L’ospite indocile di Lucianna Argentino, note di Angela Caccia

Ingmar Bergman, Persona 1966 (bibi)_risultato

L’ospite indocile di Lucianna Argentino, Passigli ed. 2012: quel salto pieno nella vita, note di Angela Caccia.

    

   

Nel leggere poesia scattano alcune dinamiche tipiche del traduttore: all’inizio sei tu ad ospitare intimamente l’autore; se poi il verso ti prende, lentamente, quasi inconsapevolmente,  vai ad abitarne l’anima: in un libro. È allora che si avvertono i silenzi del poeta, il verso assume il ritmo di un respiro, la parola il timbro di una voce.
Questo l’effetto della buona poesia: un incantamento, e l’intimo e vano desiderio che quel libro abbia braccia per ricambiare il tuo di abbraccio.

Un tipo di poesia che equivale a “saperne scrivere”, potenzialità mai scontata negli addetti ai lavori: si acquista in una specifica qualità del tempo, quella che frutta esperienza e, nel tempo, si fa saggezza.
Mi è d’obbligo una piccola digressione: lo stile dell’anatra – teoria esposta da Raffaele La Capria per una buona narrazione – vale due volte, a mio avviso,  per il poeta che non ha i tempi distesi della prosa: il verso dovrà avere la leggiadria dell’anatra mentre scivola sul letto del lago, nessuno, tra quelli che la osservano, saprà mai – né potrà immaginare – quale il lavorio delle sue zampette sott’acqua.

 Il libro di Lucianna Argentino, è libro di grande esperienza, liriche che sanno, ormai, come attivare nell’intimo del lettore i sensi che, per quanto fallaci, sono gli unici umani recettori

 (pag. 8)

Le chiacchiere della ghiaia
nei giardini e il nasturzio
all’ombra della parola
slegano il tempo dall’abituale rito
e lo consegnano a una nascita fragile
senza doglie.

A pag. 18, fotogrammi di un ricordo, dove il grande traghettatore – da re-cordare : riportare al cuore – sa come risvegliare dolcezze

 Sembrava facile pensare che potesse essere tutto lì.
C’era il sole, il vociare del vento,
c’era l’infanzia con le altalene a filare il tempo,
c’erano i prati, gli alberi, il loro verde
materiale e mutevole e c’era un poco d’ombra
per non socchiudere troppo gli occhi.
Sembrava facile, sì, pensare che potesse essere tutto
in quella luce a strati,
nel desinare chiaro della rondine,
nel lavorio della formica, nella liturgia della morte,
nella sua sonora pietra. Felice di nulla edificare.

E ancora da pag. 38

Arrivarono le campane
a siglare l’inizio di maggio
e poi di nuovo la buona stagione
a sciorinare pistilli e spore
nei parchi allevati dall’infanzia
a ciuffi d’erba e pinoli
a sassolini e terra nelle scarpe
e formiche e luce tra i capelli.

 Un pensiero a parte meritano le liriche  di fede, o meglio, liriche in cui la parola si accosta, come può come sa, al Mistero, e lo scintilla.
Il vuoto in cui si sostanzia la preghiera, il pregare: spazio dovuto a Dio perché lo riempia di sé:

 da Pag. 25

Stasera è Dio a pregarmi
d’ascoltare ciò che sta nascosto,
ma già mi ci provo
mi ci scrosto l’anima
come Teresina gratto i muri santi
il sacro del mondo.
Di più, ha insistito,
ancora più ascolto
più profondo ancora
ancora più obbedienza;

Così delicata la lirica alla parabola del Figliol prodigo: in quella “voce rimasta a vibrare/in qualche punto indeterminato” il motivo e la spinta del suo ritorno al Padre (pag. 53)

Andava incontro al padre
lo rimetteva al passo,
al presentimento postumo.
Fate presto, fu ciò che in ultimo
udì da lui – vero di voce.
Voce rimasta a vibrare
in qualche punto indeterminato,
catturata dove la memoria
non è questione di sinapsi e neuroni
piuttosto del moto armonico semplice dell’amore
che tiene alto il coefficiente di correlazione
tra i vivi e i morti.

Su ogni pagina grava lo stesso filtro da cui distillare l’intero libro –  per poi accorgersi che tutto è essenza ed è rimasta nel crivello –: il perché la Nostra scriva

 Da pag. 26

Scrivere è togliere spazio al male,
è addomesticare la paura
che torna selvatica a ogni respiro
è tentativo di conoscere
se nella radice dell’albero dimorano
necessità e libertà,
se sul suo tronco è la misura
di altezza e statura,
se nella sua chioma nidificano
verità e verosimiglianza,
adesso che so stare sotto la sua ombra
lo svantaggio umano.

 Se nell’opinione comune, la più inflazionata e la meno discussa/rischiosa, poesia è voce di emozione, in questo libro l’emozione si fa carne:

… è la fonte principale della presa di coscienza. Senza emozione non c’è trasformazione delle tenebre in luce, dell’inerzia in moto. […] Un complesso è realmente superato soltanto quando lo si è consumato vivendolo fino in fondo… (1)

 Al poeta che si lascia consumare dalla sua stessa poesia in quel “salto pieno nella vita” (pag.31), si riconosce una congenita generosità: partecipare a noi e al mondo, il dono di viverla fino in fondo per poi condividerne i più intensi bagliori. AC

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 (1) Carl Gustav Jung, citato in John Weir Perry, Emozioni complessi relazioni, in AA.VV., Anima – Per nascosti sentieri, Moretti e Vitali, 2001, pag. 186.

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5 thoughts on “L’ospite indocile di Lucianna Argentino, note di Angela Caccia”

  1. grazie all’autrice di questo pensiero critico perché con il suo giudizio così chiaro sa invogliare il lettore a conoscere la poesia dell’ Argentino, e questo, per me, è lo scopo che si dovrebbe sempre avere recensendo un libro di poesia.

  2. Complimenti all’autrice per l’ottima ed essenziale analisi del libro di Lucianna Argentino, un libro intenso e bellissimo, dove vita, poesia ed emozione si conciliano perfettamente.
    Complimenti a Lucianna e ai suoi versi!
    saluti
    monica

  3. Ringrazio di cuore Angela Caccia per questa sua lettura del mio “ospite indocile” di cui, con pochi ma intensi tratti, è riuscita a tratteggiare il volto. Saluti cari.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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