Il racconto del mese: “L’ultimo tortellino” di Roberto Marzano

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L’ULTIMO TORTELLINO

racconto di Roberto Marzano

              

Sono l’ultimo tortellino rimasto sul fondo di un brodo freddo e lattiginoso.

Sono qui da ore e ormai mi sto scollando, perdo tutto il ripieno, sono davvero in uno stato pietoso. Non ne posso più di star qui tutto solo! Non avrei voluto fare questa fine, stracotto in questo squallido brodo, un brodaccio fatto col dado, per giunta, e di quelli dozzinali tronfi di glutammato e di fantomatici aromi naturali, comprati per pura convenienza commerciale in un hard discount deprimente, dove si rifornisce questa già triste trattoria per camionisti.

Io avrei avuto altri sogni, altri progetti, avessi potuto scegliere liberamente della mia vita, se solo mi fosse stato chiesto un sacrosanto parere sul mio pur breve destino. Eppure avrei dovuto capirlo già dal tipo di ripieno, dagli ingredienti scadenti che andavano ad agglomerarsi in quella poltiglia che la macchina m’infilava a forza nella pancia. Prosciutto crudo e parmigiano reggiano? Sì, l’importante è crederci. Visti, e nemmeno tanto bene, in qualche cartolina spedita dall’Emilia negli anni ’60.

Per non parlare della violenza nella lavorazione della pasta, del passaggio attraverso implacabili rulli sempre più claustrofobici che mi appiattivano fino all’inimmaginabile. E poi, l’aggiunta di tutte quelle schifezze chimiche, additivi e coloranti con nomi alfanumerici di una freddezza disarmante, le soffocanti farine di un improbabile grano tenero e i modi, tutt’altro che teneri, di quei rozzi individui oltraggiosi del mio decoro. Gelide macchine ed esseri della stessa risma, che non hanno minimamente idea di cosa siano la considerazione e il rispetto.

E, tutto sommato, c’era da aspettarsela la terrificante fase di essiccazione. Un brusco passaggio a una temperatura insopportabile, un sudore repentino cristallizzatosi, durante pochi lunghissimi attimi, in uno strato giallastro, lucido, quasi vetroso. Ormai, e non potevo più negarlo a me stesso, ero inequivocabilmente diventato un misero tortellino secco. Così, insieme ad altri miei consimili, venivamo insacchettati di brutta maniera in un involucro carto-plasto-metallico, stretti-stretti, senza nemmeno un filo d’aria. Una densità di popolazione da pagina di dizionario o da bidonville.

Ognuno ha la sua sorte, e probabilmente ci può fare ben poco. C’è chi nasce tortellino secco, pieno di porcherie e di conservanti di non si sa bene che cosa e chi ha la fortuna di veder la luce in posti meravigliosi, come il “Pastificio Artigianale Le Buone Cose di Bellalavita & Figli, fondato nel 1893”. Tutta un’altra cosa: l’essere fatti a mano uno per uno, tutti uguali ma tutti un po’ diversi, come fiori o animali della stessa specie. Prodotti con quella giusta dose d’amore e di passione che conferisce un portamento quasi regale, una personalità degna del luogo paradisiaco in cui ci si trova. Dove un ripieno lo si può davvero chiamare tale e la generosa sfarinata a pioggia è la pennellata finale dell’artigiano che dà la vita, un ulteriore tocco di classe in un ambiente già silenzioso e profumato dagli impasti e dai sughi più fragranti. Nulla da spartire con quel postaccio dove sono nato. E poi, dovreste sentire la dolcezza con cui la commessa ti coglie dal plateau e ti posa con delicatezza, sbattendo con eleganza le ciglia, su uno più piccolo con il marchio della ditta in rilievo, sulla bilancia, facendo poeticamente oscillare la lancetta di ottone dorato, tra numeri stilizzati in gotico e trattini neri sullo sfondo avorio.

«Quanti ne vuole, signore?»
«Siamo in tre ma metta pure per quattro, aggiunga, aggiunga pure! Sembrano proprio appena fatti quei tortellini!»
«Certamente, lei ha davvero buon gusto, signore».

E, per concludere, il fruscio melodioso della carta che ti avvolge con garbo, il fiocco di cordicella azzurra annodata in maniera che il pacchetto si possa trasportare appeso per il mignolo, dondolandolo un po’ con la lieta gaiezza di chi pregusta in anticipo il piacere di mangiarli. Sì, proprio tutta un’altra cosa! Inoltre la gradita vicinanza di profumatissimi ravioli, gnocchi e agnolotti, cappelletti, anolini, trofie e pansoti, non fa che alimentare il senso di infinita beatitudine. Tutta roba buona e fresca, fatta con le uova vere, mica con quelle liofilizzate che mi inoculavano con crudezza in quella fabbrica urlante. Il parmigiano tagliato all’istante dalla forma, grattugiato a mano nell’intingolo di carne e prosciutto che rosola sfrigolando nella casseruola, inonda tutto il negozio d’infinita squisitezza.

Invece eccomi ancora qui, a fantasticare, nel freddo umido di questo liquido iniquo. Probabilmente non valgo un granché, viste le mie origini e il mio prezzo un po’ troppo conveniente, ma avrei voluto perlomeno essere condito con uno di quei fantastici ragù di carne col soffritto di sedano, carota e cipolla. Magari con l’aggiunta di un po’ di vino rosso, quel tocco originale che dà un lieve pizzico d’acidulo al condimento e un tono vagamente bordeaux alla salsa di pomodoro. Uhm… mi sento svenire solo al pensiero! Quel sugo succulento e prelibato che ti entra nelle pieghe della pasta e ti avvolge tutto del suo dolcissimo grasso, una carezza calda, suadente, un abbraccio divino che può portarti fino all’estasi, prima d’essere masticato con immenso gusto.

Viceversa, sono davvero un bel po’ disperato. Anche perché, specchiandomi poc’anzi nella pentola di acciaio che mi contiene, ho notato, povero me, di essere anche piuttosto brutto e mal riuscito. Una sorta di raccapricciante campionario di tutti i difetti di fabbricazione, secondo gli standard previsti dalla tabella “UNI-ITA 6-5-71”. Il massimo della sventura per un tortellino secco.

Ecco perché mi hanno lasciato lì da solo! Probabilmente nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di fare l’ultimo piccolo sforzo per mangiarmi. Di solito lo si fa per non buttarli via, per finire una buona volta, già che si è pagato, quei disgraziati di tortellini. Ma si vede che il cuoco mi ha giudicato davvero impresentabile, invendibile, capace solo di rovinare l’aspetto di quell’ultima porzione, anche se destinata a un camionista di bocca buona, stanco, affamato e distratto. Uno di quei tipi che solitamente non danno alcuna importanza a come si presenta il piatto che devono consumare. Eppure, se il cuoco ha preso questa inequivocabile decisione, forse sono davvero molto più brutto di quello che credo di essere. Sono proprio un mostro! E io lo so che fine fanno gli avanzi come me, so bene cosa mi aspetta: ora lui prenderà la pentola per i manici e butterà me con tutta la brodaglia giù per il gabinetto, tirando lo sciacquone con convinzione, levandosi così dall’increscioso imbarazzo.

Difatti, alquanto enigmatico dietro i baffoni neri, il cuoco si avvicina e, dopo un leggero e dubbioso quasi impercettibile sorriso, ficca la mano nella pentola. Con molto garbo mi prende tra il pollice e l’indice e, dopo avermi sgocciolato leggermente con una piccola vertigine, mi lancia nell’aria. L’ultimo ricordo che ho è di un primissimo piano della bocca spalancata di Bobby, il quale mi ingoia intero senza nemmeno masticarmi, quel figlio di un cane!

Adesso sono nel buio della sua pancia. Attendo pazientemente che i succhi gastrici arrivino e incomincino a decompormi, ma sono felice. Ora anch’io posso morire contento e con dignità, com’è giusto che sia per ogni tortellino che si rispetti.

*

Tratto da “L’ultimo tortellino e altre storie” – Matisklo Edizioni 2013

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