Mario Luzi e la naturalezza umana di Roberta Raggioli

Demetrio Polimeno Linee d'Ombra - Storie Brevi 05_risultato

Mario Luzi e la naturalezza umana di Roberta Raggioli.

   

                                     

 

[ …]quidve mali fuerat nobis non esse creatis?
an, credo, in tenebris cita ac maerore iacebat,
donec diluxit rerum genitalis origo?

(Lucrezio, I sec.d.C, De rerum natura, Liber V)

    

L’opera e l’impegno culturale di Mario Luzi (Sesto Fiorentino 20 ottobre 1914 – Firenze 28 febbraio 2005) si contraddistinguono fortemente per la sua ricerca identitaria diacronica tra conoscenza dei classici antichi e moderni (Lucrezio, Orazio, Agostino, Dante, Rebora, Campana, Leopardi, Rimbaud, Mallarmè, solo alcuni fra quelli citati in saggi e interviste o come incipit alle poesie), e il forte spirito innovativo linguistico e poetico, il che lo porterà a liberarsi da qualsivoglia appartenenza a correnti e categorie poetico-letterarie, oltre che dalla gabbia solipsistica del poeta attraverso un’adesione totale al mondo, con “un atto estremo di umiltà” mentre si accingeva al suo viaggio culturale e di vita, come spiega G. Quiriconi nel suo studio su Luzi “Il fuoco e la metamorfosi”, 1980.

Poeta e letterato entres deux guerres, ben presto sentirà tutto il peso di essere uomo del suo tempo. Egli percepisce la mutazione antropologica in atto nel mondo in rapporto al potere che cambia maschera ma non la sostanza, dando vita ad una lettura critica della storia di là dall’eveniente, non solo nei suoi poemi ma anche nel suo teatro in versi. Quest’ultimo si ispira soprattutto al “teatro rapsodico” greco, in particolare quello sofocleo, già rivisitato da Racine del quale Luzi conosce bene l’opera e traduce l’Andromaca, così come al teatro shakespeariano, del letterato inglese traduce il Riccardo II, e certo a quello di T. S. Eliot. Il suo è il teatro della parola dell’uomo la cui palingenesi poetica è testimoniata dal suo primo testo drammatico “Pietra oscura” del 1947, rimasto inedito fino al 1994. Specularmente si nota infatti con chiarezza il passaggio all’io che si sdoppia o si moltiplica in voce corale già dalla sua prima raccolta poetica “La barca”, 1935: i versi di “Alla Vita” ne sono un chiaro esempio. Ciò si evidenzia vie più nelle poesie successive come “Presso il Bisenzio ”, in “Magma”, 1963, o “Nel Corpo oscuro della metamorfosi”, in Su fondamenti invisibili, 1971, fino alla sua rivelazione completa nel nodo di voci altre della persona drammatica nella quale, attraverso una vera e propria meditazione, si esplica la verità della natura interiore umana.
A questo proposito notano sia S. Verdino nella sua introduzione all’ “Opera poetica”, 1998, che M. Specchio nel suo “Colloquio.

Un dialogo con Mario Luzi, 1999, la voce altra intrinseca al giuoco delle parti teatrale ha origine nel dialogo solitario dell’uomo di contrappunto al mondo e alla storia “al fuoco della controversia”, titolo della raccolta del 1978. Essa, traendo forza dalla parola poetica, diviene azione nella ricerca del “quid non rivelato,/l’origine solo origine,/il taciuto da uomini e angeli… che non ha storia né immagine”, che non ha origine né fine, come si legge in “L’eveniente” da Dottrina dell’estremo principiante, 2004 : “Talora lo intravedo/un me altro da me,/un me ben altro:/non ha nulla di mio/eppure ha il volto/d’un universo io/di cui son parte…”, e ancora “L’ascolto/ma si attenua/quel discorrere/di sé con sé del mondo -/in lui interloquiscono/le specie/gli alberi, gli umani con la loro disordinata storia…”. La storia che nella sua evenemenzialità è “Maceria e fonte”, come titola una sezione di “Per il battesimo dei nostri frammenti” del 1985, tra vita e morte in “questa vacanza/di umanità nell’uomo” (ibidem, in Bruciata la materia del ricordo), ogni volta “Gli uomini o la loro maschera/quando per un segnale incomprensibile/lì nella brulicante commedia/l’azione s’interrompe/…il gioco delle parti/eccoli/…ciascuno dalla sua malcerta verità risaltano ancora più goffi/spiccano ancora più fatui/…/…ma non è/questo il tralucere/improvviso dell’inferno,/non è la morte, questa, è la semina,/solo così rigermogliano/e sono riconquistati al movimento,/al fuoco, all’eterna metamorfosi.” (ibidem, in Gli uomini e la loro maschera).
Ogni nostro simile, anche qualora sia il “…malseme che ora gemina,/nella schiatta omicida che ora prolifera/lui è e dobbiamo avvistarlo…/…e lui è quello che primamente era,/un mare luminoso/oscurato dal pensiero di chi lo pensa,/in sé inalterabile./Lui brucia della sua terribile promessa/muto al pari dei suoi alberi. E delle sue nuvole.” (ibidem, in Maceria e fonte).
Anche il verso-verbo riprende vita “spirito nella lingua/quel fuoco nella materia” (ibidem, in Dizione) dell’uomo e delle cose “ha un solo accento” che risale al senso primigenio, riaffiora dalla sua disintegrazione, dalle macerie della storia che si nutre del tempo umano.

La parola che assume forma attiva nel suo poema in prosa, carica di quel senso etico e ardore intellettuale che vedono Luzi operante, mai mero testimone, nel prodursi della società: “L’albero di dolore scuote i rami…/non fu vano, e questa l’opera/che si compie ciascuno e tutti insieme/i vivi i morti, penetrare il mondo/ opaco lungo vie chiare e cunicoli/fitti d’incontri effimeri e di perdite/o d’amore in amore o in uno solo/di padre in figlio fino a che sia limpido.”(in “Nell’imminenza dei quarant’anni”, da Onore del vero, 1957).
È questo percorso non lineare di crescita dell’umanità che rende la parola “luce, non disabitata trasparenza” (in Tre temi – Il gorgo di salute e malattia, da Su fondamenti invisibili, 1971), che porta al riconoscimento della naturalità umana e dell’essere in progressivo movimento dell’energia conoscitiva che domina il nostro destino, a cui risale l’autenticità di quei ”[…]patti,/altri… /per pura amicizia/ovvero/per un grano/ancora celeste/di celeste libertà/riposto nel cuore/…in un tempo/ancora indiviso/dall’eternità/quei patti/immemorabilmente stretti…” ma sempre elusi nel seguito della nostra storia. Il “combattimento” allora è qui che ha luogo: in interiora homine “[…]Nella ruota trionfale di rinascita e estinzione/ tra sapienza e oscurità,…”, la cui risultante è una patologica scissione dell’uomo moderno da sé stesso e dalla realtà, dai connotati deformati, confusi, innaturali “drogati da qualche intruglio/preparato dalla storia per mano delle sue prefiche -/gonzi, non sapendo delle sue astuzie,/prendendo per buone le sue farse/finchè li spazza via con un’ondata, con molto sangue[oscuro però. E amen.” (ibidem, II – Interminabilmente in contumacia).
Per questo il nostro agire si dovrebbe accompagnare alla piena coscienza della nostra fragilità, il che è all’origine del profondissimo senso religioso-sapienziale dei classici: la “Dizione” (prima sez. di Per il battesimo dei nostri frammenti), e come bene si legge in E ora dove avrebbero (I pastori), in Frasi e incisi di un canto salutare(1990): quel “primo senso” di “spes, caritas e pietas”, autentico solo in chi persegue la via della scienza (episteme), della benevolenza (eunoni) e della franchezza (parresia).

Naturalezza dell’uomo e del poeta è il reale progresso spirituale, scrive Luzi anche nei saggi L’inferno e il limbo del 1945, Discorso naturale del 1984 e in Naturalezza del poeta, 1995, sul quale costruire il proprio futuro, traendo forza, serenità d’animo dalla speranza nella felicità che, pur non realizzandosi concretamente nella storia, esiste però nella “memoria della specie” contro ogni paurosa violenza e deriva sociale nel mondo. Questo è quel che ci unisce a sostegno dei nostri simili per la libertà, come nei versi del 1956 dedicati alla letterata e clavicembalista, sostenitrice della indipendenza cipriota, Maria Nike Zoroyannidis “[…]La sofferenza per il giusto allevia/il cuore, dà forza ed ebrietà/ e più nella tua patria, anche mia, dove/l’insidia della vipera fa aspra/la via, sotto la pura e tersa lampada/tutto è pieno di luce e di tenebra invisibile…” (i, “A Niki Z. e alla sua patria”, ibidem).
Anche se nella poesia già citata del 1989 “E ora dove avrebbero(i pastori)”, il poeta testimonia l’affievolirsi della com-passione nell’uomo, che si addentra “…nel mare d’estranianza… “ dietro una maschera di “accidia e crudeltà/si celano/…/…/…e sono pieni, questi, d’insignificanza, colmi/di mancamento…dalla cui profondità non chiamano,/…/…Non sperano. È il peccato più tremendo – deprecavano nei loro antichissimi ammonimenti/quelle lingue che ad essi non parlano,/quelle valve forte brusicanti del mare di sapienza… Cresce ciascuno alla sua statura,/camminano i suoi passi alla sua andatura”. Una vera e propria invettiva contro l’iniquità del potere e la corruzione dell’umana natura, che cresce in Luzi e matura, ma sempre costruttivamente, a favore della sua tesi sul recupero della naturalità umana e della nostra presa di coscienza progressiva della realtà, culminando in poesie come quelle del 1978 di Al Fuoco della controversia, nella III sez. Muore ignominiosamente la Repubblica.
Ancora una volta da una lettura sofferta e non semplice della “mappa del dolore umano” e dall’ennesima disfatta, mentre “[…]si sbranano ignominiosamente i suoi sciacalli.”, nella successiva raccolta, Frasi e incisi di un canto salutare del 1985, risorge l’umanità nella maceria”[…]del collasso/estremo della materia…?/…/…quel no!detto al non essere/da tutte le cellule, era il seme/quello il fermento./Da quelle numerose morti parla/quando noi parliamo.”.

Luzi nel suo “viaggio” nei territori umani trova la verità sottaciuta tra le righe della storia “Brani di tempo e storia/…/…/E devono/ con pena/i posteri sgombrarne/il suolo/pulire l’orizzonte – /ma restano,/restiamo/noi semi a dimora/a lungo inoperosi/…celata/eppure forte/cova la nostra persistenza/nell’anno, nel terreno./E quando il principio ricomincia/e s’avviano germoglio e sfacimento,/ecco i tempi si ricongiungono,/colano tutti in una linfa/svettano in una sola spigata moltitudine,/che a te corre ventosa, uomo,/a te calda si offre…”(da Brani di tempo e storia in Viaggio Terrestre e celeste di Simone Martini, 1994). Promessa di libertà dalla prigione della temporalità che Luzi vede incarnarsi nel viaggio terrestre e celeste di ogni uomo “[…]Tempo dell’uomo/nel paragone con il tempo – /leva esso il suo pugno d’istanti, d’illusorie/perennità – persi quelli/e queste rapite in quel certame/…in cima alla collina/lo sfiora/il vento nuovo,/lui salpa,/ nell’azzurro/e nell’oro si sfarina,/tempo dolente/nella carne, nella storia”(da S’accorge il tempo, ibidem). Tempo per l’uomo di “levarsi su, di vivere/puramente” e finalmente esistere. R.R.

    

Qui il potere è sommo e confina con la sua assenza.
Lo scriba tartaro s’imbroglia con le sue carte.
Mutati in parte i caratteri più semplici
– ma quanto? – gli ideogrammi: mutata
Forse – ma in cosa? –l’eterna satrapia
Accigliata dietro quelle muraglie mongole.
Si parla di una nuova équipe legittima
insediata nel palazzo al posto di una cricca
altrettanto poco nota oggi sotto processo.
Il potere tace perso nel suo monumento.

(da Reportage, in Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

*** 

Natura lei
Sempre detta, nominata
dalle origini…
                            Com’era,
come stava nella mente
degli uomini e nel senso –
                                             in quel carcere, in quel vento,
molto viva, molto cauta.
Niente le dava, niente le toglieva il tempo.
Tempo era lei stessa, lo era eternamente.
Storia umana che le nascevi in grembo
E in lei ti consumavi
Senza lasciare impronta…
                                             Senza?
eppure – ma questo lo ignoravano,
non erano ancora né sapienti
né consci – entro di lei operava
                                 l’universale esperienza.
E ora, tardi, se ne avvedevano in pianti.

(da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994)

*** 

È oscura in loro
Ma c’è,
            non li lascia
in pace,
            li rode
ma anche li sostiene,
                                   dura
forza, un retaggio –
                                   quale?
Perduta ne è l’origine,
                                      remoto,
remotissimo
                      un tempo
non ancora tempo
né misura
                  lo nasconde,
una interna voragine – sfacelo
della memoria
                         lo divora.
Quale segno? quale sostanza?
non li avvisa
il sangue, il sangue li rimorde e basta.
Così essi proseguono
Lungo una
                   mezza insabbiata pista
il cammino non lo comprendono.
È solo un intimato prolungamento…
di cosa?
             Dune là e rovi
tra i quali, disunita
carovana senza fine,
                                   percorrono
ciascuna il loro tratto
                                      dell’immortale traversata
rotolando il loro oscuro carico.

                                                   E
che dice – lo leggono,
sì, però non lo decifrano,
                                         ne perdono
il filo ed il costrutto,
                                   il lungo papiro…
                                   E lì, scritto
nelle sue lettere il dettame.
                                              Camminano

essi sotto il segno
della loro ottusità,
                              e avrebbero
più fulmini
                    e crepe
nella volta
                  del loro accecamento
e mille luminosi inciampi
potuto, costoro, illuminarli.
                                               Avrebbero…
ma vale
              solo l’intima
tribolata maturazione
della mente dell’uomo
nella mente della specie.

                                        Ed è a quella che s’avviano,
certo, ignorando quel che sanno,
sapendo quanto non pensano
nemmeno di sapere…
Si snebbieranno,
                            si purificheranno,
la leggeranno allora quella scrittura…
Eh, che sarà?
                     non altro che un messaggio
della vita a se medesima
                                         quel testamento
(vorrei, ma non
È dato preavvisarli): il passato e il futuro
vi coincidono,
                         l’uno con l’altro si cancellano,
il presente è eterno. La speranza non ha tempo,
essa è dovunque. Purché leggano,
                   leggano puramente.

(da Frasi e incisi di un canto salutare, 1990)

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Bibliografia :

Mario Luzi, L’opera poetica, a cura e con un saggio introduttivo di Stefano Verdino, I Meridiani-Arnoldo Mondadori Editore, 1998

Mario Luzi, Dottrina dell’estremo principiante, Garzanti 2004

Mario Luzi, Poesie, Garzanti, 1974

Mario Luzi, Tutte le poesie: con appendice di testi inediti, Garzanti 1988

Mario Luzi, L’inferno e il limbo, Il Saggiatore, 1964

Mario Luzi, Discorso naturale, Garzanti, 1984

Mario Luzi, naturalezza del poeta, Garzanti 1995

Mario Luzi, Colloquio. Un dialogo con Mario Specchio, Garzanti 1999

Mario Luzi, Teatro – Pietra oscura, I Quaderni Del Battello Ebbro, 1994

Mario Luzi, Autoritratto, Garzanti 2007

Giancarlo Quiriconi, Il fuoco e la metamorfosi, Cappelli, 1980

Arthur Rimbaud, Opere complete, saggio intr. Di Mario Luzi, Einaudi – Gallimard,1992

Mario Luzi, Studio su Mallarmè, Sansoni 1952

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Roberta Raggioli da vent’anni si occupa di ricerche non convenzionali e studi storico-letterari e filosofico-estetici. Ha partecipato attivamente a vari progetti di ricerca, organizzazione e promozione culturale all’interno della Cooperativa Teatro “Fueddu e Gestu” di Villasor (CA), in Sardegna, nonché in Toscana collaborando con alcuni amici artisti e letterati alla realizzazione dei loro progetti culturali. La sua poesia arriva a maturazione molto tardi (2008), come stadio conclusivo, ma non per questo definitivo, di quello che definisce in termini filosofico-estetici “Percorso iniziatico sapienziale ad un’estetica trascendentale”, legato alla sua personalissima ricerca, che segue le linee tracciate 2800 anni fa dalla “Poiesis Orfico-Eleusina”, e che ha elaborato e racchiuso, con il gruppo ristretto di amici studiosi con cui collabora, nella formula della “Praxis Poietico-Estatico¬Erotica”, mutuata in parte anche dalla cultura del “Be-Bop e della Beat Generation” degli anni ’50. La “Philo-Sophia” è superamento dell’ostacolo POsto dal “Dia-Logos”, diversità d’intuizione d’amore nel confronto dialettico, corrente energetica vitale che “agita, scuote” (poiein), che si attiva solo grazie allo sforzo dell’individuo che possiede la maggior spinta vitale e sensualità, del grande intelletto, di cui però ragione e dialettica non sono che la ripercussione “l’onda espressiva che s’infrange più in alto sulla scogliera” (G.Colli), oltre la contradditto¬rietà dell’enigma umano, fra realtà del mondo e verità dell’amore per l’essere umano e il suo fare anima nel mondo, secondo quanto il poeta inglese ].Keats scrisse nell’800 in alcuni bellissimi versi: “Consider the world a Vale of soul making, / than you will know how to use the world”, e scopriremo che” … Bellezza è verità … Verità è bellezza. / Questo sulla terra di sapere è dato: non altro, a voi sopra la terra,! è bastante sapere”, consegnando questa certezza all’eternità.

                 

Demetrio Polimeno "Linee d'Ombra - Storie Brevi 06" - in apertura "Linee d'Ombra - Storie Brevi 05"
Demetrio Polimeno “Linee d’Ombra – Storie Brevi 06” – in apertura “Linee d’Ombra – Storie Brevi 05”

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