Millantanni di Antonella Doria, recensione di Alessandra Cerminara

La mia giacca, opera di Leonardo Lucchi.

Millantanni di Antonella Doria, edizioni del Verri 2015, recensione di Alessandra Cerminara.

     

   

Il moto ondoso, riflesso subcosciente dell’autrice, scandisce con sorprendente puntualità e attraverso un fluido andirivieni di parole l’opera Millantanni di Antonella Doria. E’ il moto ondoso del mare di Sicilia, terra natale della scrittrice, stampata in lei come un imprinting che né la lontananza, né il frastuono di mille città potranno mai cancellare. Immediato è il richiamo ad un altro poeta isolano, Salvatore Quasimodo, e alla sua Acque e Terre, in cui il dato biografico emerge con struggente nostalgia e la Sicilia diviene mito che si cela dietro ogni verso.

Millantanni, trilogia che nasce nei primi anni novanta con medi terraneo, prosegue con Metro Polis nel periodo ’97-’01 e si conclude appunto con Millantanni che ha richiesto diversi anni di preparazione dal 2000 in poi e che dà titolo all’opera. La peculiarità strutturale consiste nel fatto che la raccolta non si compone di singole liriche, ma di un insieme di poemetti in cui un flusso di coscienza poetico, non prosaico-narrativo come nei romanzi di Svevo e Joice, riproduce il ritmo del mare, costante che domina in tutto il poema.

medi terraneo mare
ovunque sempre salse
tribulate acque occhi
di terre alte saracene
….
rotti scisti deliri
d’ambra barocchi corpi
di sale deserti precaria

Le parole riaffiorano dal magma interiore, come testimoniano pure gli abbondanti spazi bianchi tra un sintagma e l’altro e si affacciano alla finestra della vita semplici e nude, prive di connettivi, punteggiatura e orpelli. Esse riemergono come nell’omonima raccolta di Ungaretti Il porto sepolto l’antico porto di Alessandria d’Egitto riemerse, dopo secoli di insabbiamento, a significare simbolicamente la profondità abissale della poesia, a cui solo il poeta può arrivare, per poi riportarla alla luce con il suo nulla/ di inesauribile segreto.

Anche il tempo non conosce la scansione convenzionale di estrazione logico- matematica ieri- oggi-domani, ma si fluidifica fino a coincidere con la durée interiore in cui gli istanti si fondono e si confondono in un’entità indivisibile.

In medi terraneo, protagonista assoluto è il Mare nostrum, sentito dall’autrice come organismo dotato di corpo e sangue, soggetto a continui riassetti e attraversamenti. Un mondo vario, fatto di culture, lingue, religioni, etnie diverse e in continuo conflitto, perché condannate ad essere eredi dell’ira di Achille, portatrice di lutti, cristallizzata nella violenta/ radice di questa mite/apparenza

precorre
di bestia in bestia
loglio obliata radice
ortica malerba bengòdi
a sbafo la porcilaia

laido venefico
Achille

La guerra antica e nuova è il tema dominante. Essa si ripete con ineluttabile puntualità da millenni: cambia volto, modalità, strumenti, ma è sempre lei: feroce e devastante, oggi come ieri, nei tanti conflitti che hanno tinto di rosso il Mediterraneo e ancora lo sconvolgono, riducendolo ad un corpo/ sempre frattale, mare di febbre ovunque, votato inesorabilmente al caos

medi  terraneo  sangue
(dicono) disperse vene pelle
ossa  dentro il fluire del
confinefiume   immerse

macerie solo porta
di sangue suolo
(fazzoletto nero) volgi
avvolgi   i morti
(gasati)  mangia la terra
vuoti     villaggi
di guerra     teatri deserti
abbeverano    sangue

…tra monitor
sensori arriva lelicottero
lepidottero mostro

non esiste più terra alcuna
deserto
silenzio   suona   circonda
parole    a sera
improvvisa notte antica
(taglia il jet un muro
suono   silenzio   e
non si vede)   visi

mani   piedi   tamburi
sono    seguono   un
liuto   lento

Ma il Mediterraneo è anche spazio dell’anima, con la sua natura selvaggia e bellissima come le divinità che lo hanno popolato, Circe e Calypso: creature tremende e illusorie, irresistibili e mortifere, ambigue personificazioni da un lato, dell’invincibile impulso al viaggio e all’attraversamento ; dall’altro, della distruzione e della morte che possono derivare. Così Ulisse, simbolo dei moderni migranti- viandanti , come dominato da una legge dell’eterno ritorno, si mette in mare, abbracciando il suo destino di sciagura e distruzione

senza
compagni mai
avrai transito lieve
questa vasta terra
vuole forza serena
amalgama di rocce sabbia
sopporta sete
distanza
transiti
ripete rituale ritorno

Lo spazio interiore ed esteriore diviene abbandonata immensità, inafferrabile fragore d’onde, in cui la frase in greco Iddio non si cura di mosche, né di uomini come un mantra tristemente riecheggia.

E in questo confuso avvicendarsi di neri cavalieri, corvi gracchianti, liquide città, mori/ re pirati, nomadi, un segno di speranza: donne vengono e vanno, come le onde: come dee

donne onde
dèe sempre vengono
vanno

E danno l’acqua. E promettono notti prima dell’alba.

    

Il secondo poema Metro Polis ripercorre le tappe fondamentali della vita dell’autrice: Milano, a cui è dedicata la prima parte del poema che ha titolo Lan, radice di “terra” e Palermo a cui è dedicata la seconda parte, Ziz, nome fenicio della città.

In Lan, il cuore pulsante è Milano imponente e altera, con i suoi castelli, le sue cattedrali; sprofondata in un grigio torpore in cui sono riconoscibili i segni di un grandioso passato

Celti raminghi sulla tua pianura
segnano solchi quadrati prima
di mezzo in cerchio il centro
terra di marcite d’acque
innalzano deliri solitari
chiostri di perdizione salvezza
austeri poveri borghi
castelli medievali cattedrali
(per grandi peccatori ) e
grattacieli alti
Di molte acque in cerchio Città
perla anello nasce
colta da duchi longobardi
Curtis ducis il Centro di
Milano

Lo spazio, vorticoso e imprendibile, si estende a perdita d’occhio attorno a un individuo alienato e solo, immerso in una infinita Babele e in sospeso versodove abitare. L’allitterazione di “s” silenzi stasi/lo sguardo la soglia../sospinti sostare enfatizza la necessità di una tregua, ma il vortice ha la meglio: la città/ha transiti veloci

Ammutoliti ampi squarci
distese aperte di pieni
vuoti in ognidove
chiudono labbra di paura
al vuoto eco richiamo
ritmo d’esistenza
a muti sensi loquaci
manca corpopensiero
vero nome di senso
alcuno da dove
ostendersi fuori
dal nulla
ma (se nell’anello mi
perdo d’acque…) luoghi
affiorano di transiti
d’ascolto in silenzi stasi
al limite a lungo
lo sguardo a la soglia
sospinti sostare Noi
di soste viviamo ma
la Città
ha transiti veloci…

Il termine “sosta” è bivalente: esprime l’intimo bisogno di fermarsi, perché di soste viviamo, ma anche l’ossessiva ripetitività delle soste tipiche dei percorsi cittadini. E in questo delirante groviglio di voci, corpi metropolitani, fili, tessuti di terre sconosciute, l’andare non ha memoria: è un andare   non sapendo

Senza memoria di sé
senza passato questo
andare non sapendo…
(voce inscritta su pietra
metallo ) Strappi
rotture di tessuto connettivo
di pelle materia desiderio
marginalità adiacente
inganna dove guarda
gravitano luci voci parole
eppure…
affiora ci sono nodi gangli
un apparato di memoria
di pietra luoghi pronta
a spiare esitazioni di luce
incertezze d’infinite sovra
pposizioni sfumature di
colori variazioni suoni
alloga da un territorio
interiore dove chiaro
dove scuro buio profondo
un cielo blunotte allaga
eppure…
molte sono voci
corpi metropolitani
invadono rotte fili
tessuti di terre sconosciute

Il proemio di Ziz apre con un ossimoro apparente di derivazione esiodea: chaos/ kosmos. “Chaos” (disordine nell’accezione comune) nella cultura classica è l’abisso primigenio, lo spazio vuoto e immenso che accoglie il “kosmos”, il mondo nella sua totalità, l’ordine. Ma l’entità che ne deriva, alla continua ricerca di sé, è ibrida, ha forma meticcia

Cháos Kósmos Contrasto di Cielo
alto sfida sublime suona forma
meticcia musaico impasto spazio
tempo apre l’orda di venti pirati

Emerge scenico spazio figura
personaggio parvenza pura perenne
ricerca ragionedelirio – verità sua

L’asteriscato nostos ha il sapore del riorno alle origini e introduce un altro ossimoro, questa volta reale, splendore/squallore: Dicono che qui tra splendore e squallore non rimanga spazio per il soave, tratto da L’isola nuda, di Gesualdo Bufalino. Continua di seguito il gioco di ossimori e antitesi enfatizzate da un sottile gioco di parole e allitterazioni

la nave il ponte il quadro
a l’orizzonte miraggio djebel
alto di rocciacorona ( paradiso
bolgia ) ..

viene vaga viòla
onda bruma umida luce mattino
d’iride residuo puzzo piscio alga
nafta umori conosco (mi)riconosco

tempo di muti mutevoli bagliori buio
segreto barocco conosco il canto

………in questa
spanna invisibile sonnolenta
distratta eterna lotta annega
in mare di terra ragioni
religioni il verde cupo
di aranci limoni

infedele
passato smarrisce confonde
colore orrorearmonia riluce
insieme consuma brucia rotte

Palermo, luogo carico di ombre, è ambivalente e ambigua, caotica e in perenne contraddizione; ma proprio per questo vivace e viva. Con le sue torme di venti, i suoi concerti barocchi di sole, è ottogonale crocevia di sacro e profano, vergine e lasciva, dea ctonia terribile e bedda matripicciridda; è tutto e il contrario di tutto: è il luogo dove tutto può succedere…


felice passo
Porta de’ Greci sentore
salmastro respiro di motori
caldo al Trottoir a mare
passeggiata (accampamento
baracche giostrai ambulanti
nani matrone cavalli in
cerchio la Ruota… [Leandrooo
Leaandroooo amò Ortigia Leandro
crociane parole… qualcosa
qui non quadra altro tempo
luogo altra squadra] suo moto
meccanico alto su mare da lì tocchi
il cielo con un dito sicurosicuro
pezzoduro tricolore leccando

pistacchio-fragola-limone
Antica Gelateria il bar sotto i
bastioni) opere d’urbanizzazione
ora danno ordine frammentato
in meticcia suburra
urbana

    

La consunzione di ogni valore, di ogni verità dilaga nel terzo poema: Millantanni, dove al caos pestilenziale del malcostume e della menzogna l’autrice, cuore selvaggio, contrappone con vibrante fierezza i codici del decoro e della verità, tristemente languenti tra le obliate rovine di un simbolico Partenone (Acropoli)

oltre ogni possibile segno
oltre paura o terrore
un cuore selvaggio
cerca
in labirinti visceri
percorso agli inferi cerca
un cuore selvaggio
contro l’inesprimibile contro
l’oblio il silenzio cerca
d’Acropoli pietre
comporre

Ma da queste rovine, oltre il silenzio e l’oblio, a margine del verbo,a margine del senso, sorgeranno una nuova Troia e una nuova Atene

pietre comporre
comporre parole
echi di una partitura
musica città turrita
nuova (nuova Athenae
Troia o Carthago) sale
al monte … d’Acropoli
serve pietre comporre
si quieta in cuore
l’inquietudine e sale
l’insieme di fiaccole
di mani macerie illumina
illumina ogni notte
di cretto fascismo
o terremoto
un cuore selvaggio
cerca ritorna riprendi
mani e lingua alla terra
alle viscere materne
ritorna matrici di
memoria

La seconda parte del poema, dedicata ai figli che verranno, apre con un’invocazione alla “parola” (Vieni e non ti negare/ O mia parola, salvami!) che investita di una missione salvifica, come Orfeo scende agli Inferi e ci strappa all’Ade, liberandoci da disincanto e inganno

da inferi viene sogna orfeo
a sé ritrovare
salva da disincanto
inganno di ragione sola
assoluta … ancòra cerca
un cuore selvaggio
le sue radici antiche
improvvise in natura
risuonano

Al disordine dell’indifferenza e ad una atarassia neutra che ottunde e annichilisce, si contrappone, attraverso la ripetizione di un profetico vedrai, il chaos dell’amore

nell’ombra ambigua delle stelle
veniamo al cháos dell’amore
fermento ordine creativo genera
enigma sua forma prima sua
poesia..

Già alla fine della prima sezione, La peste dell’oblio, si intravede all’orizzonte una nuova rinascita (all’orizzonte capovolta/ la Terra sorge/ sorge una nuova inquieta/ moltitudine), che per una imperscrutabile legge dell’umano ritorno farà germogliare l’olivo della speranza e della saggezza

si ripete l’umano ritorno
dell’eguale errante nei luoghi
dell’enigma una voce al centro
tra noi e il mondo lo spasimo
del ritorno ci mangia l’anima
è importante allora piantare
l’olivo….

Allora verrà Mnemosyne; verrà il disincanto e labbra nuove si schiuderanno alla parola, alla prima poesia

un cuore selvaggio
le sue radici antiche
improvvise in natura
risuonano s’aprono labbra
alla sorpresa alla forma
del sorriso alla parola sua
prima poesia

narra poesia
che siamo cielo e terra
(prime realtà spirituali)
che un sogno bambino
abita ancora la possibilità
una parola viva una parola
vera in mare di follia

E infine, l’autrice cuore selvaggio, animata da un eroico panismo e forte della sua pelle d’angelo, scalza camminerà su aspri sassi, per luoghi dove il sogno è ancora possibile; dove il cielo e la terra risplendono nella luce mattinale dell’aurora

vedrai andrò
scalza su aspri sassi forte
della mia pelle d’asino
della mia pelle d’angelo
donna tubero e radice
per luoghi incerti
per deserti per lidi e liti
metropolitani andrò dove
cambiano modi e forme
di dèi e dèspoti a dire …
fare… ché non frani sogno
cielo e terra non muoia
notte e aurora colore
nel mattino

Schermata 2017-06-18 alle 21.56.50

     

Immagine di testata: La mia giacca, opera di Leonardo Lucchi.

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