Monstra di Alberto Rizzi, recensione di Carla Villagrossi

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Pensieri dentro i corpi mostruosi: la silloge “Monstra” di Alberto Rizzi (edito con Youcanprint), di Carla Villagrossi.

     

    

Un equipaggio di eroi immaginari, di modelli anomali, di spaventosi tipi sociali, si guardano e compiono un viaggio simbolico dentro la fisionomia del loro destino e della loro verità. E lo fanno utilizzando il medium artistico di Alberto Rizzi. Sono figure para-umane che rappresentano dannati e deviati avventurieri del sublime, alla ricerca e in opposizione alla bellezza socialmente legittimata. Eludendo la certezza, superando l’ordine e l’armonia, il corpo sussulta nella vita tumultuosa, nella confusione inestricabile, cercando il senso del proprio malore. È un corpo condannato alla prigionia della deformità, immerso nel dolore di una sorte crudele, colpito da un’orda di afflizioni che hanno bandito l’integrità fisica. Quale speranza sopravvive in tali condizioni?

Nella prima poesia della raccolta, “il diverso” si rappresenta al cospetto della madre e rivolgendosi a lei vuole in realtà annunciarsi al mondo e metterlo orgogliosamente in guardia dalla dentatura poderosa che lo fortifica. Quando le difese si indeboliscono, si sviluppa un vissuto di aggressività, lo squalo di terra si desta e lacera la realtà, la sbrana con furia. Mordere per nutrire il corpo, per difendere l’afflitto, per offendere alla stregua di un barbaro, una fiera, un bambino dalle zanne armate. Rabbia, odio, desiderio di predominio, sono i motori del morso rinforzato che non solo sa tenere lontana la violenza o il potere altrui, ma dipana l’essenza dalle cose.

Il richiamo della natura lascia una visibile impronta di ciò che si agita nell’inconscio, il segno di un bisogno non accudito, una mancanza che può essere percepita solo attraverso il dolore. La paura ed il contatto feroce del morso onirico attraversano l’intera silloge.

L’umano bestiario di Rizzi simboleggia vizi e virtù, struttura immagini che sembrano sorgere dal profondo, dalle fantasiose anomalie della natura per incarnare attributi mitologici o divini. Il “mostro” è il testimone dello straordinario che irrompe nel divino per collocarsi nella coscienza dell’uomo rendendolo eterno, sovrannaturale. È un mostro che ci rappresenta, nella sua valenza simbolica, e ci mette in guardia dal compiacimento effimero e vuoto.

L’autore vede, entra e scruta, si espone con gli occhi da animale ferito, vuole essere percepito nella sua condizione manifesta. Dentro queste visioni si possono operare scambi e transizioni dalla sfera dell’immaginario a quella del concreto. Si può sovrapporre lo statuto dell’arte poetica, alla cruda realtà, nei giochi tratteggiati dal racconto ciò che è impossibile diventa possibile. Una proiezione che permette di affermare e negare nello steso tempo la presenza di un “male” senza età, degno di grande riverenza. Anche la scrittura travalica il momento e soggiace agli influssi di una lingua reintrodotta, espressioni di altri tempi andati. Un linguaggio ricostruito nello spazio, desideroso di stili solenni e antiche emozioni. Una scrittura “fuori posto” che si affianca ai protagonisti, intrusi che vogliono esporsi e stare in “Monstra”.

Tutta la silloge è invasa e pervasa da conflitti biologici, ne sono un esempio i titoli di alcune poesie: Gli occhi male altrove, Uomo a metà, Basso da terra, Sfinteri incontinenti, Ossa fragilissime, Viso deforme, Nato con le gambe intorte fra di loro, Un ano in più, Corpo di magrezza estrema.                                                

Il dio si è ammalato: ha le ossa disperate deragliate; i corpi sono assemblati e vivono in simbiosi onirica ognuno dentro il sogno sta dell’altro; il nano esiste radente al suolo e senza abbassarsi coglie gli occhi de la bestia; chi non vede avverte il sole che gli trasmette indefinito elenco di sfumature nuove.

Divinità fantasmatiche guardano alla vita senza vederne l’uscita, la speranza è un imbroglio che avvince i “normodotati”. Nella civiltà dei mostri non interessa l’ipotesi di un bisturi miracoloso che promette la bellezza, neppure il pianto è consolatorio, tuttavia anche il corpo più fragile in chiusura non si arrende e dice che: ancora vado e voglio andare.

CORPO DI MAGREZZA ESTREMA

Quasi non jetta ombra ‘l corpo mio
                                                              quando che me ne vegno
benignamente d’humiltà vestuta

dato che per quante piàzz’incrócio
                                   strade
gli occhi dentr’ai muri
a ‘vitar gli sguardi de’ passanti tegno
di commiserazione e attesa pregni

attesa che qualcosa si rompa
                                   si cada

Stecchi di legno e gamb’e braccia
                                                           pur se test’a zucca non habbo
sorella mi sento a primavera
a chi spaventa uccelli per li campi

che forse fin ne lo sguardo suo
                                                    sì fiss’e vvuoto
fino una meraviglia a me
gli si porrìa carpire

Eppure vado
              voglio andare

Or che senzamotìvo sentivo miapèlle raggrinzirsi
                                                                                      perder consistenza e forza
io svaporavo in tendini e nell’ossa
                                                           piànovituperàndo dentromé
l’aspetto mio primevo e pieno

ché così non nacqui

ma piuttosto mi ruppi
                       mi caddi

Monito miafigùra questo sia
                                                 allora
così ch’anch’ìo comprenda infine
lo scopo che porrìa ancora conseguire

Secche le zinne
                         il cuore che mi bast’appéna
e sol perché ostacolo non v’è
oltrecùi gettarlo
                           lo sforzo ch’ogni muscolo appanna
quando più d’un gradino incombe
                                                            lasciata che ho la strada
su per le scale che menano a miestànze
in pocacàrne l’ombra mia vestita
                                                         ancora vado e voglio andare

                   

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