Monologhi personae, inediti di Franco Buffoni

Ivo Mosele, Cose nascoste

Monologhi personae, inediti di Franco Buffoni.

    

    

Franco Buffoni (Gallarate 1948), vive a Roma. Esordisce come poeta nel 1978 su Paragone presentato da Giovanni Raboni. Ha pubblicato le raccolte di poesia Nell’acqua degli occhi (Guanda 1979), I tre desideri (San Marco dei Giustiniani 1984), Quaranta a quindici (Crocetti 1987), Scuola di Atene (Arzanà 1991), Adidas. Poesie scelte 1975-1990 (Pieraldo editore 1993), Suora carmelitana (Guanda 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Del Maestro in bottega (Empiria 2002), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014), Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli 2015), O Germania (Interlinea 2015). L’Oscar Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012) raccoglie la sua opera poetica. Dirige il semestrale Testo a fronte. Nel 1989 ha fondato e tuttora dirige il semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria “Testo a fronte”. Per Marcos y Marcos ha curato i volumi Ritmologia (2002) e La traduzione del testo poetico (2004). Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005) e curato opere di Byron, Coleridge, Wilde, Kipling. Per Marcos y Marcos ha tradotto Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni (2012, Premio Torre dell’orologio). È autore dei saggi Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti (Interlinea 2007), L’ipotesi di Malin. Studio su Auden (Marcos y Marcos 2007) e Mid Atlantic. Teatro e poesia nel Novecento angloamericano (Effigie 2007); dei pamphlet Più luce, padre (Sossella, 2006) e Laico alfabeto (Transeuropa 2010) e dei romanzi Reperto 74 (Zona 2008), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro (Marcos y Marcos 2014), Il racconto dello sguardo acceso (Marcos y Marcos 2016). Del 2017 l’opera teatrale Personae edita da Manni.

*

Personae – Quegli istanti

Bianco, rosso mattone e azzurro
In tenue cromia disposti dagli stucchi
Sui fiori dipinti nel vecchio teatro
Dov’è in corso il concerto-revival
Del gruppo rock dal grande passato.
Lì da sola Veronika,
Una coppia gay con figli a casa in baby sitting,
Un prete léfebvriano che passava per caso (?)
Discutono sullo sfondo del lapsus
Di un cronista tv:
“Sono morti in modo non grave”.
Poiché la tv non può mentire
Per qualche istante fino alla rettifica
I quattro revenant tornano vivi.
E quegli istanti a tempo e luogo –
Al tempo e nel luogo in cui i fatti avvengono
Quando il momento è giunto –
Durano il tempo della nostra
Rappresentazione.

*

Monologo di Endy

Al dio del fuoco e delle scosse sismiche, del tuono
Per tre ore urlarono i bambini da sotto le macerie
Sempre più debolmente, poi come ali
Le mani sbatterono sui fianchi per poco.
Quindi fu solo un ammucchiarsi di piccole bare
Con le bandierine nel giardino bianco,
E io prendevo sonno nel mio
Quartiere di neuroni morti
Quartiere dormitorio,
Scene di guerra, avventure eroiche
Nel piccolo cinema all’angolo,
Strada e miseria, boxe e terrorismo,
Il trasporto dei feriti dalle barelle ai treni.
E delle case in demolizione
I segni dei solai, dei bagni,
Il celeste che il treno illumina,
Acquedotti e dighe, obiettivi sensibili
Più degli impianti radiotelevisivi.
Dove nostra signora dell’eterologa
Sorride dall’edicola a me
Che correvo per le scogliere
Col desiderio occulto.

*

Monologo di Veronika

Endy è il ritratto sputato di Kostia—
Il mio Kosten’ka affatto costante, affatto fedele,
Che aveva il suo sguardo e i suoi modi,
E aveva il mio amore. Lui così tanto gentile
Splendidamente gentile. E io mi rassegnavo
A lui spargendo chiome e unguenti,
Io Veronika, vera icona, VERA
Lo sapevo come madre confortare
Quando a me si abbracciava. E non capivo
La ragione di tante sue lacrime.
Lo accarezzavo e allora si schermiva,
Ritraendosi snake-like si accovacciava
Per sfuggire a me,
Capisco bene
Ora.
Però al mattino nel sonno
Era un dio di bellezza e di forza
E scostando le coltri il suo membro
Scorgevo maturo, carezzavo ingoiavo accoglievo
Deglutivo la forza virile
E talvolta riuscivo persino
A ergermi sopra di lui
Amazzone con Kostia dentro
Piantato come un obelisco.
Mi accontentavo, certo, non volevo
Capire
Che non mi desiderava.
Perché era carino nelle sere sul fiume
Mi cingeva la vita nel parco
E al mio collo e alle guance donava
I suoi baci di bimbo.
Ci sposammo il paese felice
Con gli amici i parenti la casa.
Kostia e io studiavamo con foga
Insieme la biologia,
Eravamo anche molto felici
Parlando di molecole. Kostia giocava a pallone
E io contenta vedevo i suoi amici,
Uno su tutti, Alioscia, frequentava
La casa, si fermava a cena.
Fu quel giorno disgraziato della morte di mia madre,
Da una settimana ogni notte all’ospedale,
Che tornai all’alba all’improvviso
Per fare un bagno prima del funerale.
Li trovai congiunti nel mio letto e non
Stavano giocando. Il canto di Madonna
Aveva coperto la mia entrata,
Sul tavolo i resti di una cena, una candela
Si spegneva, le lattine di birra…
“Avrei messo tutto a posto io”
Ebbe solo il coraggio di dire
Mentre l’altro da lui fuorusciva
E io morivo.
Senza una parola seppellii mia madre
E accettai il dottorato senza borsa a Parigi.
Da Kostia non ho più voluto nulla
Se non la firma sul foglio del divorzio.
Dodici anni ormai sono trascorsi
E io non sono più riuscita a innamorarmi,
Se un uomo mi desidera e si accoppia
Con me per volontà e da sveglio si eccita al mio fianco
Lo detesto. Detesto me con lui. Io sono certa
Che con Endy mi addormenterei
Tra le carezze, lo avrei solo
Al mattino nel sonno.
Lo amerei come ho amato
E ancora amo Kostia.

*

Monologo di Narzis

Non credi, Veronika, che Kostia
Sia stato anche lui una vittima?
Come te, vittime entrambi
Di un’educazione all’ipocrisia. Kostia
Semplicemente non poteva essere se stesso
Perché il paese non lo sopportava.
Kostia doveva mentire per piacere a chi
Non lo aveva previsto. Non lo aveva previsto così.
E’ per questo che da cinque decenni almeno in Occidente
Lottiamo e duramente. Perché i Kostia non debbano mentire.
E Veronika non sia destinata a soffrire.
Poi ci sono quelli come lui
                                 Narzis si volge verso Inigo che lentamente scuote il capo
Che si mettono sempre di traverso
Opponendosi a ogni nostro obiettivo
Di dignità.
Quando nacque il nostro secondo bambino
Dalla stessa signora canadese
Che già ci aveva partorito il primo,
Vi furono problemi: il distacco della placenta
Mandò a rischio la vita sua e quella di Erik.
Noi tremammo, per ore tremammo,
Poi tutto si risolse ma oggi Francis
Non può avere altri figli.
Ebbene, allora un amico sapiente
Mi disse: “Tra qualche anno, vedrai,
Non sarà più necessario
Ricorrere alle Francis.
In Giappone gli studi sono ormai avanzati,
Prossima è la creazione di uteri capaci
Di gestire gravidanze in condizioni eccellenti.”

*

Monologo di Inigo

Tu ottieni tutto, le persone con le cose,
E ti convinci di agire rettamente,
Uno specchio ti darei, Narzis, perché
Potessi vederti come sei,
Un sordido egoista teso al massimo
Edonistico individuale.
Non ti bastano i corpi
Vuoi le anime e convinci le persone,
Le seduci raccontando la favola
Del dono per la vita GPA,
Elargisci prebende di parole
E questo giovane irretisti al tuo disegno
Avvalendoti del patrimonio di famiglia
Nome e status gli cambiasti
E desideri—
Avete due bambini? A-V-E-T-E???
Che vergogna, mio Dio perdona loro—

*

            

Ivo Mosele, Cose nascoste
Ivo Mosele, Cose nascoste

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