che aldilà delle satire televisive realmente si mangiano la ricchezza lessicale dell’italiano e non è forse peregrino accostare per suggestione etimologica il dilagare della parola cosa con i processi di reificazione della vita.

Se l’italiano degenera, ed è questo forse che ci si sarebbe aspettati di sentir dire in un articolo sulla lingua in una rivista letteraria, non degenera, o diciamo più correttamente si impoverisce, per ragioni morali, perché qualcuno è brutto, cattivo e sgraziato e non cura la povera e derelitta lingua italiana come un vaso di gerani, cosa che purtroppo capita di sentir dire, anche in contesti ufficiali, da alcuni scrittori, ma si impoverisce perché si affina, si plasma socialmente e la mercificazione dei rapporti inevitabilmente ha implicato e implicherà una lingua dei rapporti umani come rapporti economici. Ecco l’avanzata dell’inglese semplificato, sublime e insostituibile chiave del mercato del lavoro.

Povertà che si fa semplicità e comunicatività prepotentemente diretta, azzeramento della sintassi per non complicare la transazione, difficoltà a farsi trasparente sul pensiero dal momento in cui la vita interiore è alienata e la coscienza reificata saranno dunque i tratti generali di questa lingua o tendenza linguistica. Le classi inferiori sono maggiormente esposte e condizionate all’uso di questa lingua della tecnica perché patiscono maggiormente i fenomeni appena nominati e perché sono, a differenza di chi vive di rendita o di professioni intellettuali, più a stretto contatto con il percorso della merce vendendo il proprio lavoro, nonché meno protette da quella corazza di educazione umanistica che non è però pensabile né utile prendere a modello di soluzione, per lo stesso motivo per cui quando l’aria è avvelenata si potranno anche distribuire mascherine ma bisogna agire alla radice dell’inquinamento.

Trovo opportuno citare questo estratto dal saggio Nuove questioni linguistiche di Pasolini, uno dei pochi scrittori che abbia realmente riflettuto sulla lingua non solo in senso letterario. Lo scritto delinea bene il percorso che allora era agli albori ed oggi compiuto e insieme vitalmente aperto e in mutamento che è «Il prevalere del fine comunicativo sul fine espressivo, come in ogni lingua di alta civilizzazione e di pochi livelli culturali, insomma omogeneizzata intorno a un centro culturale irradiatore insieme di potere e di lingua. […] Ora alla guida della lingua non sarà più la letteratura, ma la tecnica. E quindi il fine della lingua rientrerà nel ciclo produzione-consumo, imprimendo all’italiano quella spinta rivoluzionaria che sarà appunto il prevalere del fine comunicativo su quello espressivo».[1]

Quelli che si lamentano della degenerazione della lingua non hanno capito che essa si evolve e somigliano a quanti si lamentavano nei primi decenni del secolo scorso che le auto prodotte in serie potessero sostituire le carrozze decorate per le strade invece di capire che il problema non era nell’oggetto ma nel contesto che lo produceva, luogo di sfruttamento di massa e spersonalizzazione del lavoratore. Cerchiamo dunque di superare i brontolii da bar e delineare ora alcuni atteggiamenti difensivi contro questa specifica evoluzione della lingua.

Se mi è concessa una semplificazione, e lo sarà non essendo io un linguista, ma solo un curioso e qualcuno che lavora con le parole, possiamo definire questi atteggiamenti tipici come forme di resistenza reazionaria o forme di resistenza rivoluzionaria ad un fatto linguistico, dove gli aggettivi non hanno valenza morale ma indicano letteralmente la volontà di ritorno ad uno stato precedente o di raggiungimento di una condizione nuova; simili atteggiamenti possono poi essere regressivi, cioè volti a considerare la lingua come un fatto assoluto, alla maniera mitica o mistica, senza alcun rapporto con le strutture sociali, oppure non regressivi.

La prima forma di resistenza consiste nell’aspirazione ad un linguaggio oggettivo, cioè che non si dia come relazione mediata tra cose ma vi aderisca totalmente: esso si presenta spesso come la lingua della natura e degli elementi, la pura esistenza del mondo verso la quale siamo attirati con un desiderio insieme di ricongiungimento e di dissolvimento, chi è preda di queste fantasie regressive, che tali sono sempre nella loro astoricità, sogna la lingua del mito e quella di Adamo, che completa la creazione nella pura forma del nome che è; non c’è traccia di tempo o società in tutto ciò, ma rappresenta una caduta dell’uomo nella volontà di ritorno a una purezza originaria, volontà comunque positiva perché è una forma di coscienza di una propria condizione altra da proteggere dalla reificazione presente, posso immaginarmi come pura forza vivente tra le cose in una sorta di metamorfosi solo se so bene di essere altro da esse.

La seconda forma è più esteriore e dichiarata, è un programma a volte dove la prima è una sensazione confusa, e consiste nello stabilire uno standard, evidentemente la lingua potente delle classi superiori, spesso proprio quella di chi questa forma propone, ed estenderla normativamente e coercitivamente a tutti, su questa linea possiamo trovare i molti difensori della lingua e i ripetuti vagheggiamenti di campi di rieducazione linguistica per chi non parla come loro. Questa scelta, pur considerando la lingua come fatto storico e sociale, spinge a proporre soluzioni velleitarie, conduce inevitabilmente alle scontate geremiadi sull’abbruttimento del parlare e dello scrivere di oggi e rivela il suo pensiero reazionario nel guardare nostalgicamente all’italiano di una volta.

Un’altra possibilità, caratteristica soprattutto della scrittura letteraria, è invece in sé rivoluzionaria perché propone di decostruire la lingua letteraria e quella della tecnica e attraverso lo sperimentalismo linguistico più aperto e inglobante possibile dare forma ad una lingua che sia capace di dire la realtà o anche solo di criticarla per frammenti; parlo qui infatti dello sperimentalismo un minimo fondato, di quello fine a se stesso non vale neanche la pena accennare, il quale però è comunque una forma regressiva, ponendo come fa il linguaggio in maniera parallela e slegata al contesto sociale ed esercitando primariamente su quello la sua azione rivoluzionaria con la convinzione, un po’ idiota francamente, di farlo su questo. Le alchimie del verbo non servono oggi a niente se non a legittimarsi in qualche circoletto.

L’ultima forma di reazione è anch’essa rivoluzionaria, cioè intende costruire una lingua nuova, ma non è regressiva come la precedente, non pretende di farlo a tavolino per una convinzione volontaristica, bensì ha chiara la natura sociale della lingua e sa che soltanto una società dove l’uomo possa essere libero e ricco esprimerà una lingua ricca, non classista e con un maggiore controllo sul pensiero. Le forme di questo cambiamento possono anche non essere chiare, si tratta di un’attitudine, di un modo di pensare; dove il primo è umano, ma solo consolatorio, il secondo è fondato ma da superare e il terzo vuole arrivare a giusti fini da premesse sbagliate, solo questo atteggiamento mi pare possa contribuire a rendere ragione della situazione e a mettere a fuoco i reali problemi invece dei falsi. Se le vecchie parole non vanno più bene per la lingua degli uomini è solo dalle cose nuove che potranno venire le nuove parole.

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[1] Pier Paolo Pasolini, Nuove questioni linguistiche, in Saggi sull’arte e sulla letteratura, Milano, Mondadori, 1999 p. 1268

                         

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