L’ironia è una cosa seria, rubrica di N. Bondarenko: Lugano

Alberto Cini, tecnica mista

L’ironia è una cosa seria, rubrica di Natalia Bondarenko: Bruno Lugano.

   

   

BENVENUTI! (Se vi va, naturalmente). Benvenuti nella nuova rubrica che parlerà di cose serie: parlerà d’ironia. Perciò, benvenuti nell’ironia. Entrate dentro senza diffidenza e senza pregiudizi. Sorseggiate la leggerezza utile a nascondere (magari, per pudore) la profondità della vita, usate la vostra immaginazione e cercate di non prendervi troppo sul serio perché in questo spazio c’è posto per qualsiasi espressione ironica e anche quella, ancor più rara, autoironica: esagerata, colta, improvvisa, spumeggiante o docile e lirica. Niente satira però. Quest’ultima avrebbe bisogno di una rubrica a parte.
Benvenuti nello spazio dove non troverete mai le poesie di Sanguineti, Szymborska o Bukowski. «Vabbè», direte voi, «non sarebbe mica male?» Ma di loro è già stato detto/scritto tutto e anche di più. Infatti, non c’è niente di nuovo, nessuna novità sconvolgente, nessun miracolo letterario, niente di codificato come 2.0, perché la poesia ironica esiste da sempre. Ma c’è una percentuale minima di poeti che la scrivono. Perciò, benvenuti nello spazio di pochi, scelti… e viventi!
(Come vedete, la battuta vale non solo per i pittori…)

Il primo ospite della rubrica è Bruno Lugano di Lucca, che quest’anno ha pubblicato il suo nuovo libro “Nel rovescio del perdono” (Marco Saya Edizioni). Ho iniziato a scrivere due righe su di lui, ma poi, sfogliando le pagine di Google ho trovato, in un blog di poesia, l’autobiografia di questo poeta che mi ha lasciata di stucco. Davanti ad uno scritto come questo qualsiasi altra presentazione perde il proprio valore. N.B.

Bruno Lugano – autobiografia

 «Sono nato a Viareggio il 20/02/1941.
1545968_253517844812591_189620414_n-2Mia madre era venuta lì da Lucca perché papà l’aveva sbattuta fuori di casa per colpa mia.
Fui dato a balia alla famiglia di un netturbino siciliano e vissi i primi due o tre anni di vita dividendo il lettone con le loro sette bambine.
Non ricordo nulla ma deve essere stato il tempo più bello della mia vita.
So che mi volevano bene. Ero il maschio che desideravano: lo chiamavo papà. Ho partecipato alla seconda guerra mondiale che avevo due anni: un giorno a Lido di Camaiore ci fermarono i tedeschi perché avevamo del sale sul carretto.
Ricordi riportati a me dal mio papà anni dopo.
A tre anni mia madre mi mise all’infanzia abbandonata di Viareggio in cambio di un bell’altare di marmo pagato dalla signora presso cui era a servizio saltuariamente.
A undici anni passai alla colonia agricola di Mutigliano. Uscito a 19 anni.
A ventidue anni in Australia a fare di tutto.
Ora ho settant’anni tondi tondi.
Come tutti ne ho passate tante ma mi à parso di aver vissuto poco.
Quando attacco a parlare non finisco più; ma di me malgrado parli sempre di me, non saprei dire granché.
Ho cercato di evitare responsabilità ma non gli entusiasmi perché avevo nervi fragili e presunzione divina.
Ho due figli. Vivo solo da dieci anni. Sono pensionato, un po’ del vecchio biblico che mi aspettavo.
Passeggio, cucino, sopporto depressioni stupide e meno stupide, e faccio solo quello che fa apparire un po’ di anima.
Non cerco nessuno, nemmeno il dottore.
Appena me la sento prego. Se ho un po’ di forza mi viene la poesia.
Vado a letto presto, se ho ancora forza prego e cerco di addormentarmi.

Non sono tutto qui. Anche se vorrei essere tutto qui.»

 ***

Adoro l’ironia.
Tutti ne parlano bene,
io non la conosco.
Ma mi piacerebbe conoscerla.
In giro non si vede,
cioè, se ne vedono delle copie.
L’originale deve essere in qualche galleria d’arte
o nella cassaforte di qualche riccone.

***

Mi hai lasciato d’estate, per fortuna!
C’erano le foglie degli alberi,
la luce mi sovrastava.
Mi hai lasciato drogato di zuccheri incomprensibili.
Che fortuna quel dolore quasi dimenticato!
Ho potuto rivedere il dolore vero.
La paura di essere indifeso e povero.
L’ansia delle solitudini passate si è fatta chiara.
I sospiri hanno singhiozzato tutti insieme in me.
Finalmente il sangue è naufragato nella sua ebollizione.
Vorrei essere degno di ciò che sento nel dolore.
Ma subito ritrovo il ritmo viziato,
l’intelligenza sensuale,
il dolore ricomposto facilmente da sospiri meno violenti.
E sembra audacia andare contro le serietà intraviste.
I sospiri compagni del dolore,
li ritrovo rammolliti nei sospiri amici della ragione.
Ma mi sospira oscenamente un male elementare,
avido della mia struttura finale.
E’ tutto un cadere e volare di angeli che partono dai miei occhi,
che fabbricano ingenuità ardite e vergognose.
Purtroppo non riesco a serbare niente del dolore.

Torno a sentirmi affascinante!

***

Un po’ non ho saputo
Ma molto non ho potuto
Dimostrare gran che
Mi sarebbe piaciuto gareggiare in sensibilità
Fare a gara a sorpassarsi in delicatezza
Ma è andata così
Quando avrei potuto non ci sono riuscito
Anche se non costava quasi nulla
Quando non potevo ci sarei riuscito

Anche fosse costato tutto quanto.

***

Ho disboscato tutto.
Non c’è rimasto un cespuglio in me.
Solo mucchi di legna ancora viva,
e cieli illustri diffusi sopra di me.
Ho sperato in grande,
 ma era tanto tempo fa.
Ora incespico dovunque.

***

Che meraviglia!
Stanotte non mi è uscito nemmeno un verso.
Ho dimenticato persino le preghiere della notte.
Ho dormito soltanto.
Senza un tarlo di fastidio e una proiezione insonne,
Ho lasciato perdere con l’invasione nel mio mappamondo
di pigiare tutto nella ragione o di distribuirla in tutto.
Sono entrato nella vacanza senza accorgermene.
Ma non so come conosco già i luoghi da visitare
dopo non averne conosciuti tanti visti e rivisti.
Sentire che hai appreso bene il giusto distende.
Praticamente sono orgoglioso delle distensioni che raggiungo.
Perché ci si potrebbero distendere tutti come fossero le loro
la familiarità con le ragioni che svicolavano è il clima che preferisco.
Vorrei scomparire in un offerta leggera,
ma non è ancora il momento.
Ho troppe scuse ancor più leggere da fare.
Sento quello che va lasciato in cuore,
che resiste alle lusinghe del verso e della manifestazione.
Sembrerebbe il rossore puro della mia pienezza.

                               

Alberto Cini, tecnica mista
Alberto Cini, tecnica mista

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