Mondo nuovo, racconto di Vito Panico

john constable, stoke-by-nayland c.1810–11

Mondo nuovo

racconto di Vito Panico.

   

  

Nell’ufficio al diciassettesimo piano di un palazzo nel centro di Cork c’erano un tavolo, una sedia e due quadretti appesi al muro giallo: non uomo esigente. Stava aspettando i dati del rapporto giornaliero sulle reazioni al trauma economico. Era soddisfatto dei passi in avanti che il suo team stava facendo. I dipartimenti continuavano a incentivare la disoccupazione, il rispristino della moralità di massa era ormai prossimo. La missione per cui lo avevano ingaggiato non era più un miraggio ma una meta a portata di mano.
I capi odiavano il sistema della responsabilità individuale perché funzionava: ognuno faceva la sua parte e tutto filava liscio senza disordini e beghe burocratiche.
Sebbene le leggi e la religione fossero vietate da un pezzo, qualcosa di entrambe era ancora nel sistema come filamenti di ragnatela che rimangono appesi alle pareti anche dopo un bel colpo di scopa.
Threshold, l’influenzatore di prestigio mondiale, primo nella classifica Hawkes per otto anni di fila, era il migliore sul mercato ed era stato assunto per iniziare un processo di inversione. Non seguiva da vicino le teorie sul bene comune e la responsabilità individuale, ma il suo lavoro era far credere agli altri che un ritorno alla burocrazia esistenziale non solo era possibile ma era già iniziato.
Gli esperti erano giulivi, il nuovo vento che soffiava da alcuni mesi, forse anni, era di quelli prodigiosi che portano cambiamenti profondi. I sintomi potevano apparire insignificanti e gli indizi strampalati a chi non capiva di queste cose, tuttavia parlavano chiaro. L’Agenzia per le Attività di Bacco aveva condotto uno dei più rigorosi studi sull’Africa da decenni. Sceglievano sempre quel continente perché era l’epitome del potenziale umano e per questo era il primo ad avvertire un minimo cambio di rotta e se ci fosse stata una tempestosa minaccia nel nucleo profondo della terra, allora in Africa l’avrebbero saputo prima che in qualunque altro posto del mondo. Proprio nel centro del continente l’Agenzia aveva registrato un netto calo delle attività sessuali; questo indicava senza inganno che le persone si sentivano insicure, un pò nervose. All’occhio profano tutto ciò significava poco, ma certo non sfuggiva all’analisi dei tecnici che stilarono una relazione e la passarono al diciassettesimo piano. Del resto era un luogo comune, noto persino ai bambini, che una delle condizioni ideali per le grandi rivoluzioni fosse la banale frustrazione delle voglie carnali. C’era chi diceva che la seconda condizione, e cioè l’umore gelatinoso, fosse una conseguenza della prima, chi invece la riteneva scaturire da altri sentimenti senza forma né nome, ma era indubbio che in qualche modo queste due premesse lavorassero d’accordo per giungere alla stessa conclusione.
Non tutto girava intorno all’Africa. Anche in Asia i rilevatori di onde serene mostravano livelli di felicità ai minimi storici. Non succedeva dal famoso crollo politico di due secoli prima che fu, in seguito, il principio di una primavera economica dalle portentose proporzioni.

Charlie bussò alla porta socchiusa ed entrò senza attendere l’invito di Threshold.
– Ciao Charlie.
– Salve, Threshold. Vuole sentire i numeri di oggi?
– Mi sembra che sia il motivo per cui sei qui, disse, mentre tamburellava le dita sulla scrivania con gli occhi fissi sul computer.
– Fahloo ha chiuso. Sedicimila persone, che con quelle di ieri fanno quarantottomila. Caro Threshold, viaggiamo a vele spiegate e mancano ancora i dati dall’emisfero est, li avremo in un paio d’ore.
– Cosa dicono all’Unità Rilevazioni Nervose?
– I classici sintomi: per lo più sconcerto, con tocchi di disillusione, ma nulla di sofisticato del secondo o terzo tipo.
– Nient’altro?
– I nostri informatori hanno sentito parlare di nove suicidi nel Sud. Ma crediamo siano solo voci, d’altronde sarebbe prematuro in questa fase.
– Fammi avere un rapporto sullo sbiadimento dell’identità da siluramento. Lo abbiamo mai fatto?
– Abbiamo solo fatto studi su emozioni, serenità e rassegnazione, ma non sull’identità. Su che scala lo vorrebbe? Ci potrebbero volere settimane.
– Fallo su un campione australiano, prendiamo i casi più difficili, dovrebbe darci un’idea sull’andamento generale.

D’altra parte la storia della responsabilità individuale aveva già creato dei malumori in passato. In principio però sembrava la scoperta del millennio. Il sudanese Machanda Fohlto aveva osservato un abbattimento della violenza in Sudan, e dopo attenti studi aveva dichiarato che l’essere umano ‘era maturato’. Aveva poi esteso le sue analisi ad altri paesi africani dove non si ammazzava più, non si facevano rapine, né stupri o pestaggi, e le tensioni etniche erano state assorbite dal grande vuoto cosmico. All’apice di quel processo le persone facevano ordinatamente la fila nei supermercati e lavoravano solo cinque ore al giorno. Quella ‘malsana’ evoluzione degli uomini aveva spiazzato tutti e in molti si erano affrettati a denunciare l’ottusità del sistema chiedendo a gran voce il ritorno alla ‘burocrazia della vita’.
Ed ora, la recente notizia che aveva lasciato Threshold con l’acquolina in bocca. In un mercato di frutta di un piccolo villaggio come ce ne sono molti in Europa, una donna sui quaranta aveva schiaffeggiato una ragazzina perché quest’ultima l’aveva avvertita che le banane l’avrebbero fatta ingrassare. La schiaffeggiatrice se l’era presa per quel commento che, a suo dire, aveva invaso la sua ‘potenza di volontà’ (usò appunto queste parole) di comprare le banane. Il caso ebbe ripercussioni enormi quando la donna offesa, inaspettatamente, rifiutò una pacificazione amichevole. Il fatto che i tribunali fossero chiusi da molti anni e che gli avvocati fossero altrettanto estinti le impedì di cercare la giustizia che meritava.
Giorni dopo quella lite, in un paese dell’Africa sud orientale una folla aveva assalito un autobus per accaparrarsi i posti migliori e un bambino aveva battuto la testa nel subbuglio. Fatti del genere non accadevano da tempi antichi, epoche il cui ricordo non merita d’essere trattenuto, e avevano creato uno sconcerto diffuso, e anche Threshold li interpretò come inequivocabili segnali del risveglio.
Era convinto che un caso più estremo gli sarebbe stato utile e magari poteva combinare una diretta internet in tutto il mondo per moltiplicarne gli effetti. Era altrettanto certo che la libertà responsabile non avrebbe funzionato e tutto doveva tornare come una volta. C’erano le sue teorie, c’era il suo innato senso di ingiustizia e c’erano i soldi che gli avevano promesso a lavoro fatto.
A questo dovremmo aggiungere la pressione dei vescovi che non reggevano più la vita sulle colline, soli come cani randagi, costretti a coltivare la terra e senza contatti con i pochi fedeli. Ormai non ce la facevano più e così lo tempestavano di messaggi per sapere di ogni nuovo sviluppo.

Charlie prese nota sul taccuino di pelle rossa.
– A presto, Threshold.
– A presto, Charlie.

Una volta solo, guardò fuori dalla finestra dello studio al diciassettesimo piano, oltre le insegne dei negozi e verso i salici nell’orizzonte urbano. I salici erano circondati da una schiera di case popolari a sinistra, negozi di cianfrusaglie a destra, un incrocio a nord e una stazione di servizio per Ipad a sud. Si trovavano lì da decenni, tanto immobili quanto vivi.
Gli alberi gli mettevano nostalgia più d’ogni altra cosa. Nemmeno lui poteva togliere le rughe dalla corteccia dei tronchi, rinverdire le foglie bruciate dal vento ghiacciato.
Si mise a sfogliare The Sexual Revolution. L’ombra della barba nera danzava sulle pagine ingiallite all’oscillare della sua testa fra un paragrafo e l’altro.
Per l’animale umano la negazione della propria sessualità è la causa prima delle smanie di potere, del misticismo religioso e della guerra.
Non era proprio d’accordo, ma non era nessuno per contrapporsi al grande Reich. Inoltre, non c’era tanto da fidarsi della sua opinione in questioni del genere giacché stentava a ricordare dell’ultima volta che aveva dato un bacio a una donna. Questo pensiero lo intrattenne il tempo necessario per addormentarsi.

Dormì sei ore come ogni notte e si alzò quando ancora era buio. Accese la luce e si bagnò il viso. Ancora assonnato, eseguì gli esercizi posturali, le flessioni, le trazioni e terminò la routine con due minuti di respirazione profonda che come sempre eccitarono i sensi e misero in moto la mente.
Finita la colazione, puntualmente sentì bussare alla porta.
– Buongiorno, Mr Threshold.
– Buongiorno Charlie, hai novità?
– I nostri giocattoli finanziari sembrano funzionare! Abbiamo registrato una crescita dell’emorragia contante e anche un centinaio di marce in strada. Ad Abuja, Instanbul e Shenzen ci sono stati scontri ed un paio di morti. Stiamo incrementando la programmazione televisiva e abbiamo ordinato al Dipartimento Religioso di occupare una frequenza libera e trasmettere un sermone di qualche minuto alle dodici ogni giorno.
Credo che anche il clima torrido ci darà una mano.
– E il sesso?
– Cosa?
– Stiamo facendo qualcosa per il sesso?
– Non conosciamo ancora una tecnica efficace, ho chiesto a Mara e Punes di lavorarci da molto vicino. C’è un’altra novità: abbiamo trovato un uomo, lo tenevamo d’occhio da un po’ e sembra che sia finalmente pronto.
Ho già dato l’ordine di prelevarlo per iniziare il programma di condizionamento.
– Bene, fallo venire qui.
Charlie si congedò. Uscendo notò alcune macchie sul pavimento vicino alla porta, scure e dense.

Threshold si mise a gironzolare per la stanza vuota. Una raffica di vento aveva spalancato l’unica finestra e un batuffolo di polvere aveva spiccato il volo verso il soffitto volteggiando per alcuni istanti. Stava per poggiarsi sulle mattonelle ma una nuova folata lo spinse verso l’alto. Galleggiava nell’aria, troppo leggero per cadere ma troppo pesante per volare via, e volteggiando, arrivava fin su il soffitto, sfiorandone le macchie di muffa agli angoli. La brezza soffiava proprio dalla finestra di fronte e lo teneva incollato alla parete come un foglio bagnato.
Threshold lo seguì con gli occhi per tutto il tempo. La strada è quella giusta, pensò, e forse Reich non aveva tutti i torti con quella storia del sesso. Al tempo stesso sapeva che ci sarebbe voluto ben altro per finire il lavoro.

***

Era legato a una cuffia, legata a un telefono, legato a una scrivania, che era legata al pavimento.
Stava sfogliando Un giorno in più, libro sul benessere e lo spirito che aveva trovato nello spazio dedicato al relax. Non era un libro essenziale: le parole mancavano di potenza.
Boll aveva potenza, Camus diceva la verità. Loro non tradivano.
Ma vendere gli alberghi di Miami e Shenzhen, immaginare l’odore dolce di cipolla nelle frittate della prima colazione, beh forse anche questo aveva potenza.

Un tale di Savannah portava la moglie in un albergo di Key West, per l’anniversario. – Deve essere speciale, disse con la voce cavernosa. Aggiunse che voleva un mazzo di rose bianche per la moglie.
– Falle mettere sul letto, fai preparare un bigliettino bianco per quando arrivo alla reception, okay, ci voglio scrivere qualcosa prima di salire in camera, e lei lo troverà fra le rose quando entriamo. Hai capito?
Per la terza volta Paul gli assicurò che gli avrebbe fatto trovare delle rose all’arrivo.
Dopo aver messo giù, annotò la richiesta prima di trasmetterla al dipartimento dei servizi speciali. Poi si guardò intorno nella grande sala per scorgere il sorriso di una ragazza olandese che gli piaceva.

Il telefono squillò: era roba interna, forse le Risorse Umane. Vedrai che mi mandano a casa, pensò. Raggiunse la direttrice delle risorse umane nella stanza in fondo al lungo corridoio.
– Come stai, siediti pure – disse la portoghese Elena De Fran dietro gli occhiali spessi e la camicetta rosa. Aveva una voce così squillante che sembrava non respirasse mai. Le sue parole aggredivano lo spazio e arrivavano a Paul gonfie, quasi obese.
– Bene, grazie.
– Come sta andando il lavoro?
– Comincio a ingranare, mi piace.
– Paul, ho qui le tue statistiche. Hai una discreta conversione ma può migliorare.
Il problema è che non rispetti le nostre linee guida e spesso ti dilunghi un po’ troppo, ben oltre i nostri parametri. Come mai?
– È che mi piace parlare un po’ prima di.. Insomma mettere il cliente a suo agio, fargli sapere che voglio aiutarlo.
– Capisco e fai bene. Ma dovresti imparare a farlo in un due o tre frasi, secondo le nostre regole. Saluto, identificazione, offerta. Tre semplici fasi. Lo sai che le chiamate intercontinentali costano.
– Certo.
– Questa è la seconda volta che parliamo. Se le cose non cambiano dovremo lasciarti andare, lo sai questo?
– Si.
– Bene. Fai del tuo meglio e tutto andrà bene. Ricorda, sintesi e cordialità non si escludono a vicenda. Abbiamo finito, grazie, puoi andare.
– Buona giornata.
Paul uscì e tornò al suo desk camminando per il lungo corridoio. Evitò gli sguardi dei colleghi, sentiva le guance e la fronte diventare calde. Il calore scese giù per il petto ma non entrò nello stomaco. Arrivò però ai piedi che cominciarono a sudare sotto i calzini di lana.
Dovremo lasciarti andare, ripensò a quella frase, un modo diverso di dire altre cose.
Più tardi, Louise gli chiese se voleva bere una birra insieme all’Old Oak. Louise portava sempre i capelli ricci legati per sembrare più alta ma non è che funzionasse. Rispose di no, magari un’altra volta.
Scese giù per Fin Lane, poi girò a sinistra lungo il Tean. Il vento soffiava forte e portava qualche goccia di pioggia con sé. Non era ancora buio, un fascio di luce illuminava il fiume, il gioco di riflessi disegnava una pista liquida per l’ammaraggio dei gabbiani. L’odore dell’acqua era ovunque e sembrava inondare ogni cosa.
Accanto alla porta di casa c’era un barbone con una lattina di birra, Paul lo fissò a lungo senza distogliere lo sguardo: lo faceva sempre per ribadire il golfo di differenze tra lui e l’altro e rassicurarsi del fatto che, in fondo, non se la passava poi così male.
Tirò fuori le chiavi ed aprì la porta di legno blu.
In casa prese il barattolo di nutella, tostò del pane e si mise sul divano.
Mangiò nel silenzio della stanza. Poi andò in camera accese il computer e decise che si sarebbe masturbato.
Il silenzio della casa lo rilassò per la prima volta in giorni, la stanza sonnecchiava in un tiepido umore giallo. Si addormentò vestito.

Si risvegliò in una stanza fredda e bianca. Il quadro alla destra del tavolo era una tela dipinta interamente di rosso ma senza alcun disegno. Paul mise una mano sulla fronte per ripararsi dalla luce al neon. Entrò un uomo in camice bianco e la barba.
– Come sta Paul?
– Come vuole che stia. Lei chi è?
– Mi chiamo Threshold. Abbiamo chiesto ad uno dei nostri uomini di farla venire qui per una proposta.
– Dove mi trovo?
– Si tratta di una proposta di lavoro, per così dire. Vede, Paul, lei è la persona adatta a quello che facciamo qui. Come va il suo lavoro?
– Che c’entra il mio la… Un dolore acuto gli penetrò le tempie.
– Ha la ragazza?
– No.
– Amici, parenti?
– Vivo solo.
– Usa il collutorio? Lo fa volentieri?
– Cosa c’entra il collutorio?! Ma subito sentì il dolore alle tempie. – Si, ma non mi piace usarlo, disse.
– E a chi piace?! disse Threshold ridendo.
– E della morte? Se ne è fatto un’idea?
Paul non fece in tempo a comprendere quell’ultima domanda che cadde in un sonno profondo e senza sogni.
Quando aprì gli occhi un uomo basso e grassoccio gli stringeva la mano intorno al gomito, facendogli cenno di seguirlo.
Camminarono attraverso corridoi illuminati da lunghe lampade al neon e percorsi da condotte per l’aria. Passarono attraverso diverse porte e giù per delle scale, procedendo a ziz-zag. Si sarebbe aspettato d’incontrare qualcuno ma non c’era anima viva, per tutto il tempo dovette ascoltare il pesante respiro dell’uomo che inspirava a fatica attraverso le narici strette e fitte di peli. Aveva una barba ispida e nera su una pelle dura e scura che strideva con il biancore tipico di quelle latitudini. I capelli, folti, erano lisci e schiacciati all’indietro da un’eccessiva quantità di gelatina. Paul se li immaginò appena lavati, scompigliati e secchi. L’aria sapeva di muffa. Forse l’uomo lesse nel pensiero di Paul perché lo guardò con un ghigno e disse: ‘non è poi così male, ha tutti i parametri in regola, ti ci abituerai.’ Da un quarto d’ora camminavano sotto la pelle della terra, in un labirinto soffocante di interminabili corridoi. Finalmente arrivarono davanti ad una porta di acciaio lucido con sopra una targa che diceva: TREATMENT ROOM.
L’uomo digitò un codice e una scheda ottica emerse dal muro. Si avvicinò con la testa sporgendo la metà destra verso la scheda. Un raggio rosso e fulmineo gli colpì l’occhio e la porta fu presto aperta.
All’interno c’era un lettino simile a quello dei dentisti, collegato ad una macchina non troppo grande adagiata sulla parete. L’uomo fece cenno di sedersi ed aspettare, qualcuno sarebbe venuto presto per iniziare il trattamento.
All’improvviso a Paul ritornò la voglia di sapere e chiese ‘Quale trattamento?’, ma quello si era già voltato per uscire.
Non era rimasto solo più di qualche minuto a fissare i riflessi della luce sull’acciaio che li vide muoversi e sparire. Apparve una donna, anzi una ragazza, anche lei vestita di bianco, anche lei con la pelle scura e i capelli lisci molto folti, e sorrideva.

– Devo sistemare alcuni cavi. Ti metto della musica, cerca di rilassarti.
– A cosa servono i cavi, chiese Paul.
– Per il trattamento, non ci vorrà molto.
– Come ti chiami?
– Zahra.
– Da quant’è che non dormi?
– Non lo so, mi sembra di essere svenuto e mi sono risvegliato in questo posto. Sono molto stanco.
– Dormirai.
La guardò mentre gli metteva dei braccialetti d’acciaio intorno ai polsi e li collegava alla macchina alla sua destra. La macchina cacciò un suono lento e acuto che durò un paio di secondi: sembrava pronta. Vide Zahra alzare il volume della musica e riempire un bicchiere d’acqua. Poi di nuovo cadde in un sonno senza sogni.

Uno schiaffo in pieno viso lo svegliò. Voleva dormire ancora ma un altro schiaffo sulla guancia gli schiarì la vista.
– Svegliati!
Riconobbe la voce gentile e un po’ stridula. Zahra lo stava scollegando da quella diabolica macchina.
– Svegliati! gridò Zahra e gli buttò un bicchiere d’acqua fredda in viso.
– Vieni, andiamo!
Senza pensarci su si mise in piedi e si mise a correre dietro di lei. Gli mancavano le forze e sentiva le gambe tremare.
Ripercorsero a ritroso i lunghi corridoi che lo avevano portato fin lì. Passarono davanti alla TRAINING ROOM e alla CONTROL & OPERATIONS ROOM.
Raggiunsero la mensa, c’era una finestra che sembrava dare sulla strada; avrebbero potuto uscire dalla finestra senza essere visti. Mano nella mano passarono attraverso l’apertura e scapparono con la disperazione di chi non ha nulla da perdere.

                                   

john constable, la fattoria glebe, 1830 - in apertura stoke-by-nayland c.1810–11
john constable, la fattoria glebe, 1830 – in apertura stoke-by-nayland c.1810–11

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