Metodi e condizioni dell’ozio creativo, di Alessandra Cerminara

Annie opera di Leonardo Lucchi

Metodi e condizioni dell’ozio creativo, di Alessandra Cerminara.

   

   

L’idea di un “ozio creativo” elaborata dal sociologo Domenico De Masi nell’omonimo saggio, prospetta una società in cui la fatica derivante dallo svolgimento di un’attività lavorativa sia mitigata dal piacere o dal “divertimento” che essa produce. Tuttavia, questa nuova interpretazione in cui lavoro e gioco si confondono, non può essere compresa pienamente se si prescinde da quello che l’ozio ha rappresentato nel mondo antico.

Il concetto di otium è stato oggetto di ampi dibattiti sin dagli albori della civiltà e della letteratura. I primi a celebrarlo furono i Greci, attribuendolo in particolare alle classi aristocratiche le quali, dotate di “rendite”, potevano astenersi dal lavoro (riservato ai soli schiavi), per dedicarsi agli otia: letteratura, musica, filosofia. L’attività lavorativa era considerata degradante, perché lesiva della libertà dell’uomo libero: emblematico è il caso di Socrate, ozioso eccellente, a cui le fonti storiche non attribuiscono alcun mestiere. Il corrispettivo greco di otium è scholè la cui traduzione “tempo libero” indica il tempo da dedicare ad attività “non proficue” aventi come unico fine la conoscenza e l’elevazione spirituale. E’ solo a partire dall’era moderna che il termine “scuola” in analogia con la schola palatina istituita da Carlo Magno, (primo esempio di scuola pubblica) designa convenzionalmente il luogo di formazione in cui tutti i giorni docenti e discenti si incontrano. Uno dei più antichi esempi di otium, se non il più antico, lo ritroviamo nel canto IX dell’Iliade, in cui un’ambasceria (Fenice, Aiace e Odisseo) si reca nella tenda di Achille che, irato con Agamennone, si astiene dai combattimenti. E mentre all’esterno infuria cruenta la guerra dei due mondi e gli achei cadono come mosche sotto i colpi vendicatori di Febo Apollo, canta il cieco di Chio: lo trovarono che allietava il cuore con la cetra sonora/…con questa si dilettava cantando imprese di eroi.

Nella Roma antica otium (tempo libero dalle occupazioni, da dedicare alla riflessione e alle arti liberali, Cic. De Officiis) è in contrapposizione con negotium, cioè gli affari e in generale tutte le occupazioni, di natura familiare, sociale ed economica. L’otium dunque non soltanto presuppone uno spazio di libertà rispetto agli impegni e agli obblighi lavorativi, ma rappresenta addirittura un’arte, riservata ai pochi capaci di conciliare in modo ottimale i due concetti chiave della vita. I nostri saggi antenati avevano la sana abitudine di non confondere mai gioco e lavoro, piacere e dovere, ben consci dell’importanza e del valore formativo di tutte queste dimensioni, diverse tra loro ma egualmente necessarie allo sviluppo dell’individuo, della comunità e dello stato. Gli antichi avevano capito che cercare ovunque e sempre il piacere è da rammolliti e che, di contro, vivere sempre e soltanto di doveri è da schiavi.

Era questo il tempo in cui la corruzione inorridiva e un’aristocrazia “oziosa” creava le migliori Costituzioni di tutta la storia.

Nella società post-industriale il termine “ozio”, svuotato dei suoi più alti contenuti, è stato derubricato a “dolce far nulla” e relegato ad uno stato di inattività superflua e improduttiva. Questo spiega e giustifica l’espressione di nuovo conio “ozio creativo”, ridondante per un greco (o per un romano) dell’antichità, per il quale l’ozio è nella sua essenza “creatività”. Nel suo libro Domenico De Masi auspica una società in cui per effetto di una sempre maggiore automazione, i lavori ripetitivi e noiosi vengono delegati alle macchine; mentre chi ha la fortuna di svolgere un’attività intellettuale (o artigianale), detiene il monopolio della “creatività” che in questo caso, oltre a procurare piacere e divertimento, acquista anche una componente utilitaristica che “produce ricchezza”.

Ma l’idillica, o quantomeno ottimistica, visione di un mondo in cui la maggior parte gioisce nell’andare a lavoro, non è realizzabile, perché il tentativo di conciliare dovere e piacere, tempo lavorativo e tempo libero, ne snatura l’assetto necessariamente antitetico, per cui il piacere è tale solo in contrapposizione al dovere e il tempo libero è tale solo in contrapposizione a un tempo “occupato”. In sostanza perché l’ozio sia creativo deve coincidere con il “libero agire” e con il “tempo libero” che a sua volta acquista senso e significato quando (e solo se) sia dualisticamente contrapposto a dovere/necessità- tempo occupato. Ne deriva che in un paese in cui si registra un alto tasso di disoccupazione questo “magico dualismo” non può verificarsi, perché il tempo libero, non trovando la sua antitesi e quindi l’ immagine speculare nella quale riconoscersi, non è più libero, ma “inoccupato” e coincidente non con il libero agire, ma con uno “stato di costrizione”.

Cicerone nel De Officiis, lamentando un esilio forzato dagli impegni politici e forensi (invece il mio tempo libero è nato non dal bisogno di riposo, ma dalla mancanza di impiego) e quindi una solitudine frutto della necessità e non della volontà, riporta il caso di Scipione l’Africano (l’eccezione che conferma la regola) uomo talmente appassionato e saggio da riuscire a lavorare oziando e ad oziare lavorando. Il passo in questione recita: Marco, figlio mio, di Publio Scipione, che per primo ebbe il soprannome di Africano, Catone, che era più o meno suo contemporaneo, racconta che era solito dire di non sentirsi mai meno ozioso di quando non aveva da fare, e mai meno solo di quando era solo. De Officiis,III, 1-4.

Tuttavia, tali splendidi esempi di assoluta dedizione al lavoro e al dovere, se nel mondo antico costituivano un’eccezione, nell’era moderna non sono più nemmeno concepibili ; la modernità infatti, che ha privilegiato l’uomo “capace di fare” piuttosto che l’uomo “libero di agire”, ha imposto l’imperativo del “produrre a tutti i costi”, precludendo per sempre la pur remota possibilità di un lavoro come gioco o piacere.

Nel vortice produzione/consumo, anche l’attività intellettuale è stata fagocitata, divenendo “merce” da assoggettare (al pari di qualunque altro oggetto) a tutta una serie di obblighi (spazi, orari, burocrazia infinita e inutile che snatura la prestazione intellettuale) in cui il tempo viene misurato in termini di denaro. In quest’ottica utilitaristica l’otium si svuota di significato e viene a coincidere con la “pausa dal lavoro”, sempre funzionale alla produttività. E’ quanto sostiene Salvatore Natoli nel suo articolo pubblicato su Avvenire:

Il nostro tempo è caratterizzato dalla frenesia, dall’attivismo, dal produrre per consumare, da un produrre per il produrre. Di qui un lavoro obbligato, costretto com’è nei ritmi della produzione, mimetizzato nelle parole correnti “crescita”, “sviluppo”…. Nel mondo contemporaneo il produrre è divenuto un dovere. Il moderno ha privilegiato l’homo faber, quel tipo di uomo ove l’obbligo di produrre prevale sul libero agire…. L’età moderna, centrata com’è sull’etica capitalistica del lavoro, ha perso di vista la concezione antica dell’ozio e in quei pochi casi in cui lo prende in considerazione, lo confonde con quel che in senso lato siamo usi chiamare “svago”. Una società improntata ad una logica eminentemente espansiva, intende lo svago in funzione del lavoro, lo vede come una necessaria momentanea sospensione dalla fatica in vista di una migliore ripresa, di una più alta efficienza lavorativa. Per i moderni l’ozio ha dunque senso solo se lo si assume come una pausa -giustificata- dal lavoro e non viene invece concepito come un’attività libera, come “il tempo dell’opera”, di cui cifra assoluta è l’opera d’arte. L’arte infatti è insieme lavoro, libertà, creatività, grazia. Avvenire, 25 Aprile 2001

Se non è possibile dunque trasferire il piacere nel lavoro, è auspicabile tuttavia il contrario. Non il piacere nel lavoro, ma il lavoro nel piacere. L’ozio creativo dunque può concretizzarsi soltanto al di fuori del contesto lavorativo e all’interno di un segmento di tempo che si configura come “tempo libero”, di modo che venga a coincidere con l’otium, non “perdita di tempo”, ma (oggi più che mai) “tempo del riscatto” in cui l’uomo si riappropria del suo libero agire e non produce, ma crea (creativo appunto!). Produrre significa confezionare un oggetto (materiale o intellettuale che sia) dietro la spinta di un imperativo che proviene dall’esterno e che quindi “si subisce”; creare invece presuppone un libero atto della volontà che parte dall’interno. Per questo, anche se genera lavoro e stanchezza, questa stanchezza è positiva, appaga e dà piacere. L’otium (sempre creativo) si configura come una dimensione “a misura umana”, sottratta alla monetizzazione che implica l’obbligo e alle logiche utilitaristiche che, privando l’uomo della libertà, hanno “automatizzato” il soggetto dell’automazione. Attraverso l’otium l’attività intellettuale viene “demercificata” e riabilitata nel suo valore e nella sua dignità.

Ma per quanto lo studio fosse la più nobile delle sue espressioni, l’ozio presso gli antichi conosceva anche altre dimensioni: era tempo del riposo, degli affetti (sottratti all’opportunismo che spesso avvelena i rapporti di lavoro) o della meditazione, intesa come ricerca e ritrovamento di sé. “l’opera d’arte” dunque non necessariamente deve consistere nel prodotto artistico/letterario, ma può consistere anche soltanto in una passeggiata fatta “lentamente”, perché l’otium ha molto a che fare anche con la “lentezza” (inconciliabile con la rigidità e con la frenesia dei ritmi lavorativi) come ci spiega Franco Cassano nel suo Il pensiero meridiano:

Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna… come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro, correre è guardarne soltanto la copertina… Andare lenti è filosofare di tutti, vivere ad un’altra velocità, più vicini agli inizi e alle fini, laddove si fa l’esperienza grande del mondo… C’è più vita in dieci chilometri lenti e a piedi che in una rotta transoceanica che ti affoga nella tua solitudine progettante, Si ospitano più altri quando si guarda un cane, un’uscita da scuola, un affacciarsi al balcone che in un volare, in un faxare, in un internettare. Questo pensiero lento è l’unico pensiero, l’altro è il pensiero che serve a far funzionare la macchina, che ne aumenta la velocità, che si illude di poterlo fare all’infinito.
Il pensiero meridiano, Sagittari Laterza, 1996

Anche Lamberto Maffei, nel suo libro Elogio della lentezza, distingue pratiche che richiedono velocità di pensiero, come per esempio spegnere un incendio o soccorrere un infartuato, e pratiche, deputate alla elaborazione di concetti complessi o alla creazione di cultura e capacità critica, che invece necessitano di un “sistema lento”; ma in un mondo governato dalla “rapidità” , il pensare lentamente è sempre più sottovalutato e in certi casi bistrattato. Il mito della velocità rischia così di relegare nell’oblio attività di fondamentale importanza per l’uomo, come la poesia, la riflessione o il semplice conversare. Scrive Maffei:

Nella produzione di un lavoro sia scientifico che artistico, il sistema rapido propone possibili soluzioni, la maggior parte delle quali errate, la cui valutazione è devoluta al sistema lento che, per esempio nel caso della scienza sperimentale, può impiegare anche anni a verificarne la sensatezza…
Il pensiero lento è un pensiero pesante da portare, che trascina con sé il fardello della memoria, il peso dei dubbi e le incertezze dei ragionamenti.
Elogio della Lentezza, Il Mulino 2014

Spesso, contrariamente a quanto si è soliti credere, il più bravo non è il più veloce, ma il più “lento”. Ecco che l’ozio creativo viene a coincidere così con il “pensiero creativo”, i cui presupposti indispensabili sono libertà e lentezza.

Ergo, se non si perde tempo, è tempo perso.

Annie opera di Leonardo Lucchi
Annie opera di Leonardo Lucchi

3 thoughts on “Metodi e condizioni dell’ozio creativo, di Alessandra Cerminara”

  1. Friedrich Nietzsche sosteneva che i pensieri migliori e più degni di essere annotati erano quelli che gli venivano in cammino, tra i paesaggi alpestri di Sils Maria. Non so se essere lenti c’entra con la creatività. Gli psicologici statunitensi – che ereditano vo-lenti o no-lenti il culto tutto americano della performance – sostengono invece che ciò che ci viene meglio, anche a livello artistico, sia frutto di un’attività intensa ma positiva, il cosidetto ‘eustress’ ( vedi ad esempio M. Csikszenmihalyi, Flow, the psichology of optimal experience). Il filosofo che citavo all’inizio sosteneva che la cosiddetta ‘trasvalutazione di tutti i valori’, momento magico in cui l’uomo supera se stesso, avviene in un momento incredibilmente intenso di attività fisica e mentale. E un altro psicologo, James Hillman – attentissimo alle radici mitiche dell’uomo moderno – aveva come motto: “FESTINA LENTE”, cioè “affrettati lentamente”. La questione è aperta. Queste concezioni ovviamente sono relative ad attività che nascono dal rifiuto del lavoro come attività forzata e invece vogliono trovare spazi per la libera espressione dell’uomo: la dialettica tra lentezza e intensità avviene comunque in un luogo al di là della produzione e della merce, un luogo utopico che coincide probabilmente con quello dove avviene la poiesi artistica.

    1. Ho letto con interesse il suo intervento. Sì, in effetti la questione è difficile e meriterebbe di essere approfondita, anche perché, il concetto di ozio varia col mutare dei tempi e dei bisogni della società. Tuttavia, ritengo che il mondo consegnatoci dai nostri predecessori non sia proprio “a grandezza d’uomo” e che anzi lo snaturi, proiettandolo in una dimensione artificiale e “fabbricata”. Grazie per il suo contributo.

  2. Sono perfettamente d’accordo, Siamo nella società dello spettacolo, nell’epoca della merce elevata a feticcio, come sosteneva Guy Debord. Sosteneva anche che dentro il sistema la progettualità alternativa di persone ancora dotate di pensiero critico potesse creare delle sacche di resistenza. Il nostro ozio invece di essere impiegato per sbirciare stupidaggini mediatiche, ci permette di confrontarci su questa fanzine riguardo a temi indubbiamente interessanti. Grazie a lei per la risposta, non succede spesso che l’autore di un articolo intervenga su un commento.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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