L’ironia è una cosa seria, rubrica di N. Bondarenko: Comuzzo

L’ironia è una cosa seria, rubrica di Natalia Bondarenko: Sara Comuzzo.

   

   

Benvenuti nella rubrica che parla di cose serie: parla d’ironia. Perciò, benvenuti nell’ironia. Entrate dentro senza diffidenza e senza pregiudizi. Sorseggiate la leggerezza utile a nascondere (magari, per pudore) la profondità della vita, usate la vostra immaginazione e cercate di non prendervi troppo sul serio perché in questo spazio c’è posto per qualsiasi espressione ironica e anche quella, ancor più rara, autoironica: esagerata, colta, improvvisa, spumeggiante o docile e lirica.
Benvenuti nello spazio dove non troverete mai le poesie di Sanguineti, Szymborska o Bukowski. «Vabbè», direte voi, «non sarebbe mica male?» Ma di loro è già stato detto/scritto tutto e anche di più. Infatti, non c’è niente di nuovo, nessuna novità sconvolgente, nessun miracolo letterario, niente di codificato come 2.0, perché la poesia ironica esiste da sempre. Ma c’è una percentuale minima di poeti che la scrivono. Perciò, benvenuti nello spazio di pochi, scelti… e viventi!
(Come vedete, la battuta vale non solo per i pittori…) N.B.

L’ospite di questo mese è Sara Comuzzo.

    

Si faceva la prima selezione dei testi del concorso di poesia Pensare-Scrivere-Amare organizzato dal Comune di Remanzacco (UD). Dopo aver letto le due poesie mandate da Sara Comuzzo, ho pensato per un attimo che la ragazza aveva le potenzialità da vincitrice. La prima impressione era giusta. Così è stato: grazie ai voti altissimi e univoci di tutta la giuria, la Comuzzo ha vinto la I° edizione del premio.
Fra le due poesie che Sara mandò per il concorso c’era anche questa, piccolina, che attirò molto la mia attenzione e si chiamava “Aragoste”:

Cosa ne sanno i bambini del nostro dolore
quando l’unico problema è una palla bucata? 

Non rimane che ascoltare le urla delle aragoste,
guardare l’acqua della pentola tingersi arancione.
Voler chiedere loro se si innervosiscono
poco prima di essere bollite.

Si percepiva un certo sarcasmo, una certa ironia triste che mi ha spinto a cercare altri testi dell’autrice perché, in fondo, ero sicura di trovarli. L’unica perplessità veniva dall’età della ragazza (in un mio articolo che si chiamava “L’ironia è una cosa seria“ con una certa sicurezza affermavo che «per arrivare a prendersi in giro (si capisce) che la strada deve passare per l’inferno. A volte, però, è difficile capire che quello che hai passato è stato davvero un inferno. La consapevolezza non arriva subito. Più con l’età». Leggendo Sara, le mie convinzioni sono crollate ed ancora fino ad oggi continuo a farmi questa domanda: «com’è possibile, a soltanto 28 anni, avere questo un raffinato senso dell’humor e una autoironia così poco camuffata?» Ma poi, parlando con Sara da Dublino (tramite Skype), ho notato una certa sua resa verso le cose che fa, che vorrebbe raccontarmi, che a lei stanno sulla punta della lingua e muoiono lì senza uscire. «Sono un po’ esausta oggi» le scappa. Così, non mi rimane nient’altro che ipotizzare e fantasticare attorno alla riservatezza di questa giovane donna che fa soltanto notare nella sua piccola biografia che “negli ultimi anni ha vissuto in Canada, Scozia, Australia, Nuova Zelanda, Africa, Inghilterra ed Irlanda e che lavora nel sociale, principalmente con senzatetto, bambini di strada e tossicodipendenti”. Solo questo è già abbastanza. È così che le sue illusioni diventano realtà, le perplessità diventano consapevolezze e la rabbia diventa resa. L’occhio diventa meno vigile perché si abitua e la parola diventa più colta, mai banale, perché è matura. Infatti, lei scrive tutto quello che vede e quello che prova, scrive usando un linguaggio molto ricco ed abbondante; poi, rilegge ed inizia a togliere. Il metodo di Sara è “togliere”. Togliere il superfluo. Alleggerire il testo, farlo più incisivo e concreto. Possiamo leggere una singola frase come una poesia a parte, conclusa. La sua è una poesia fatta di molte poesie insieme, sembra un marchio registrato “Sara Comuzzo”.

…L’amore finisce il suo lavoro
e rimaniamo disoccupati
ostaggi di una stagione leggera,
attaccanti perennemente in fuori gioco.

Capiamo di aver sbagliato sport:
avremmo dovuto essere pugili dato
che piace spaccarci naso cranio e sorrisi.

Nel numero precedente di Versante Ripido ( http://www.versanteripido.it/baraccopoli-congelate-poesie-di-sara-comuzzo/ ) potete trovare alcune poesie di Sara Comuzzo dove i temi sociali sono affrontati con una maturità sconcertante. E già qua mi viene da esclamare:  chapeau!  Perché non è facile scrivere del sociale senza cadere in certe banalità o déjà vu letterari già sentiti. Sara invece spazia nel suo mondo, lo “ingerisce” e lo “digerisce” e dopo aver “digerito” si mette a raccontare le sue storie con una certa audacia, collocando la sua vita privata in quella sociale e viceversa. Non posso dire che l’autrice sia una poetessa ironica, ma sicuramente l’aggettivo “leggera” può esserle tranquillamente cucito addosso. E come dicevo prima, c’è un certo vissuto che viene accettato per quello che è, i traumi e le botte sono già state guarite e la vita viene vista soltanto come una specie di salvadanaio degli eventi, dove per continuare ad andare avanti bisogna solo stringere i denti.
Come dicevo prima, la caratteristica principale della poesia di Sara, quella che noti dalla prima all’ultima riga, è la leggerezza. È chiaro che l’autrice cerca di lasciare i problemi alla spalle e cercare invece di sorridere, trovando gli aspetti più incisivi ed ironici del mondo che ci circonda, e questo dato fa pensare ad una certa maturità intellettuale in una poetessa così giovane.
Qua mi vengono in mente le parole della grande poetessa russa Marina Cvetaeva «Con leggerezza pensami, con leggerezza dimenticami». Pensando a Sara, invece, aggiungerei soltanto «con leggerezza leggimi».

Alcune poesie:

    

È inverno

Teniamoci al caldo.
Non importa se non mi ricordi.
Vediamoci di più o non vediamoci mai.
Sempre troppo impegnati a bere
e a fare in modo nessuno si accorga
quanto siamo ubriachi.

Trovi quello che trovi non quello che cerchi.

Quando ci apriranno le vene ne uscirà birra,
per annaffiare miliardi di Central Park
tutti sparpagliati all’interno dei nostri mondi emozionali.
Scambiamoci abbracci
attraverso i cappotti:
è inverno.

Conservami come fiori di un battesimo,
non di un funerale.

     

(da Siamo sopravvissuti a un altro inverno, THAUMA Edizioni, 2014)

*

Senza essere puliti

Musica da ogni stanza.
Stomachi vuoti.
Mia madre suona violini,
ma solo quando sogna.
Dà concerti lunghissimi.
Mozart e Beethoven
così commossi.

Alla tv notizia: un’altra bomba;
chiesa in cui si arrestano credenti.
Un amuleto per lavare strade.
Siamo sporchi, non è colpa di nessuno
è solo che non riusciamo a essere puliti.

     

(da Siamo sopravvissuti a un altro inverno, THAUMA Edizioni, 2014)

* 

AVREMO TEMPO

A meno che le cavallette
non saltino direttamente
da aprile ad agosto
avremo tempo per un caffè.
Non finirà quando la tazzina
sarà vuota ma solo
quando e se vorrai andare.

     

(da Invecchiano anche le rose, Il Rio poesia, 2014)

*

LENZUOLA PULITE

Le bugie non fanno ingrassare né dimagrire

Certo rimangono lenzuola pulite
ma che farcene
se andiamo a letto sporchi?

    

(da Invecchiano anche le rose, Il Rio poesia, 2014)

*

EXTRACONIUGALE

Resterai fino a domani?
Sorrido perché dici
anche se non ti credo.

Non diventare mai
uno di quegli uomini
che si tolgono la fede
prima di sedurre
una donna che non è
la loro moglie.

Troppo tardi:
come ci siamo conosciuti?

   

(da Invecchiano anche le rose, Il Rio poesia, 2014)

***

Sara Comuzzo nasce agli sgoccioli dell’estate del 1988. Negli ultimi anni ha vissuto in Canada, Scozia, Australia, Nuova Zelanda, Africa, Inghilterra ed Irlanda. Lavora nel sociale, principalmente con senzatetto, bambini di strada e tossicodipendenti. Ha pubblicato 3 raccolte di poesie, ‘Mentre loro parlano di non so cosa’ (Thauma, 2012), ‘Siamo sopravvissuti a un altro inverno’ (Thauma, 2014), ‘Invecchiano anche le rose’ (Il Rio, 2014) e ha vinto il Premio Gentile con la raccolta di racconti ‘Dove nessuno può cadere’ (Schena, 2014).

                               

Modern family, serie TV

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