Madrigne, testi de La compagnia delle poete

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Madrigne, testi de La compagnia delle poete.

    

     

da Madrigne

     

(…)

Non so perché questo filo che lega stringe.
A vecez no deja dormir / a volte non lascia dormire
Diviene corda che tutto rammenda
hilo que no deja caer / filo che non lascia cadere
ett snöre runt livet / un filo attorno la vita.
Ecco come si vive da sopravvissuti
ancorati
come le scarpe di Magritte
i tus imàjenes son las mias / e le tue immagini sono le mie.
Nella notte non distinguo ciò che fu
mi sueno, tu sueno / mio sogno, tuo sogno
mi estar / mio stare.
Così passano i giorni en la distancia / nella distanza
som barn när dom leker / come bambini quando giocano
senza accorgersi.
Nel gioco del stare o non stare.
abbiamo scelto la cosa più probabile.
Nel cielo
gli stormi
non eravamo noi.
Da tempo abbiamo smesso di viaggiare
stanchi.
Ma ecco la corda di nuovo si tende, stringe
chiede
vad är du? Hur dör man utan skugga?
Chiede. Dove sei? Come si muore senza l’ombra?

 … (Candelaria Romero)

Sarò
ceneri libere
e nessun frammento saprà più degli altri,
sarò nell’aria e nella terra
a nord e a sud
nel bianco
nel nero
nell’azzurro e nell’oro
scenderò
sempre più antica
fino all’inizio del mondo

… (Livia Bazu)

Mihaljevac è il luogo dell’attesa, la mia
e di Romain
contando e ricontando gli otto, i quindici
ed i quattordici che non ti riportano a casa.
È la visione dei soffietti – solo per l’otto;
due vagoni – è il quattordici, mammina?
e quello piccolo che sbaglia rotaia è il quindici,
non ci interessa e si vede
       -subito -.

La salita per me inizia dal market di Lovćenska:
dico a tutti è facile, uguale ad amore, ma
solo per le prime tre lettere…



Al cimitero certo a piedi non ci arrivo e
sto attenta alla curva cieca, alle sue
macchine
e medito su di noi, mentre sento la fatica
nelle gambe (spesso anche sulle spalle,
scimmietta oblige).
Disperazione e speranza sono strane
compagne di strada
cui nemmeno la magnitudo dei
cedri atlantici dà sollievo.
Annuso tendine trasparenti e gatti imprigionati
di altre case,
altrui ricordi.

Quando vedo la catasta di legna ci siamo:
(se vecchi frigoriferi e caldaie arrugginite
ostacolano i margini vuol dire che è mercoledì)
i Karlušic sono – al solito – invisibili.

Sommersa da pacchi e scatoloni, lo odio
quel
cancelletto e sbaglio sempre le chiavi
di casa.

Ma ho tutto il tempo di correggermi,
ché tanto nessuno viene ad aprirmi mai.

Quando verrò (Jacqueline Spaccini)

Le pulizie dell’universo
possono durare anche un giorno

la mattina dedicata a spostare
il pomeriggio approfittando del vuoto
e la sera la sera la sera

dopo un giorno niente sarà più come prima
quel tal giorno

Ménage (Mia Lecomte)

“queste cose finiscono col prendere una certa curva” –
e allora che fai alla fine della curva?
scendi, s’intende, o meglio,
ti fanno scendere, poni il piede in un punto isolato
un paesaggio vuoto e scolorito, spaesata
ti guardi attorno e non trovi nessun
orizzonte, nessun asse a cui riferirti solo
infinite sospensioni di tempo
e spazio senza direzione da seguire,
se non indietro
dove non puoi, non vuoi andare
benché ogni fibra del tuo corpo
sia rivolta
a quel magnete.

La curva delle cose (Brenda Porster)

Sulla punta delle mie scarpe
C’è un mondo intero.
Lo osservo incredula
E mi chiudo sotto le stringhe
Slacciate.
Sulla punta delle mie scarpe
Ci sono le tracce del dolore
Quotidiano.
Lo conservo come muschio
Sotto il cipresso verde.

Sono ferma con la mia pala.
Immobile.
Scruto le condoglianze dei famigliari.
Sulla punta delle mie scarpe
Ci sono le gocce di rugiada
Mattutina.
Come se le mie scarpe piangessero
Un altro morto.

Sulla punta delle mie scarpe (Sarah Zuhra Lukanic)

porto con me la fine
trovata in tasca
un giorno di novembre
e d’allora per gioco
me la infilo
come museruola del respiro

(Eva Taylor)

C’è giusto un’urgenza
di uscire dal corpo,
dal camino o dalla bocca,
le orecchie sono per lo spleen,
e le narici hanno vista sul vuoto,
c’è giusto un’urgenza
di trovare la ferita d’emergenza.

… (Laure Cambau)

Avec l’été enchevêtrée dans l’air brut d’automne
con l’estate aggrovigliata nell’aria grezza d’autunno

Je n’effeuille que les galets de mon lit en crue
Non sfoglio altro che i ciottoli del mio letto in piena

You can come now or never
Puoi venire adesso o mai

Attendre encore
Aspettare ancora

Y quizáz nunca mojar los pies en el deshielo
E forse mai più bagnare i piedi nel disgelo

Non saprai nulla di me
Solo ruggine
Come sangue lungo le spiagge erranti
Lungo i vicoli
Lungo le praterie delle mie migrazioni

You will find me at the end of my identities
Mi troverai alla fine delle mie identità 

Beyond my impersonations
Oltre le mie usurpazioni

Je suis ce que le vent sème
Sono quel che semina il vento

Et je pousse pour ne pas sécher
E cresco per non prosciugare

Fed at the roots by manure
Le mie radici nutrite di sterco

Entrenida pas moscas aburridas
Divertita da mosche annoiate

Migrazioni (Barbara Serdakowski)

: e non riesco
a ricordare dove inizia
e dove finisce
l’imbastitura,
l’album con i ritratti
allineati e pazienti
per anni,
fino a cedere

…(Prisca Agustoni)

Traslocare fa un effetto goffo,
scatole chiuse, lettere non lette,
libri creduti, appunti persi,
e polvere al posto del respiro.
E quei fiori vogliosi sulle tende
sudice patacche,
colpe d’acciaio mai ammesse.

Come si fa a trasferire quel divano?
Chiamalo piuttosto catafalco,
un Gòlgota imbottito di rimpianti
stupido, sgraziato, difettoso.
Non si alza mai in piedi,
non accoglie gli ospiti,
non ha maniere.
Ora di buttarlo.

Traslocare (Helene Paraskeva)

L’usuale nicchia
che abbraccia sempre ossa
e ceneri.

Ogni volta c’è meno
spazio per morire.

…(Begonya Pozo)

Insieme in fila e quell’attesa
di un visto valido per il viaggio
Timbro di ogni incubo rimedio
Un desiderio non si può toccare
Che ne so del mondo occidentale
In questa casa respiro con fatica
Mio padre non è più con mia madre
è forse il momento di partire

Vai, sorge per te la città stasera

Non hai che un lavoro da boyesa
Assieme inseguiste una chimera
Non cerchi tra gli uomini fortuna
Trovare, oltre l’anima, tesori
Che ne sai del mondo occidentale
Chi ti riparerà nella bufera
Gli anni si affinano in fretta
Vuoi un marito vecchia maniera

Vai, sorge per te la città stasera

Su quante parole contava allora
Baruuko, baasto, bikeeri
La sua voce un poco distorta
Matrimonio e auguri sinceri
Che ne sa del mondo occidentale
Di un uomo che perde i suoi ruoli
Sarà lei a comprargli i vestiti
E domani inizierà meglio di ieri

Vai, sorge per te la città stasera

Vai, sorge per te la città stasera (Cristina Ubax Ali Farah)

Mi sento europea perché mio padre mi narrava storie dei leoni di pietra
che vegliano sul ponte Lanc Híd
il ponte delle catene di Budapest

Mi sento europea
perché nei pomeriggi ambrati zagabresi
mia madre sgranava le note di Grieg e di Pergolesi
con la stessa dedizione con cui sfornava i domenicali Roastbraten
e gli struccoli di ciliegie fumanti
colmi di staubšećer

Mi sento europea
perché ho letto Kafka in cirillico e Đilas in inglese

Perché di venerdì ci toccava il piatto di tagliatelle con semi di papavero
uno strazio vero per ogni bambino mitteleuropeo.

Perché sognavo il Far West come tutti gli adolescenti d’Europa

Perché conobbi la sorte di Imre Nagy
per noi, il simbolo di un’Europa sconfitta

Perché ripudio il nazionalismo come mestiere e come estro

Perché rammento il giorno che in una Roma rossa di garofani
incontrai Rafael Alberti e Dolores Ibaruri.

Mi sento europea
Perché varco i confini considerandoli soglie e non più frontiere
Sentendomi a casa nel Mondo
Mondo – Europa,
Europa – Casa.
Ma mi sbaglio forse.

Alcune ragioni minime per cui mi sento europea (Melita Richter)

Dopo la notte, il giorno;
dopo il caso, il passo;
dopo il prima, il dopo,
e dopo il dopo? Cosa?

Forse il nulla o il tutto,
forse il pensiero eterno,
richiamo errante. O forse
da capo al fine, allegro.

Cosa importa. Il cammino
è lungo il bordo del telo.
Il giorno è mettere a fuoco,
la notte è sovrappensiero.

Vibrazione dall’eco infinita,
la vita è una nota nel vuoto:
la canzone che sono suona
perché un altro possiede l’udito.

Il passo (Anna Belozorovitch)

Ho perso la coincidenza con l’arca.
Non so, forse è partita in anticipo
e nessuno mi ha avvisato.
Forse aveva i posti limitati
e bisognava conoscere qualcuno.
Mi sarei sentita al sicuro
anche all’interno di una balena
o di un pescecane
protetta e al caldo
come Giona e Geppetto.
Ma anche una balena
fa le sue scelte ed eccomi qua
da sola sulla mia zattera
scrutando il cielo che mi scruta.
Non ho una reputazione da perdere,
ma glielo chiedo lo stesso:
se naufragio deve essere,
fà che sia allegro.

Ho perso la coincidenza (Barbara Pumhösel)

da vent’anni si preparava
per la partenza le cose a posto
voleva lasciare giacché tornare
non era ammesso e poi sapeva
solo di uno che era ritornato
per cosa? Cristo a Lazzaro non
aveva regalato la vita eterna
aveva solo posticipato il dolore
di dover rifare le valige

Da vent’anni si preparava (Vera Lúcia de Oliveira)

Estoy un poco aquí
un poco allá,

come sciami di api
intorno a fiori di carta
me alimento de aquello
que no está

Qui e là I (Adriana Langtry)

(…)

                 

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