Manovre segrete di Gaia Ginevra Giorgi, recensione di Annalisa Rodeghiero

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Manovre segrete di Gaia Ginevra Giorgi, Internopoesia Ed., 2017, recensione di Annalisa Rodeghiero.

    

    

A quali manovre voglia alludere Gaia Ginevra Giorgi, a quali “procedure” non chiare, condotte a margine o in contrasto al normale svolgimento di un’azione il lettore non saprà. Sono manovre che rimarranno segrete a chi legge ma nei versi si potranno riscontarne gli esiti che hanno a volte il sapore della conquista, altre quello di una ferita. In ogni caso un percorso interiore rimane tracciato in questa poesia selvaggia e carnale ma comprensiva di una forte componente intima, frutto di personali e toccanti esperienze emotive e sensoriali.
Relazioni affettive vissute con impeto passionale, con piglio grintoso e anche con dolore che mai scade nello sterile lamento.
L’amore, quasi sempre sfuggente nei versi, è incastonato nello scenario naturale che si apre ora tra sentieri, piante e fiori, rocce e fango e tronchi e rupi, ora tra i tanti oggetti domestici d’arredo quali sedie e letti, orologi, abat-jour e lampadari e tra le architetture delle stanze fatte di muri, angoli, imposte e finestre e si proietta infine nei luoghi urbani tra ponti di ferro e binari del tram in rumori di latta e di strada. In luci da reparto e in quartieri senza nome.
Amore che non trova definizioni e rimane sospeso “tra l’incanto e la disperazione”:
“pregavo che la crosta del monte/ cedesse al mio peso/ e mi trattenesse da lì a sempre”.
Amore vissuto con sensualità nel “corpo che scotta/ che cede/ febbrilmente si dimena” ma anche con dolcezza e comprensione: “non le ha mai chiesto di tornare/ sa che non può”. E voglio riportare, non fosse altro che per splendida riuscita di sinestesia:

ai colori accesi ho sempre preferito
la ruga che ti si è formata sulla guancia
quando mi hai detto

piaceresti anche a mia madre
credo

Nella poesia di Giorgi si percepisce un forte legame con il passato, costantemente presente. Il ricordo, mai sublimato nei versi della poetessa, può devastare la mente – “la mia testa è una cassa da morto/ ci sono gli echi dei ricordi più crudeli/ da conservare” – ma rimane sempre eredità preziosa.
Intuiamo radici profonde, forse autobiografiche, nella tematica dell’abbandono che entra in scena con forza e viene percepito come gesto subìto e non voluto, con i conseguenti traslochi che hanno segnato la sua anima e la sua scrittura: “sono una professionista dell’abbandono”.
E dolorosamente: “che ne sa la tua generazione dell’abbandono/ mi mancherà l’assenza eroica/ di tutte quelle cose piccole/ che qui non sono mai state”.
Senso di saudade tratteggiata appena ma con estrema incisività per poi fuggire via come fuggono i versi di ogni poesia verso un destino indefinito e indefinibile che apre al lettore diverse chiavi interpretative.
Niente è trattenuto se non ciò che è stato dolorosamente conquistato e resta bruciatura delineata sul foglio come dichiarazione perentoria di cui possiamo solo prendere atto ammirandone la bellezza delle immagini: “io so a memoria le cicatrici della luna (…) io sono un albero di fine estate/ di tutti i voli/ preferisco la caduta” e a pag 47:

consisto

consisto in transepocali rovine
di rado mi colloco
quasi sempre sospetto

dalla metamorfosi della cenere
non ho scampo

Senza questo vissuto probabilmente non ci sarebbe questa poesia, conflittualità dell’anima che affiora dalla trasparenza dei versi e non rimane autobiografismo ma si trasforma in onda d’esperienza esistenziale che si relaziona al tutto, universalizzandosi, “non dico mai aiutami, ho paura/ ripeto che i salti mi piacciono/ che non ho una casa/ che non conosco nessuno/ che sono ogni cosa”.
Quello di Giorgi è un lavoro scrupoloso sulla parola che diventa poesia assonante e sinestetica, generosa di splendide metafore, sempre incisiva nella lingua della contemporaneità in versi quasi privi di punteggiatura eppure comprensibili alla lettura.
Versi in cui non è difficile intuire volute pause dentro i tanti suoni variegati di voci e di oggetti.
I silenzi infatti imperano disorientanti nelle straordinarie chiuse che lasciano senza parole e che, come suggerisce sapientemente Claudio Pozzani nella prefazione “sono la caratteristica più saliente della sua poetica” sottolineando che “L’arte di saper concludere una poesia, magari dopo aver aperto molte finestre, è un dono raro e prezioso”.
Chiuse inaspettate, apparentemente slegate dal testo ma al contempo chiarificatrici del percorso compiuto in una poesia che diventa spesso interrogativa come sa esserlo la vera poesia: “e mi chiedo che ne sa/ la mia generazione/ del buio” e a pag. 20: “che cos’è questo mio corpo che scotta/ che cede/ febbrilmente si dimena/ e non si dà tregua/ se non la mia torpida gioia?”
Segreti che la poetessa stringe con una consapevolezza che rimanda a certa poesia di W. Whitman:
“Io sono il poeta del Corpo, io sono il poeta dell’Anima, / i piaceri del cielo sono con me e le sofferenze dell’inferno sono con me,/ i primi li innesto e li faccio crescere su me stesso, questi ultimi/ li traduco in una nuova lingua”(da Il canto di me stesso).

cover manovre
in apertura Daniela Delia, “Città dei bambini”

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