Londra: i giorni della volpe, di Giovanna Iorio

Il bacio della pantera, Jacques Tourneur, 1942

Londra: i giorni della volpe, di Giovanna Iorio.

    

     

25 giugno 2017

casa2Primo giorno a Londra. La casa è luminosa ed entra tanta luce. Sono innamorata delle finestre e del cielo che si vede da ogni angolo della casa. Il giardino ha bisogno di un po’ di lavoro ma è già splendido così, con due alberi di mele e cespugli arruffati e sconosciuti. Nei prossimi giorni pianteremo fiori e le erbe aromatiche che mi hanno regalato gli amici prima di partire. Tutte le nostre cose arriveranno fra qualche giorno e ieri sera quando abbiamo detto “buonanotte” ci ha risposto l’eco. Dormiamo sul pavimento di legno con i sacchi a pelo. E’ come un bosco e io aspetto l’alba. Mi alzo e vado in cucina. Nel giardino silenzioso ci sono le buche delle volpi e due scoiattoli sulla staccionata. Tante cose nuove… piano piano.

    

1 luglio

Una settimana di Londra.
Tutte le nostre cose sono arrivate, manca solo il mio gatto, Sartre. C’è stato un contrattempo ed è in ritardo. Parte domani notte e spero che non si spaventi troppo. Non vedo l’ora che ci sia anche lui con noi. Spero che mi riconosca e che mi voglia ancora un po’ di bene.

     

6 luglio

londonHo una nuova amica. Una volpe. Tutte le mattina, all’alba, quando scendo in cucina lei appare in giardino. Appare all’improvviso sulla staccionata, se ne sta immobile e mi fissa. E’ una gioia improvvisa e misteriosa. Non so neppure io perché la volpe mi riempia di gioia. M’illudo di essere venuta a Londra solo per incrociare questi occhi. Guardare una volpe negli occhi mi fa bene. Ed è una cosa che ho scoperto ora. Sento di essere visibile alle creature invisibili e invisibile al resto del mondo.

      

22 luglio

Quattro settimane a Londra. Grazie a tutti quelli che finora con un sorriso o un messaggio mi hanno alleggerito le faticose giornate. Si sa, Facebook è il posto delle condivisioni di quello che va bene. Tutto il resto è la vita vera. Sono grata anche a Sartre, sì al mio gatto, ce l’ha fatta e quando la sera torno a casa mi aspetta come sempre alla porta. E se sono triste, come a volte capita, gioca a nascondino sulle scale. Perché lo sa che il sorriso è uno scudo lieve.

     

15 agosto

londra_scarpaSotto la mia finestra passano poche persone, e soprattutto sono quasi sempre silenziose. Tranne un ragazzo, che parla al telefono. È italiano. È la terza volta che lo vedo. Vive anche lui in questa zona. Ha la busta della spesa e sta tornando a casa. Parla forse alla sua ragazza in Italia, le racconta cose divertenti che accadono a lavoro. La fa ridere, forse. Ha il tono allegro e leggero. La lontananza ha bisogno di mille aneddoti. Ricordo che io raccontavo a mia madre dettagli insignificanti, quando vivevo a Glasgow: il colore di un cappello, la voce di un tram, il disegno della pioggia sul vetro. È questo che aiuta a non sentirsi soli: raccontare i piccoli, insignificanti dettagli avvicina. E anche ridere insieme, per smascherare la trama del nulla.

     

28 agosto

Bank Holiday a Londra. Un delizioso sole avvolge la casa. Sono nella stanza da letto, ho messo un tavolo sotto la finestra, una piccola barca di legno dentro un mare di luce. Sono tornata alla traduzione e ogni frase è una danza inafferrabile. E brilla questo fiume di parole sotto un sole accecante. E’ la luce che cambia il corso dei fiumi, ad ogni istante.

    

4 settembre

londRA-PIOGGIAStanotte è tornata l’insonnia. Mi sono messa ad ascoltare il quartiere, nuovi rumori e silenzi. E allora ho sentito le volpi, graffiare l’asfalto nella corsa, e un silenzio di case addormentate. Ho pensato che cambiare città e casa vuol dire anche nuovi silenzi, ancora indecifrabili. E poi mi sono alzata e ho guardato dall’ampia finestra i tetti e le case. Molti avevano lasciato luci accese e le camere mute avevano qualcosa di vivo che mi ha tranquillizzato. Il sonno è arrivato con la pioggia. La volpe è apparsa in mezzo alla strada, mi ha guardato negli occhi e per un po’ siamo state solo noi due al mondo. Sono tornata a letto e una leggera musica sui vetri mi ha cullato fino all’alba. Ora la luce è bianca, sembra di latte. Buongiorno Londra.

     

20 settembre

Stamattina sono entrata in una farmacia per comprare lacrime artificiali. Abbiamo avuto, con la commessa, una conversazione piuttosto surreale:
– Come posso aiutarla?
– Vorrei comprare delle lacrime.
– Quali in particolare?
– Non so, è la prima volta che le compro.
– Le faccio vedere – (mette sul banco diverse scatoline).
– Sono in difficoltà, quali sono le lacrime più naturali tra queste?
– In che senso «naturali», sono lacrime artificiali.
– Certo, io però vorrei quelle meno artificiali, più simili alle lacrime vere.
– Le ripeto, sono lacrime artificiali. Non vendiamo lacrime vere.
– Certo, mi scusi, mi sono spiegata male…
– Di nulla, comunque io comprerei queste, se mi permette – e indica una delle scatoline.
– Perché? Sono più vere?
– No, ma la scatola è carina.
Le prendo. Poi esco. In tasca ho lacrime artificiali in una bella scatolina azzurra… e sul viso un grande sorriso.

    

23 settembre

casaSabato è il giorno della lentezza. Mi sveglio presto e aspetto il sole. Ho finalmente il tempo, e l’energia, per riprendere lavori di scrittura interrotti. Scendo in cucina e spero di vedere la volpe. Sartre mi chiede carezze, il cielo si scrolla di dosso il buio, un velo alla volta. Di solito ascolto i suoni di altri risvegli ma oggi c’è un profondo silenzio. Cerco di ricordare se ho sognato qualcosa. Ancora nei sogni mi capita di vagare per Roma, sono nei vicoli della città, soprattutto cammino, il fiume scorre muto accanto a me e nulla è cambiato. Ma stamattina non ricordo i sogni e il silenzio non si rompe. Ancora le case non lasciano trapelare alcun suono. Il bambino, che a volte piange oltre la parete, nel buio, non fa i soliti capricci. Dorme?
Non so scrivere circondata da questo silenzio. Esco a comprare il latte. Ho in mente anche un dolce, me lo ha chiesto ieri Rebecca. È una specie di girandola di soffice pasta frolla che si mangia un pezzetto alla volta. Lentamente. Vedo poche persone per strada, e anche loro appaiono più silenziose del solito. Mi torna in mente la trama di un racconto che avevo pensato di scrivere giorni fa: L’uomo muto. Poi un improvviso rumore famigliare, come una voce antica. C’è un ragazzo seduto davanti alla Metro, chiede monete ai passanti. Quel rumore che mi ha fatto trasalire non è la sua voce ma le sue dita che frugano una busta di plastica: dita lunghe e magre che cercano di afferrare un panino. Mi sono ricordata delle mani di mio padre. La mattina si svegliava presto e tastava una busta di plastica in cerca delle medicine giuste. Era il primo rumore nella stanza. Anni addietro anche la madre di mia madre si svegliava all’alba e subito prendeva una busta di plastica dall’armadio. Lei là dentro chissà perché ci teneva i suoi indumenti puliti. Sembrava che non avesse una casa. Li prendeva e li portava fuori dalla stanza, andava in bagno dove si lavava indisturbata con un lungo rituale. Il sole non era nemmeno spuntato e lei già frugava. Anche mio padre era diventato una specie di mendicante, con la sua busta bianca di medicine da prendere una alla volta dall’alba al tramonto.
E così ora credo che stamattina sono uscita all’alba in cerca di questo rumore. Ho comprato un cappuccino e un muffin al giovane amico con la sua busta bianca. «Thank you!». Posa il muffin nella busta bianca. Buona giornata.

     

7 ottobre

tramontoA volte penso che vivere è essere testimoni di luminose epifanie. All’improvviso tutto è luce. Tutto ha senso. Per un istante le persone appaiono. Bianco. Bianco. Urlava mio padre prima di morire. La luce è il segreto più grande.

     

15 ottobre

Quando incontro un italiano qui a Londra lo vorrei abbracciare. E spesso accade. E non perché sembra triste o io sono triste ma perché entrambi sappiamo cosa ci manca e cosa non ci manca dell’Italia. Ed è una cosa talmente evidente che non servono parole. Solo abbracci. L’altro giorno ho sentito due ragazzi parlare, stavamo in una pizzeria. Uno dei due tornava in Italia, a Roma, finalmente con un contratto indeterminato. L’altro amico restava ancora a Londra. Gli ho fatto gli auguri e poi sono andata via. Però poi sono tornata perché mi sono detta: questa è una bella storia, allora gli ho comprato una cioccolata per augurargli bene. “Mi hai aperto una voragine nel cuore” ha detto il ragazzo che resta. L’altro mi ha abbracciata: “Anche tu hai fatto bene. I tuoi figli qui staranno bene. Brava.” E ci siamo salutati così, con un abbraccio, come vecchi amici. Partiva oggi, per la sua nuova vita a Roma. Forse è già atterrato. Buona fortuna!

     

16 ottobre

lamiavolpeMi sono svegliata all’alba per lavorare e tra i cespugli, in giardino, ho visto la volpe addormentata. Era arrotolata come un grosso gatto, la coda intorno al corpo sembra una sciarpa avvolgente. Guardare una volpe che dorme è un’esperienza mistica: la volpe ha trascorso tutta la notte nell’oscurità a caccia di prede. Lo avverti che quel corpo agile che ora riposa sotto i tuoi occhi ha fatto parte del buio, ne ha animato ogni fibra con il suo guizzo rosso. La osservi, con lo stupore di sempre, ne senti quasi il respiro, è accanto a te, ha scelto l’aiuola tra le mele cadute, sopra un cuscino di erba alta e verdissima. Pensi che tutti dovrebbero vedere una volpe che dorme, prendi il telefono e pensi di fare un video per condividere il suo sonno. Ma poi ti fermi, ci ripensi. Ti rendi improvvisamente conto che il sonno di un animale selvatico è sacro. Non va oltraggiato. Allora resti a vegliare la volpe, come un tempo hai vegliato il sonno dei figli addormentati. Poi il sole sorge e quel corpo si accende sotto la luce nuova. E’ un momento benedetto. Benedetta la luce che illumina la volpe, dopo una notte buia e silenziosa. Ora gli uccelli possono cantare. La volpe scompare, silenziosa come sempre, dietro una siepe.

*

in apertura Il bacio della pantera, Jacques Tourneur, 1942

 

One thought on “Londra: i giorni della volpe, di Giovanna Iorio”

  1. Grazie Paolo Polvani per l’invito e l’opportunità di condividere il mio diario londinese.
    Le foto sono scatti sempre fatti da me in questi mesi di meraviglia e silenzio.
    Un caro saluto ai lettori di Versante Ripido, a Claudia Zironi e a tutti i collaboratori.
    Giovanna

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