L’ironia è una cosa seria, rubrica di N. Bondarenko: Szeredy

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L’ironia è una cosa seria, rubrica di Natalia Bondarenko: Danijel Szeredy.

   

   

Benvenuti nella rubrica che parla di cose serie: parla d’ironia. Perciò, benvenuti nell’ironia. Entrate dentro senza diffidenza e senza pregiudizi. Sorseggiate la leggerezza utile a nascondere (magari, per pudore) la profondità della vita, usate la vostra immaginazione e cercate di non prendervi troppo sul serio perché in questo spazio c’è posto per qualsiasi espressione ironica e anche quella, ancor più rara, autoironica: esagerata, colta, improvvisa, spumeggiante o docile e lirica.
Benvenuti nello spazio dove non troverete mai le poesie di Sanguineti, Szymborska o Bukowski. «Vabbè», direte voi, «non sarebbe mica male?» Ma di loro è già stato detto/scritto tutto e anche di più. Infatti, non c’è niente di nuovo, nessuna novità sconvolgente, nessun miracolo letterario, niente di codificato come 2.0, perché la poesia ironica esiste da sempre. Ma c’è una percentuale minima di poeti che la scrivono. Perciò, benvenuti nello spazio di pochi, scelti… e viventi!
(Come vedete, la battuta vale non solo per i pittori…) N.B.

L’ospite di questo mese è Danijel Szeredy.       

Diesjähriger Preisträger des Münchner Förderpreises für deutschsprachige Dramatik ist Danijel Szeredy mit „Lerchelein“ (dotiert mit 10.000 Euro) – wir gratulieren herzlich! Den Zuschauern der Studiobühnen-Produktionen ist er auch als Schauspieler bekannt (u.a. Short Eyes, Angst_Essen, Die Gespenstersonate).
Traduco:
“Quest’anno il vincitore del Munich Prize per il Drama tedesco è Danijel Szeredy con “Lerchelein” (premiato con  10.000 Euro) – congratulazioni! È anche noto agli spettatori delle produzioni teatrali (Short Eyes, Angst_Essen, Die Gespenstersonate) come attore”.
Cinque finalisti nel giorno della premiazione, completamente ignari a chi va la vittoria, presentano i loro testi al pubblico del teatro: i loro lavori vengono recitati da una troupe teatrale e solo alla fine viene decretato il vincitore.

Voi direte cosa c’entra il dramma teatrale con l’ironia?
E chi è Danijel Szeredy?

La prima domanda ha un senso soltanto all’apparenza: il testo-vincitore è dedicato all’emigrazione e contiene una bella dose di ironia, direi tedesca. Consapevole di una certa difficoltà nell’ironizzare sull’emigrazione ho chiesto a Danijel di darmi un piccolo esempio, un piccolo assaggio (tradotto naturalmente) di un passaggio ironico visto che l’opera teatrale non ha la traduzione completa:
“In una scena in un ristorante il protagonista legge i giornali ungheresi. Dopo le notizie di cronaca arriva ad un articolo sulla cancelliera tedesca Angela Merkel e sul suo famoso discorso, nel quale lei afferma che la Germania è pronta ad accogliere i rifugiati siriani. La moglie del protagonista chiede:
– E chi è questa Merkel?
Il protagonista risponde:
– La cancelliera tedesca.
– Ah sì, lo sapevo.
L’ironia, o almeno il far sorridere, nasce dalle differenze di percezione. Mentre tutta l’Europa sembra discutere, una buona parte della popolazione rurale è occupata con altri problemi, più banali e giornalieri”.

E la domanda palese che gli rivolgo è cosa pensa del linguaggio ironico (in generale) e cosa  è per lui?
“Il linguaggio ironico per me è far capire senza dire. Per fare un esempio:
– Come stai?
– Bene
E poi muore.
Ci si chiede perché. Ed è il non sapere e l’immaginare che crea l’ironia”.

Gli ho scritto e gli ho chiesto con un accenno ironico di come Lui si è ‘permesso’ di presentare un testo in tedesco (che non è la sua lingua madre) su un tema che sembrava ormai ‘scaduto’?
“Il tema della migrazione non sarà scaduto”, mi ha scritto, “fino a quando forze populiste in Italia, Germania, Ungheria e in tutta Europa e non solo, fanno campagna elettorale sui migranti e sulla sicurezza di una costruzione astratta di popolo nazionale. Per quanto riguarda il tedesco: in tedesco scrivo meglio, come si legge da questa intervista”.

Gli ho chiesto anche se non sarebbe più accattivante scrivere un romanzo invece dei testi teatrali (capisco che la domanda è un po’ leziosa e spero che non la prenda come un sfottimento, ma come un incoraggiamento). Mi risponde:
“Appena avrò l’idea per un romanzo, allora scriverò un romanzo. Finché continuerò ad avere idee per il teatro, continuerò a scrivere per il teatro. Se poi qualcuno vuole leggere il mio testo teatrale come un romanzo, prego. E magari un mio futuro romanzo sarà portato a teatro. Che senso ha fare differenza?”

foto di Jean-Marc Thurmes
foto di Jean-Marc Thurmes

E ora vi faccio scoprire questo 24enne ragazzo italiano che è riuscito a vincere un premio prestigioso come il Munich Prize, scrivendo il suo testo vincente in lingua tedesca che per lui non è la lingua madre.
Danijel Szeredy è un nome d’arte, un omaggio alla mamma ungherese. Lui è figlio di due nazioni: italiano da parte di padre e ungherese da parte di mamma. E se gli chiedete quanto questo fattore ha influenzato la sua formazione letteraria, risponde in maniera molto ironica:
“Avere due nazioni di provenienza aiuta a confondersi, il che è sempre un buon presupposto per la scrittura teatrale. A me interessa il miscuglio, il meticcio, il mezzosangue. Il puro mi annoia, perché prevedibile. E una trama prevedibile è la morte del teatro, o meglio, dello spettatore. La confusione invece incrementa l’attenzione.”

Danijel nasce a Napoli nel 1993, a 13 anni si trasferisce a Udine con la famiglia. È ancora giovane ma già nelle prime sue poesie affronta un tema abbastanza adulto come si vede in questi versi:
…Il mio sogno di Nord.
La mia strada di Nord.
Io stesso, che vorrei essere di Nord.
Ma sono nato dove l’estate è lunga e calda.
Ma sono nato dove si dimentica la notte, e si dorme di giorno.
E progetto dopo progetto mi sposto, verso Nord, in attesa di un treno, o di una nave, o di un aereo, o semplicemente di qualcuno che mi chiami, e che mi dica…
Vieni qui…

Si diploma nel 2012 presso il Collegio Statale Uccellis. Di lui dicono che a casa studiava poco ma nonostante questo era migliore della classe. È  ancora amato da tutti gli insegnanti che lo hanno seguito. Già da giovanissimo faceva  teatro, scriveva molto senza troppe esibizioni, postava tutto su un blog in comune con un suo amico.
Nelle scritture giovanili del periodo italiano si può captare il forte disagio che Daniel prova quando parla del suo futuro, del momento in cui la decisione è dura da prendere. Penso però che il quesito è contemporaneo, non è soltanto suo, è una questione di politica italiana che nei giovani di oggi crea una insicurezza permanente:

…Vivo sul confine affilato tra i miei progetti e la mia indecisione –
la vita migliore è passata, resto io e la paura di offrire i miei vent’anni.
Chi li vorrebbe i miei vent’anni?…

Vorrei farvi notare come la riga delle sue poesie è larga, la frase ha un respiro lungo, la disposizione del verso è quasi narrativa, senza parlare delle lunghezze delle sue poesie che a volte superano due o tre pagine. In questo articolo, intere sue poesie non le vedrete. Soltanto alcuni frammenti scelti da me che ritengo molto ‘stuzzicanti’ dal punto vista letterario, anche se vorrei precisare che i testi poetici di Daniel hanno molto in comune con la narrativa. La descrizione dei particolari padroneggia il suo linguaggio, come se avesse paura di perdere qualcosa, quell’ istante che più che il tempo è qualcosa che lo colma; i testi sono pieni di teatralità, grammaticità ed ironia che si capta grazie a piccoli e costanti inserti:

…Ho un cassetto pieno di cartine geografiche spesse quanto i muri di casa mia.
D’estate entra il caldo, d’inverno entra il freddo, così non sono mai solo.
E sfoglio le cartine geografiche ed autostradali, con il dito viaggio intorno al mondo, ma non ho mai preso un treno.
Non c’è nessuna stazione, qui…

Si capisce che il ragazzo è in un momento di sconforto, ma nonostante tutto e tutti non dimentica mai di ironizzare su se stesso: “…sono molto di più, e molto di meno”. Sappiamo benissimo che sminuirsi ed autoironizzare paga sempre, e lui, nonostante la così giovane età, non ha paura di mostrarsi debole e confuso.
Quando decide di trasferirsi in Germania, a Monaco, parla abbastanza bene inglese, tedesco ed ungherese. Ma non perfettamente. Inizia a lavorare e in contemporanea legge in tedesco per approfondire la lingua. Questo gli permette di iniziare a studiare all’Università e nello stesso tempo prendere parte, sia come attore che come regista, alla ‘scena libera’ teatrale della città.

…L’ultima volta che sono salito sul palco.
È stato per poco.
Una piccola scenetta improvvisata.
Insieme ad una ragazza che fino a tre ore prima non conoscevo.
In una lingua che fino a tre mesi fa non conoscevo.
Il pubblico composto da altri attori, compagni nostri.
Un breve spazio di tempo per farli ridere, almeno quello.
Ci siamo riusciti. 

È ancora molto giovane. Ma la ricerca di se stesso non si ferma:

Io, penalizzato dall’inguaribile incredulità nelle vostre poesie.
Io, scrittore nei caffè, lettore senza biglietto nelle metropolitane.
Io, addormentato la notte tardi sui sedili dei mezzi pubblici.
Io, fiducioso nelle persone con cui poi non parlo.
Io, Italiano fallito.
Io, Ungherese mancato.
Io, aspirante Tedesco, ma neanche tanto.
Io, tutto questo, io, niente, non è importante.
Io, teorico del cambiamento della nostra generazione.
Io, praticamente anacronistico, come tutti gli altri.
Io, certo.
Io, forse.

L’ironia nella solitudine. L’ironia della solitudine. L’ironia e la solitudine. Sono due fattori poco concilianti. Sono opposti, rispingenti e poco abbinabili. La sua versione di solitudine è molto profonda, è una solitudine del decidere, dell’imporsi, di non ascoltare i consigli ma cercare le risposte nel proprio “Io”, di chiedere se esiste il proprio “Io” davvero, se dietro quell ‘“Io” non si nasconde nulla:

…I ridicoli sogni degli uomini soli.
Dal niente costruire il tutto.
Ma il niente che ti porti dentro rimane niente…

Simulazione del proprio pensiero e della verità, accentuazioni dei discorsi troppo seri per la sua età. Probabilmente Danijel è pronto ad affrontare la questione:

…Quando sono solo nel letto la notte –
non è la solitudine a farmi soffrire –
ma la consapevolezza di non avere null’altro da offrire…

Sono gli inserti improvvisi avvolti di una ironia quasi invisibile che fanno capire la grandezza di un pensiero unico completamente suo, che brulica nella testa del ragazzo ancora così giovane, che riesce sicuramente a sorprenderci con il suo laconico“di solito son solo, ma non fa male” o “essere soli richiede troppa fantasia”.
La convinzione di essere solo è totale. E non si tratta di una solitudine fisica; si tratta di uno stato mentale del  quale Danijel ha bisogno per vivere, per respirare e, naturalmente, per scrivere.
Fra i molti autori della letteratura mondiale uno che sicuramente ha lasciato una impronta ben visibile è stato Bukowskij… Captarlo nelle poesie di Danijel è stato sorprendente e non scontato. In alcuni testi si possono sentire le esagerazioni così care allo scrittore americano, come per esempio la questione dell’ alcool che in realtà non ha niente di reale tranne che la ricerca di controversare con il mondo a modo suo:

…Io sono dalla parte degli ubriachi.
Di chi beve benzina per ardere ancora.
Di chi cade per abbracciare la terra.
Le nostre radici ci rimetteranno in piedi, poi.
Siamo spiriti inquieti che si agitano tra mura troppo bianche.
Beviamo per aprirci il cuore, per pitturare di rosso queste pareti.
Beviamo per non capire più, per sentire ogni cosa dentro.
Bere è un mezzo, non un fine.
Bere per vedere come dovrebbe essere.
Per poi ricostruire a mente lucida cosa abbiamo sognato.
In sonni ebbri.
In sguardi ebbri.
In cuori aperti.
In passioni eterne.
Per dimenticare le parole.
Per ascoltare i nostri battiti scuotere il petto.
Per chi ancora sa ubriacarsi e sognare.
Salute!

La forte personalità di Danijel (e non so se lui lo sa) gli ha permesso (probabilmente, senza saperlo) di trovare una strada tutta sua, molto individuale:

…Penso sarebbe bello, colorare il mondo di bianco e nero, ed aprire mondi paralleli ad ogni dettaglio capitato per strada.
Penso sarebbe bello.
Per questo ho comprato una macchina fotografica.
Ora, non è una gran macchina fotografica.
Non è abbastanza vecchia da sembrare piena di vita.
Non è abbastanza nuova da farmi sembrare pieno di soldi.
Non è abbastanza cattiva da poter scusare le mie foto.
Non è abbastanza buona da rendermi per caso un professionista.
È una semplice macchine fotografica nera.
Che lascerò in borsa.
E tirerò fuori per qualche attimo ogni giorno.
La maggior parte delle volte, mi limiterò a guardarla.
Come se già possederla mi possa rendere migliore…

Nel suo archivio quasi non si trovano poesie d’amore. E se anche si riesce a trovarne alcune, sono poco liriche sicuramente. La teatralità padroneggia ogni suo pensiero, dove lui vuole essere un regista, uno sceneggiatore e magari anche il tecnico delle luci:

1.
…Questo non sono capace di spiegarlo, ma esiste l’attimo giusto
in cui chi volesse innamorarsi di me
dovrebbe entrare nella stanza
e sedersi sul divano
e sorridermi
e per quanto io possa essere sgraziato e poco adatto,
e per quanto lei possa essere sgraziata e poco adatta,
amarmi
un poco…

2.
…I suoi capelli mi pungono, mi sveglio.
Luce bianca d’inverno dalla finestra, oltre la porta a vetri.
Lei dorme ancora.
Le copro la gamba scivolata fuori dalla coperta.
La guarderei dormire, sarebbe romantico, ma resto a fissare il soffitto.
I soffitti sono sempre specchi di pensieri scomodi…

3.
…Riusciremo mai a muovere le labbra se non per morderci?
Eppure ammiro la forza che hai nell’appoggiare il dito sulle mie parole.
Sento tintinnare l’indifferenza delle posate gettate nei piatti attorno…

4.
…Son fatto di sogni e speranze e parole, nient’altro.
Mi sono rimesso a dormire abbracciato alla sua schiena.
Ed ora, al sicuro tra le mie coperte, tra il caldo tropicale di cui ho bisogno per scrivere, per mantenere le idee allo stato liquido, per poterle fissare su carta, ora guardo il soffitto, e lei mi dorme accanto.
Me l’ero immaginato in milioni di modi diversi, così no.
Ho la tendenza a proiettarmi sempre migliore di quello che sono.
In realtà sapevo sarebbe finita così, come finisce sempre.
Io con la mia solitudine di amori più grandi di me, da una parte del letto.
Lei con la sua solitudine di dolore, distrazione e distruzione, dall’altra.
Forse sono davvero rimasto troppo solo.
Ed ho dimenticato cosa significa fuggire…

Monaco non è un passaggio facile. Migliorare il tedesco che già parla, ma non abbastanza per scrivere; mantenersi nello stesso tempo facendo un lavoro che non ti piace; il distacco dalla famiglia, dai fratelli… Probabilmente in quel momento finisce la “poesia”. La scrive, ma meno e sempre meno. Le poesie diventano racconti anche se la struttura ricorda visualmente una poesia: costanti a capo lo fanno pensare. Ma è un’illusione. Il frammento che segue anche se letto come poesia manca di qualcosa, ad esempio manca di un po’ di ritmo e un po’ di poeticità. Infatti io chiamerei questo frammento un monologo:

“…La città della birra nel paese della birra. Beh, prosit. A me stesso, e alla sedia vuota. Bere da solo. Può anche succedere di peggio, immagino.
Bere soli, nei bar di Monaco.
Ordinare un bicchiere alla volta.
In forme e colori sempre diversi, la tazza bianca del cappuccino, il calice di vetro del vino, il lungo boccale della birra bionda da mezzo litro, il tozzo e robusto boccale della pinta di Guinness, il bassoe sottile bicchiere del whisky.
Uno alla volta, mi si avvicinano e si svuotano e ripartono verso le cascate dei lavandini nei bar di Monaco.
L’acqua lava via i pensieri rimasti sul fondo, scendono giù nello stretto tubo insieme ad altri pensieri di altre persone, scorrono verso un depuratore.
Inzuppare i tavoli di parole pensate, nei bar di Monaco.
Un dialogo con la sedia vuota.
Non è da tutti pensare per due.
Trovare per se stessi un argomento contrario.
O anche un gesto d’affetto.
Innamorarsi un poco di se stessi.
Nei bar di Monaco.
Il primo sorso è sempre quello più difficile.
Fortunatamente, io l’ho lasciato già qualche bicchiere fa.
Ed adesso procedo diligentemente al compimento del mio dovere.
Bere.
Da solo”.

Non so che rapporto ha Danijel ha con il Dio. Ho dimenticato di chiederlo a lui, mi è sfuggito. Mi piacerebbe approfondire meglio questo argomento. Magari nel futuro. Ma qualche passaggio utile lo possiamo trovare in questi due stralci poetici che ci fanno capire che lui non ha nessuna paura di esprimersi sul tema, che ha una visione molto profonda per la sua età e riesce a dire le cose che fanno di lui non più un ragazzo ma un uomo maturo:

1.
…Il portone decorato incombe sulla nostra figura –
siamo piccoli, e miseri, davanti ogni idea,
ed abbiamo paura di bussare,
paura di scoprire che è impossibile salvarci.
Il nostro dio è come noi –
senza patria –
ed il cemento benedetto c’innalza al cielo,
solo per allungare di qualche istante la caduta…

2.
…Andiamo, ora.
Ho visto le nuvole scendere sulla strada, aggrappate ai lampioni.
Ho visto pensieri salire verso di esse.
Fino a dimenticare ogni separazione tra cielo e terra.
Se dio diventa uomo, io vedo l’uomo, ogni uomo, diventare dio.
Ho cessato di vedere differenze tra me e gli altri.
Ho amato ed odiato tutti, me compreso.
Ho creduto e sofferto.
Ho perso ogni lotta e lacrima.
Mi sono svegliato una mattina…

Ho visto, ho visto.
Andiamo, ora.

E voglio finire con queste parole di Daniel probabilmente scritte non poco tempo fa e rivolte ai ragazzi della sua generazione, dove la sua maturità acquista una cifra ben precisa:

…Sparsi per il mondo, noi.
Un giorno verremo chiamati la generazione ritrovata.
Sento il sussurro delle innumerevoli penne che calano sugli innumerevoli fogli bianchi a creare la nuova letteratura…

Nel 2017 si trasferisce a Hildeseim, sempre in Germania, per frequentare l’Accademia di Arte Drammatica presso l’Università cittadina. E qua mi piacerebbe pensare che Danijel, probabilmente era già pronto per conquistare il suo posto nella letteratura vincendo il premio di Monaco con un presentimento, infatti scrive alcuni anni prima questa frase ironica e premonitoria:

“… Portai per un poco a passeggio le mie attese – poi, stanco, uscii dalla porta principale”.

          

Katsushika Hokusai, "Le cascate Amida" - in apertura "Il fiume Tama nella provincia di Musashi, dalla serie trentasei vedute del monte Fuji", MET Museum New York
Katsushika Hokusai, “Le cascate Amida” – in apertura “Il fiume Tama nella provincia di Musashi, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji”, MET Museum New York

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