L’ironia è una cosa seria, rubrica di N. Bondarenko: Pecchiari

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L’ironia è una cosa seria, rubrica di Natalia Bondarenko: Sandro Pecchiari.

   

   

Benvenuti nella rubrica che parla di cose serie: parla d’ironia. Perciò, benvenuti nell’ironia. Entrate dentro senza diffidenza e senza pregiudizi. Sorseggiate la leggerezza utile a nascondere (magari, per pudore) la profondità della vita, usate la vostra immaginazione e cercate di non prendervi troppo sul serio perché in questo spazio c’è posto per qualsiasi espressione ironica e anche quella, ancor più rara, autoironica: esagerata, colta, improvvisa, spumeggiante o docile e lirica. Niente satira però. Quest’ultima avrebbe bisogno di una rubrica a parte.
Benvenuti nello spazio dove non troverete mai le poesie di Sanguineti, Szymborska o Bukowski. «Vabbè», direte voi, «non sarebbe mica male?» Ma di loro è già stato detto/scritto tutto e anche di più. Infatti, non c’è niente di nuovo, nessuna novità sconvolgente, nessun miracolo letterario, niente di codificato come 2.0, perché la poesia ironica esiste da sempre. Ma c’è una percentuale minima di poeti che la scrivono. Perciò, benvenuti nello spazio di pochi, scelti… e viventi!
(Come vedete, la battuta vale non solo per i pittori…) N.B.

L’ospite di questo mese è Sandro Pecchiari.

Alcuni mesi fa Sandro Pecchiari è stato già ospitato da Versante Ripido con una bellissima recensione di Silvia Secco del ultimo suo libro, L’imperfezione del diluvio – An Unrehearsed Flood edito da Samuele Editore. Invece, le poesie che vi propongo oggi sono cinque e sono inedite. Per me, che mi esprimo in modo a volte troppo semplice e fastidioso, scrivere di Sandro che possiede una grande maestria nel coniugare la volontà di comunicare con un malcelato intellettualismo, non è facile. Anche se, nei suoi versi l’ironia è di casa, seppure plasmata in vari modi. Ad esempio, in Le svelte radici (prefazione di Mary Barbara Tolusso) le poesie di Pecchiari si vestono di ironia ornata di una certa dolorosità psicologica e umana, di alcune splendide irruzioni di parlato e trattano di una estensione geografica non indifferente: Roma, Trieste, Grado, Bologna, Parenzo, RoshHanikra, Bet She’an, Monaco, Toronto, Winnipeg, Fort Gibraltar, Nazareth…
Anche nelle inedite che vi presento oggi, Sandro percorre i dizionari linguistici e le cartine geografiche ma a modo suo e con una leggerezza soffice e morbida riesce dare un’immagine quasi cinematografica di quello che descrive:

…e suona il telefono
squilla il cellulare / facebook / viber
il campanello della porta
il postino , il vicino…
pare che il cibo bruci – dice…

Un perfezionista e nello stesso tempo un ricercatore linguistico (il merito della sua grande padronanza dell’inglese?) eppure, semplicemente, le sue poesie vogliono ribadire con decisione il sottile fascino che da sempre emanano le idee. Quelle di chi usa la testa, di chi usa l’intelletto insieme al cuore. Già questo basterebbe a farne un modello o quanto meno un punto di riferimento.

C’è poi la questione dei titoli che nelle sue poesie assumono un rilievo del tutto particolare, sfiorando il grottesco: sono astratti, piacevolmente ridicoli, implicanti. “Tombeur” dal francese, vuole essere una specie di sciupafemmine o sciupamaschi, usato senza distinzione di genere. O, “Butterbeetles”, che è un gioco di parole tra butterflies = farfalle e beetles = scarafaggi, “Le mosche di burro” insomma (sinceramente… io non ho capito nulla perché il mio inglese è pari a zero), ma la scena parla da sé: “calabroni cavallette vespe e scarabei” che probabilmente sono persone con le quali il poeta ha avuto a che fare (ma anche in questo caso… probabilmente sbaglio). Leggendo, invece, “ÖTZI” mi è venuta una domanda spontanea: e se per caso fosse un autoritratto ironico-biografico, un utile rifugio per alcune confidenze che cerchiamo (poeticamente parlando) di nascondere?

E per concludere, l’ironia di Sandro Pecchiari è l’ironia di una persona che ha vissuto molto, ha sofferto molto e ha ‘digerito’ molto e adesso pensa alle cose piccole, alle piccole gioie e alle minuscole osservazioni che nulla hanno a che fare con semplici descrizioni e racconti: sono simpatici ‘sbuffetti’   che Sandro prima di tutto dà a se stesso e poi anche ad altri… così, per non sembrare un presuntuoso… , stravolge alcuni frasi (“mai appetito a tutti”), alcune frasi che sembrano scontate le riusa nel posto giusto (“c’ero una volta” – quasi una favola moderna), e alla fine con una incredibile disinvoltura si prende, ma in maniera quasi lirica, un po’ in giro (“passato dentro il mio naso-cuore” per finire in una leggerezza leziosa (“scodinzolo anch’io mani nell’aria”).

    

ÖTZI*

“C’ero una volta…”
come puoi ben leggere
dai reperti chiari
del catalogo
preciso e puntiglioso,
dietro la vetrina
e il dito sottile
dell’allarme

sono ammansito,
boccheggio appena
ogni tanto
se non c’è gente
altrimenti
l’apnea è il mio trucco
inconfessabile

non fotografarmi
non amo vedermi
così
col cuore da sbrinare
e senza vita

attorno le cose mie
quelle che una volta
parlavano di me
e ora invece
sparlano.

     

(* La Mummia del Similaun, anche nota come Uomo del Similaun, nonché Uomo venuto dal ghiaccio.)

***

BUTTERBEETLES

Nei versi dei poeti le farfalle sbatacchiano
i significati più svariati della vita.
Calabroni cavallette vespe e scarabei
le seguono qua e là, ma distanziati.
Non si parla mai di esseri più schivi:
delle tignole della farina sempre incipriate,
del tarlo che scava gallerie di tempo,
del bostrico tipografo che onora il legno di svolazzi,
della tarma che sforacchia battaglie e cavalieri
ricamati da leggiadre dame…

Io canto della blatta vestita in frac,
insonne nelle notti di New York,
nervosa sui banconi delle coffee-houses;
un mondo parallelo che usa i rimasugli
degli altri – quelli grandi e rumorosi
lungo il giorno.
E che attende celata nel color dell’ombra,
nel silenzio di fessure e sottovasi,
pianificando di occupare la quiete e il buio
odore del caffè per poter godere
dell’apparente ebbrezza d’una festa
che non appartiene mai a nessuno.

***

TOMBEUR

Le parole tue, appuntite,
così esperte…
fenderanno facilmente
il mollusco del mio cuore

se mi spruzzi
con due gocce di limone,
puoi mangiarmi.

***

AH, L’OLFATTO SELETTIVO DEL PASSATO!

Naso nel maglione –
un cane da tartufo
a zampettare il ricordo
della parte di te che non ricordo

torno com’ero – com’eri
torna la casa
e quella luce di collina
sopra la città dove eravamo

e sospendo i minuti
assieme a una treccia di cipolle
un bucato di giornate riannusate

e suona il telefono
squilla il cellulare / facebook / viber
il campanello della porta
il postino , il vicino…
pare che il cibo bruci – dice –
nella terrazza c’è del fumo…

naso nel maglione
peccato per il passato di verdure ormai bruciato
serbo solo l’odore del ricordo
che carezza un passato momentaneo,
passato dentro il mio naso-cuore.

***

CIBO DA BETTOLA

Incedere scodinzolante della mosca
fresco ombra odore cibo
ronzio inquieto di un locale da conquista
tavoli tavoli cameriere io cibo vino
quattro stereotipi scortesi
la mosca spartirebbe affabile
scodinzolo anch’io mani nell’aria
scaccio la mosca
arriva il cameriere
incomprensione dei gesti
mosca io cameriere non ci capiamo
il cibo attende un attacco da chiunque
ogni parola è vana
ogni difesa è vana
mal appetito a tutti

                        

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