Lingua e linguaggio, di Marisa Cecchetti

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Lingua e linguaggio, di Marisa Cecchetti.

   

   

Mi trovo a scrivere degli appunti davanti agli occhi di un allievo e veloce come il vento scrivo x al posto di per, xché ed altre abbreviazioni simili che mi vengono al momento. Poi sollevo gli occhi. -Quando lo facevano i miei alunni in classe io lo segnavo con un frego rosso- dico con un sorrisetto che chiede complicità. Lui forse non capisce la portata dell’errore che sottolineavo di brutto e mi restituisce un sorrisetto educato.

E’ stato un punto d’orgoglio -parecchi anni fa- dire che io il cellulare non lo volevo e poi ammettere di averlo comprato, sì, ma sottolineando che ero stata senz’altro tra gli ultimi. E non mi sono vergognata a chiedere ad un alunno -magari quello che non sapeva niente di grammatica e di storia- come si dovesse usare il famoso T9.

Poi mi sono stupita la prima volta che ho ricevuto un sms che faticavo a decodificare, in un rincorrersi di abbreviazioni che dell’Italiano conservano solo uno scheletro sfinito. Ma ora saprei farlo anch’io.

Con l’impero sempre più esteso della tecnologia ci si è abituati al linguaggio della velocità. Non ci è affatto chiaro se si fa per risparmiare tempo o per rendere più fluidi i rapporti umani, in effetti non è migliorato assolutamente niente nelle relazioni né abbiamo constatato di avere del tempo libero in più.
Che il tempo manca sempre -a tutti, anche ai pensionati- è diventato un luogo comune dietro cui ci nascondiamo volentieri, ma non sono le abbreviazioni né gli acronimi, che spuntano come nidiate di funghi in estate dopo la pioggia, a ridarci quel tempo.

Sintetizzare, schematizzare, ridurre all’osso il linguaggio, è diventato costume di massa. Il linguaggio della comunicazione si è infeltrito, come una maglia di lana messa per errore a lavare dentro l’acqua bollente, che ne esce stecchita e smilza.

Il linguaggio degli sms che corrono ogni giorno a migliaia è anoressico, e non è nemmeno lontano parente di quelle lettere che si ricevevano da amici e familiari lontani qualche decennio fa, tempo che oggi sembra medioevo. Portavano con sé l’attesa e la curiosità e il calore della mano.

Lettere che non hanno niente che le avvicini alle nostre mail che pretendono di essere il loro sostituto: senza una cancellatura, senza un segno del pensiero e del lavoro. Messaggi asettici. Ma sono i mezzi di cui disponiamo e che usiamo tutti, sorprendenti ed efficaci a tal punto da cancellare la nostalgia del passato anche nei più attempati.

I mezzi di comunicazione di massa hanno colonizzato la mente e suggeriscono la parola, la battuta, il luogo comune, lo slogan che tutti capiscono proprio perché è cibo comune. Sono di immediata comprensione perché sono entrati a far parte di noi tutti, dall’intellettuale all’operaio, dal politico alla casalinga. Sta all’individuo selezionarli e sceglierne l’uso o il non uso.

I mass media hanno la capacità di trapanarci la mente, sono una grande madre che allatta con la stessa marca di latte, senza distinzione di classe sociale, madre che unisce in questa forma di pseudoconoscenza comune che rende quasi fieri. Così si tende a ripetere con orgoglio “petaloso” come conquista culturale condivisa, e ci si rende conto che si tende -per gioco o no- ad estendere la stessa desinenza ad altre parole. Sicuri che chi ascolta capisca e stia al gioco.

I media hanno diffuso l’Italiano ed hanno facilitato la comunicazione tra le varie parti d’Italia -per fortuna si stanno rivalorizzando in qualche modo i dialetti- ma la lingua è di livello modesto. Si sono abbassate le pretese.

Tuttavia è la nostra lingua con cui oggi dobbiamo fare i conti. Che si è trasformata nel tempo, complici tecnologie e mezzi di informazione di massa, è vero, ma bisogna anche riconoscere che è fisiologico il fluire delle parole, per il trapassare di alcune e l’ingresso di altre, a seconda del momento storico e del contesto. Come l’abbigliamento muta nelle varie epoche adeguandosi ai tempi ed alle esigenze, così la lingua si modella, si trasforma, non sempre nel modo che riteniamo migliore, e non possiamo fermare il fenomeno. Farebbe un po’ sorridere di tenerezza chi oggi scrivesse a mo’ di Ariosto e Tasso. O anche di Foscolo, che è più recente. Mi è capitato poco tempo fa di leggere e selezionare poesie di un concorso per le scuole e di aver trovato in alcune quel tipo di fraseggio ottocentesco. I giurati hanno sorriso insieme a me.

Certamente esistono registri diversi, dipende dall’uso che si deve fare della lingua e dal contesto. Ma se ci riferiamo alla lingua parlata, la lingua comune, ormai quella si è appiattita verso il basso: tenere alto il livello è un privilegio che non appartiene a tutti, il contesto in cui si vive è fondamentale.

Se spiego la consecutio temporum ed ho bisogno che si usi un bel vecchio congiuntivo italiano, sento i ragazzi annaspare e devo guidarli ed imboccarli come facevo con i miei figli all’età della scuola materna. Poi, quando uno se ne appropria – del congiuntivo- e lo sente rotolare bene, allora ne capisce il valore e la preziosità. E lo usa volentieri e con orgoglio: l’uso del congiuntivo a segnare una appartenenza socio-culturale.

E’ un segno distintivo anche il linguaggio della poesia, che purtroppo stupisce e spaventa chi non vi è stato abituato. Anche questo è un privilegio. La poesia è sintesi, conserva la purezza e l’essenzialità della parola, non si prostituisce all’uso del linguaggio comune. Conserva espressioni dimenticate, soprattutto quando pesca nel mondo contadino che abbiamo lasciato da tempo alle spalle: una parola antica spesso si incastona perfettamente e dà profondità e calore.

In un incontro recente, dal carattere piacevolmente gastronomico-culturale, un amico ha intrattenuto il gruppo parlando della parola terzonaia. -Quando c’era qualche oggetto che non serviva più ma non si doveva ancora buttare -ha raccontato- il mio nonno mi diceva di portarlo in terzonaia. Io, piccino, credevo che fosse una sua parola di fantasia con cui alludeva ad una vecchia stanza per gli attrezzi, e così ho continuato a pensare, fino al giorno in cui una guida turistica, alla Cittadella di Pisa, ha parlato della Terzanaia, zona occupata dai magazzini nei pressi dell’arsenale, ai tempi di Pisa marinara. Solo allora ho capito che il mio nonno aveva usato e conservato una parola della nostra storia e tradizione. Ne aveva solo cambiato una vocale- .

Purtroppo questi nonni contadini non esistono più.

                         

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