mell’onta tau_t’alogica, di Giovanni Campi

Ingmar Bergman, Il settimo sigillo 1957 (la morte 1)_risultato

mell’onta tau_t’alogica, di Giovanni Campi.

   

   

mell’onta tau_t’alogica

“Ci sarà al meno una volta in cui ciò che è stato detto qui di seguito sarà già accaduto?” – chiese una voce al Signore.

“Sta forse, in questo preciso istante, accadendo qualcosa?” – rispose il signore.

Non sapendo dire cosa sia o cosa fosse, e né meno se, giammai, pur se accaduto, questo qualcosa si sarebbe saputo se realmente accaduto; giammai, se pur accadente, se veramente tale; giammai, se accadendo, se da dovero appunto da accadere.

“Sta dunque, piú semplicemente, per accadere, senza che realmente accada? E però, non ce ne sarà nessuna, né di volta, né di volte, nella realtà e del dover accadere, e del potere: nulla realmente accade.”

“Queste cose sono solamente nel futuro.”

Il futuro non è mai, se non una memoria profetica d’oblio.

Qual sigillo di sigilli una pietra, come dire o una pietra sopra, sebbene non si sappia sopra di che, o una prima pietra, cui però non segua forse mai piú una seconda, una pietra a forma di cubo, ma non intero, né intera, un solido senza solidità, con, ad interrompere il tutto pieno, una cavità, e all’interno di essa cavità, d’esso vuoto, d’esso buco, a cercare forse di cavar da sé come buco la verità del cubo, e dal cubo come sé la verità del buco in sé, un rotolo, su di cui, d’amendue i lati, scritti i nomi infiniti: un nome per ognuno di noi, noi tutti per ognuno di essi; un nome per ogni cosa, tutte le cose per ognuno dei nomi. Solo da decifrare il mistero di là dove il luogo, d’allorquando il tempo, di come il come, di perché il perché, e le varie et eventuali combinazioni, inabili e variabili costanti. Dunque, anzi ché non la prima pietra, l’ultima per esempio: per esempio, ma inesemplare, scomparse tutte le lettere, scomparsi tutti i nomi, e le cose, e le infinite pietre e del muro e della muraglia, e della torre e delle torri, e della città e delle città, solo il ricordo dell’ultima di esse, ma dimenticato, solo la memoria profetica dell’ultimo di essi, ma dimenticata, come d’una salvezza che non salvi, e questa la sua salvezza, come d’una dannazione che non danni, e questa la sua dannazione: un segno senza tratto, o senza fronte da segnare, né recto né rettitudine, senza potere dispari; una misera misericordia, un sacro esecrando; un’ultima burla.

                   

Ingmar Bergman, Il settimo sigillo 1957
Ingmar Bergman, Il settimo sigillo 1957

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