Migrando di Giulio Gasperini, recensione di Angela Caccia

Alberto Cini, Tecnica mista

Migrando di Giulio Gasperini, End ed. 2014, recensione di Angela Caccia.

   

   

Il libro in questione, e fin dalle prime liriche, evoca la figura di Don Tonino Bello. Non tanto perché il Vescovo di Molfetta abbia scritto fiumi di parole sullo stesso tema – extracomunitari, poveri, emarginati – quanto per il pathos: lo stesso!
Anche qui troviamo una sorta di immedesimazione: l’autore, Giulio Gasperini, con un dire limpido e secco – qualità che esaltano il verso acuendone la tragicità -, a tratti racconta, a tratti “si” racconta calandosi nella figura del migrante; condizione per la quale, e grazie alla quale, ogni verso trasborda di compassione: quell’immenso peso di lacrime che si regge insieme.

E il peso che si sobbarca il Nostro, è il peso del Poeta che sa – deve – rivivere sulla propria pelle la stessa odissea perché la corrente poetica giunga a meta, passi da anima ad anima, dall’autore al lettore:

Ma non so la differenza – ogni porto è
come casa, non cambia mai la mia partenza.
Pag 13 – Mare nostrum

Errare come vagare,
non come sbagliare. Perché lo sbaglio
non esiste: quello che si cerca è solo
l’ombra d’un giorno che non sia più triste.
Pag 17 – 14 Kilometri

Sono madre e stringo figlio in fondo al mare.
3 ottobre 2013.
Pag. 20 – Madre

Nella struggente lapidarietà di questo verso, la vera stele sta tutta in un abbraccio.
È il libro della compassione. Tra tanti richiami evangelici spicca il concetto di carità cristiana che non si esaurisce mai in un semplice donare – cosa di cui si compiace il cattolico della domenica, ateo feriale -, ma si sostanzia in un donarsi, riflesso di un progetto di vita alto che non può eludere l’altro, dove riverbera la Sua parola che chiama tutti, indistintamente, a farci mattoni per la costruzione del Regno.
Gasperini, che non vuole puntare il dito contro nessuno, pare dire tra le righe “… ora sai, decidi tu se rimanere il cristiano del capretto”.

Scriveva Gaetano Salvemini: Credo solo nel Critone di Platone e nel discorso della montagna. Questo è il mio socialismo e lo tengo impresso nel mio pensiero, perché a esprimerlo mi pare di profanarlo. Cerco di esprimerlo meglio che posso nelle opere. Affrontare problemi concreti, immediati, seguendo le direttive di marcia dettate dalla morale cristiana, e non perdere tempo in disquisizioni teoriche su cosa, cosa dovrebbe essere, che cosa sarà la democrazia, il marxismo, il socialismo, l’anarchia, il liberalismo. Che se ne Vadano tutti quanti a casa del diavolo. Perdere tempo a pestare acqua nel mortaio delle astrazioni e vigliaccheria; e evadere ai doveri dell’azione immediata, per rendersi complici della conservazione dello status quo.

Ma quante sono le barriere che si frappongono tra i buoni propositi e l’azione?… Persino un semplice sportello si fa steccato invalicabile

Sportello pag. 30

Il vetro separa – il vetro silenzia.
Viso contro viso, labbra a muoversi,
secche di suono. Tu mi chiedi,
io non sento. E spesso non rispondo.
Tu chiedi, di nuovo, insisti. Io non
capisco, non mi so spiegare. Perché
le parole non le ho, non le conosco.

A volte non resta che l’ultima pietà: raccogliere la tanta morte che galleggia, e il mare diventa un campo di gramigna da ripulire, lì dove prima respirava il grano.

Sommozzatori (pag. 21)

Si schiude il blu
dell’acqua, si gemma un azzurro cielo.
Tra di loro una donna incinta – chiusa
a sé stessa, a proteggersi la pancia. La
solleviamo, la tiriamo su – forse l’acqua,
la pressione della risalita: il suo corpo
secco si schiude, il bambino esce – si
guadagna il suo spazio: e col cordone
rimane alla madre unito, allacciato.
Neanche in morte si sono separate
– due vite rinnegate, affogate nel mare.

Nella lirica Visto (pag 29), una chiusa che non perdona:

Concedetemi quel visto – lungo o breve
non importa. Concedetemi un permesso,
un saluto di facciata, un accesso
più sicuro. Concedetemi un aiuto.
Fatemi entrare dalla porta – non fatemi
scavalcare un alto muro, una lunga
ansia di mare. Fatemi atterrare con l’aereo,
fatemi mostrare il mio passaporto di
straniero pur sempre cittadino. Concedetemi
un visto – sono solo un uomo in cammino.

Già, ma chi può dirsi arrivato? Chi, in nome di una cittadinanza o nazionalità, può barrare strade precludere cammini?…

È anche vero che la linea di demarcazione tra il forte/autoctono e il debole/extracomunitario è molto labile, e il primo finisce a volte tra gli artigli del secondo che si svela violento sanguinario. Homo homini lupus: non c’è più differenza tra straniero e non, tutto rientra nell’aura dell’umana fragilità dov’è ancora scandalo e – purtroppo – quotidiana la lotta fratricida: ci sarà sempre un Caino contro un Abele. Ma è a quest’ultimo, Abele, che Nikolaj Berdiajev affida la grande responsabilità «All’inizio, Dio disse a Caino: Cosa hai fatto di tuo fratello Abele? Nell’ultimo giorno, dirà ad Abele: Cosa hai fatto di tuo fratello Caino?». Abele risorgerà non per la vendetta, ma per custodire Caino. La terra sarà nuova quando le vittime si prenderanno cura dei carnefici. Fino a cambiarne il cuore.
Altrimenti il destino di ognuno – della nostra terra, del mondo intero! – è irrimediabilmente segnato.

Tertium non datur. AC

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2 thoughts on “Migrando di Giulio Gasperini, recensione di Angela Caccia”

  1. da quanto ho letto credo sia un libro che devo assolutamente
    procurarmi per leggerlo per intero.

    grazie per la segnalazione

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