L’ironia è una cosa seria, rubrica di N. Bondarenko: Di Lorenzo

Giacomo Vinci Scetticismo_risultato

L’ironia è una cosa seria, rubrica di Natalia Bondarenko: Francesco Di Lorenzo.

   

   

BENVENUTI! (Se vi va, naturalmente). Benvenuti nella rubrica che parla di cose serie: parla d’ironia. Perciò, benvenuti nell’ironia. Entrate dentro senza diffidenza e senza pregiudizi. Sorseggiate la leggerezza utile a nascondere (magari, per pudore) la profondità della vita, usate la vostra immaginazione e cercate di non prendervi troppo sul serio perché in questo spazio c’è posto per qualsiasi espressione ironica e anche quella, ancor più rara, autoironica: esagerata, colta, improvvisa, spumeggiante o docile e lirica. Niente satira però. Quest’ultima avrebbe bisogno di una rubrica a parte.
Benvenuti nello spazio dove non troverete mai le poesie di Sanguineti, Szymborska o Bukowski. «Vabbè», direte voi, «non sarebbe mica male?» Ma di loro è già stato detto/scritto tutto e anche di più. Infatti, non c’è niente di nuovo, nessuna novità sconvolgente, nessun miracolo letterario, niente di codificato come 2.0, perché la poesia ironica esiste da sempre. Ma c’è una percentuale minima di poeti che la scrivono. Perciò, benvenuti nello spazio di pochi, scelti… e viventi!
(Come vedete, la battuta vale non solo per i pittori…)

L’ospite di questo mese è Francesco Di Lorenzo.

Scrittore e saggista (anzi, prima di tutto un prof.) è nato a Napoli. Scrive da sempre poesie, ma non vuole essere definito un poeta e, credo, nessuna lusinga, più o meno abile, potrebbe fargli cambiare idea.
L’ironia dei suoi versi è talmente sottile ed intellettualizzata, che tutti i canoni ai quali siamo abituati, nel suo caso, perdono senso. A parte alcune poesie che io chiamerei “schizzi d’autore” o “sfoghi beneducati”, come, per esempio, questi frammenti:

Avranno successo di sicuro
le solite cazzate sparate dal delicato di turno.
Che non si capisce perché,
ma te lo ritrovi sempre davanti
che non sai decidere quanta intensità
devi metterci nel mandarlo affanculo.

oppure

E io ti dissi con la voce forte:
«E dai, che… fa qualcosa, muoviti,
non vedi che così non va?»

E tu rispondesti con la voce flebile,
donna e melliflua:
«E inutile che sbatti,
più di questo non posso darti».

Per il resto, la sua poesia (quasi quasi) potrebbe risultare una lezione infarcita di certi valori, (quasi) una piccola lezione di “buone e sane attitudini/abitudini”, dove l’uomo non teme di essere “messo in tasca” dalla donna, ma è lui stesso a volerlo, perché la bellezza fisica femminile in qualche modo fa diventare incoscienti (o quasi).

In alcuni casi l’ironia sottile e raffinata si accosta a voci dialettali o latine, prende la forma di una preghiera rivisitata, (o anche un riferimento iniziale all’Angelus, tra preghiera e redenzione, è solo lo spunto per dire come l’amore rigenera e rivitalizza, allo stesso modo di una fettina di limone che messa nel tabacco da pipa lo migliora, lo umidifica e aromatizza); a volte si accosta ad un gioco mutuato dalle poesie di Sanguineti, quello di mettere insieme più cose, spesso distanti e improbabili, per utilizzarle in contesti diversi; altre ci conduce ad un passaggio delicato e infelice come la fine di un amore, seppure colto, in un contesto di pura bellezza come il panorama del golfo di Napoli, che viene trattato con ironia, forse un po’ cattiva e inutile, ma pur sempre ironia. N.B.

*

Preghiera

Deh, last vichinga,
fungi me da orpello
alla tua moltitudine bellezza,
sei altissima in altitudine
e raggiungerti
e raggrupparti,
è la condizione maxima, dopo faticato,
serviti di me di gran lunga,
ridi anche di me,
(ormai)
io prosciugato, ristretto, disseccato,
nella tua borsa,
nel tuo portamoney,
sempre dietro di te,
nella tua tasca posteriore
sinistra.

***

L’angelus vecchio
inaspritosi nell’aridità del limone
è scivolato nel tabacco da pipa,
e che aroma,
e ti ringrazio pure adesso,
ora che sicuramente si è ammorbidito,
e che aroma nelle narici,
e poi credimi, il cuore
è forte, (anzi) è folle.

Ti posso, sicuramente
assicurare ora, e per sempre
(spero),
oggi che è bello, perché,
(senti), in fondo voglio dirtelo:
«io, sicuramente e per la prima volta
I love-ti voglio»,
ed ha fatto tutto un occhio, credi.

***

Occupati di me.
Ti farò vedere quel cineforum dietro quel bar,
con le sedie scomodissime,
dai,
ti farò leggere Sesso e carattere di O.W.
a settantacinque anni e il carattere del sesso.
Leggerai anche,
(se vuoi),
il carattere delle mie mani snodabili, poi,
ti farò ridere con quella battuta
sentita sulla circumvesuviana di quel veneziano
che disse alla signora seduta accanto che il pollo
che portava nella borsa, con la testa fuori,
non era buono per mangiare
perché era crudo. Inoltre,
ti farò vedere il sole dai miei occhiali rotti,
e ti regalerò pure una penna tutta verde
comprata apposta per me.
Occupati di me, dai,
ti dirò anche altre cose, sai?

***

Che strano!
Ti ricordi?
Quella grande macchia azzurra dalla balconata del mondo?
Era mare
ed era tardi (forse)
comunque tu dicesti che dovevo cambiare.
Avevi ragione probabilmente.
E mentre io ridevo nevroticamente toccato,
tu dicesti ancora, seria, che io non avevo poesia. Che bello
poterti contraddire,
ora,
ti scrivo,
una poesia.

                 

Giacomo Vinci, "Vecchio Stile" - in apertura "Scetticismo"
Giacomo Vinci, “Vecchio Stile” – in apertura “Scetticismo”

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