C’è del nuovo e c’è del bello, editoriale di Daniele Barbieri

GODARD_ALPHAVILLE

C’è del nuovo e c’è del bello, editoriale di Daniele Barbieri.

   

   

Se avessimo nominato “il grande Bach” a un qualsiasi ascoltatore di musica di buona cultura della seconda metà del Settecento, la sua mente sarebbe probabilmente corsa, nella maggior parte dei casi a Carl Philipp Emanuel, in un’ampia minoranza (tra cui il giovane Mozart) a Johann Christian, e magari qualcuno, particolarmente colto, avrebbe persino pensato al loro fratello maggiore Wilhelm Friedemann, grande e sfortunato contrappuntista. A nessuno sarebbe venuto in mente il loro padre, il “vecchio parruccone” Johann Sebastian, buono al massimo per capire bene il contrappunto, certo non come musicista da eseguire per il pubblico godimento.

Per trovare qualcuno che apprezzi il vecchio Bach come musicista degno di essere pubblicamente eseguito, bisogna aspettare il pieno Romanticismo, quando Felix Mendelssohn Bartholdy ne fa eseguire per la prima volta da un secolo, nel 1829 a Lipsia, una versione abbreviata e dai tempi romanticamente lentissimi della Passione secondo Matteo. Da quel momento in poi la fama del “vecchio parruccone” non fa che crescere, sino a diventare, intorno al 1920, il modello della nuova musica ipotizzata da Arnold Schoenberg, con una dodecafonia tutta costruita sui moduli compositivi bachiani. Anton Webern, pochi anni dopo (nel ’36) eseguirà persino una trascrizione, nel suo stile puntillista, di un ricercare a sei voci dall’Offerta Musicale. Nei seminari di Darmstadt, infine, dal 1946, non solo uno dei docenti sarà l’organista (e quindi anche solo per questo bachianamente ispirato) Olivier Messiaen, ma il più importante (negli anni successivi) degli allievi, cioè Pierre Boulez, svilupperà la propria, in seguito influentissima, teoria musicale, a partire dalle meditazioni bachiane di Schoenberg.

Se si conosce questa storia, la domanda sull’innovatività della musica di Johann Sebastian Bach diventa perlomeno imbarazzante. Per i suoi contemporanei e immediati successori, Bach è soltanto un grande tecnico, ma la sua musica è tutta rivolta al passato, senza scampo. Ci vuole quasi un secolo perché qualcuno si accorga degli elementi di (straordinaria) novità in essa contenuti, e da allora a oggi se ne è continuati a trovare sempre di nuovi. Si potrebbero però anche descrivere le cose in un altro modo, continuando a considerare il vecchio Bach come un musicista rivolto al passato, e separando la qualità (comunque straordinaria) della sua musica dal suo eventuale carattere di novità. Come dire: non c’è bisogno di pensare che Bach sia stato un grande innovatore (quali per esempio sono certamente stati Mozart e Beethoven) per considerarlo un grande musicista. Novità e grandezza sono due variabili indipendenti, e, come ebbe a dire crudelmente Rossini della musica di un giovane e imprudente postulante che lo disturbava per chiedergli un giudizio, “C’è del bello e c’è del nuovo nella sua musica, ma il bello non è nuovo, e il nuovo non è bello”.

Date queste premesse, possiamo davvero parlare del nuovo in poesia, come in qualsiasi altra arte? Non staremo semmai parlando di ciò che fa tendenza, di quello che ci sembra nuovo perché in linea con quello che va di moda? Carl Philipp Emanuel e suo fratello Johann Christian sono stati due ottimi musicisti, e hanno effettivamente forgiato più di chiunque altro le tendenze musicali della musica tedesca (e quindi ormai europea, perché da quegli anni in poi per circa un secolo è la  musica tedesca a dare il la, in Europa). Eppure oggi è il nome del loro (all’epoca) ininfluente padre a essere ricordato molto molto più del loro.

Quale sarà il criterio per decidere se ci sia del nuovo in poesia, e del nuovo che sia anche bello? oppure, detto con una terminologia meno ottocentesca, del nuovo che valga davvero la pena di leggere (lasciamo stare il bello, che è già una nozione che ha i suoi non indifferenti problemi)?

Non vedo che due scelte possibili, di fronte a questa domanda: o la si nega, decidendo che non c’è un criterio, e si abbandona la prospettiva del nuovo; oppure si dà una risposta politica, consapevoli della sua limitatezza, e si decide che è nuovo quello che va nella direzione in cui abbiamo la sensazione di andare noi stessi, interpretando come possiamo quello che ci sembra essere lo spirito del tempo.

La avanguardie hanno fatto radicalmente la seconda scelta, spesso persino senza quelle precauzioni che avanziamo qui, parlando di consapevolezza della limitazione e di “sembra essere”. Ma il futuro, il progresso, l’idea di novità sono contenuti nell’idea stessa di avanguardia: solo in una prospettiva progressista si può pensare che qualcuno si trovi davanti. Se non c’è questa prospettiva, che fornisce la direzione, il vettore di riferimento, l’idea di essere davanti naufraga subito di fronte alla semplice domanda “davanti a cosa” o “davanti a chi”. Non a caso la prima avanguardia storica si chiama futurismo, e si richiama, appunto al futuro, al progresso, al domani; e tutte quelle che la seguono hanno un riferimento più o meno esplicito alle avanguardie politiche, frutto diretto di una qualche ideologia del progresso, a partire dal socialismo/comunismo.

Nella misura in cui crediamo al progresso, potremo dunque pensare al nuovo come un valore positivo in sé, e tanto meglio se poi è pure bello, ma il valore di novità è già di per sé un valore. Se siamo invece degli smagati postmoderni, che riconosciamo nel progresso, come già a suo tempo Giacomo Leopardi, la sua natura illusoria e consolatrice, che cosa ce ne faremo del nuovo?

La poesia cambia, inevitabilmente, con il tempo, come tutto. La poesia che si scrive oggi è diversa da quella che si scriveva ieri; e in questo senso è indubbiamente nuova. Ma se abbiamo smesso di credere alle magnifiche sorti e progressive dell’uomo, il nuovo sarà semplicemente un diverso, e il diverso potrà essere migliore o peggiore, ma non avrà, in sé, qualità positive.

Quello che ci possiamo augurare, al più, è che la poesia che si scrive oggi sia adeguata al suo tempo, che è diverso dal tempo di cinquanta o cento anni fa. In questo senso la sua diversità è necessaria, e la sua novità, implicitamente, pure. Ma l’unico metro di giudizio che ci rimane non è che quello di sempre, ovvero: a me, oggi, nella misura in cui io, nella mia inevitabile singolarità, riesco a impersonare lo spirito del tempo (o almeno un qualche spirito del tempo, perché non è detto che ve ne sia uno solo) la poesia che leggo riesce a dire qualcosa? riesce a trascinarmi, a emozionarmi, a colpirmi? e riesce a farlo in maniera diversa dalla poesia che leggevano i miei padri e nonni, la quale magari, certo, continua a colpirmi, ma lo fa senza togliermi la consapevolezza della distanza – perché, certo, ci sono cose che restano più o meno uguali nel tempo, e su quelle la (buona) poesia del passato continua a cogliere nel segno ancora oggi; ma ci sono anche cose che sono diverse, e che continuano a cambiare, e ci aspettiamo che una poesia del presente sappia giocare pure con quelle.

E non sto parlando di politica, e neppure, necessariamente, di poesia civile – la quale può andare benissimo, ma non è, in sé, la soluzione alla contemporaneità. O perlomeno, si tratta, in sé, di una soluzione da poco, a basso presso. Ben più sottile è quello che ci aspettiamo che colga, della nostra contemporaneità, una poesia davvero contemporanea, che poi si esprima nelle forme della poesia civile, dell’epica o della lirica.

Certo che, visto in questi termini, il grande Bach viveva davvero fuori del suo tempo, e la sua musica coglieva delle costanti la cui importanza ha poi richiesto almeno un secolo per emergere, e ancora un altro per imporsi. Magari tra un secolo o due qualcuno riscoprirà un grande e sconosciuto poeta del presente. Per ora non abbiamo altra scelta che riconoscere e apprezzare e valorizzare i piccoli Bach, che tanto piccoli in fin dei conti non sono stati. Facciamolo però con giudizio, consapevoli sempre che ci può essere altro, al di là di ciò che ci appare così evidente!


Eddie Constantine in Alphaville di Jean-Luc Godard
Eddie Constantine in Alphaville di Jean-Luc Godard

One thought on “C’è del nuovo e c’è del bello, editoriale di Daniele Barbieri”

  1. Pensa solo se lo avessero chiesto qualche anno addietro, molti avrebbero pensato al Richard Bach de Il gabbiano J. Livingstone. Molta arte è figlia del tempo in cui è stata prodotta, molta addirittura è pseudo cultura figlia di mode più o meno effimera. Il fatto che JS Bach sia stato riscoperto e ri eseguito molto tempo dopo la sua morte, vuol dire forse che era “troppo moderno” per i suoi tempi. Considera poi la fregatura di un Mozart e di un Beethoven solo a pochi decenni di distanza. Comunque la rivalutazione del grande musicista, avvenuta molto dopo la sua morte è proseguita nel secolo scorso grazie a musicisti di talento come Glenn Gould, e anche a livello popolare grazie ai gruppi rock romantico barocchi. L’arte, poesia compresa, rimane figlia dei propri tempi e non sempre è immortale. Non credo che un Balestrini sarà oggetto di revival tra qualche decennio, così come nessun poeta del Gruppo ’63. Resta la speranza che grazie a gente e canali nuovi, oltre che a un maggior rispetto, la poesia italiana si rianimi un po’. possibile? Chimera? Ti giro la domanda perennemente aperta.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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