Marina mi chiede di cantare, poesie di Paolo Polvani

Il papà di Giovanna, Pupi Avati, 2008

Marina mi chiede di cantare, poesie di Paolo Polvani.

    

    

Marina mi chiede di cantare

La sento respirare,
i nostri pensieri si voltano le spalle.

Isotta ha nella pancia un bimbo
che sa già di noi, che aspetta
una passeggiata nel sogno delle cose.

Se femmina si chiamerà Marina
per riconciliarmi con l’Adriatico

*

Sei rugia rugia dosa
vellu tata tata
rivolosa di bave
e strepitosa
di gridolini e ach
che sono il tuo universo fonetico,
la tua semantica.

*

Ci prenderai per mano, ridisegnerai
il mondo per noi, come talvolta fa
una poesia, una breve, esigua,
una chiara poesia.

*

Crescerai come cresce
una pianta di carciofi
tu succhierai la terra e ti
abbandonerai alla carezza
del sole. Tu sarai un
piccolo carciofo che nasce
dalla terra.

*

Tu crescerai con la pazienza con cui aprile viene,
con la leggerezza di una palpebra

*

Le rovine di Canne

Lungo le vigne esauste di novembre i pini tratteggiano
una strada discosta, marginale
nella verde, domenicale quiete

Un padre e una figlia scandiscono il ritmo di una corsa.

Marina ha gambe snelle, veloci,
più forti delle mie che soffrono già il peso
delle salite.

Lungo l’erta ripida di Canne scattano.
Brillano diciassette anni di dinamite.
Se ne va su furente. Sale da fare male.

Ma tu riprendila, Polvani prendila quell’impudente.
Non darle spazio, inseguila, falle vedere
i tuoi trascorsi, non cederle alcun vantaggio.

Ma quarantotto autunni t’impacciano i polpacci.

Alla distanza. Vedrai che alla distanza.
Su, verso la cima, con l’affanno che denuncia strazio.
In salita, a passo di sconfitta.
Sfiancato, in bocca neanche un filo di saliva.
Su, verso la cima, verso la disfatta.

Marina con gesto ampio m’include beffarda nel paesaggio:
le rovine di Canne! grida.
Coglie giuliva una felicità indomita.

Ma la mia sgominata giovinezza la stringe tra i denti
la felicità.

*

                 

Il papà di Giovanna, Pupi Avati, 2008

3 thoughts on “Marina mi chiede di cantare, poesie di Paolo Polvani”

  1. Marina, la tua poesia più bella, lo sa qual’è la sua fortuna? Ti abbraccio Polvani e grazie per queste belle emozioni 🙂

  2. Con queste poesie Paolo Polvani conferma ciò che per me significa il senso della paternità: mettere al mondo una creatura che possa farmene vedere le meraviglie – un po’ dimenticate per usurata abitudine e aridità – con occhi nuovi. Ed è giusto che la pianta da crescere sia un carciofo, con le punte spinose a difendere un cuore che è soltanto suo, a sottolineare che il dialogo con un figlio deve prevedere asperità da superare e qualche piccola puntura, qualche piccola goccia di sangue. ‘Figlio’ non è una figura retorica, ma una vetta da scalare, un panorama bellissimo da raggiungere. E’ una battaglia, certo, come quella di Canne, come la corsa-sfida, ma fianco a fianco per tutta la vita.

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