Offscapes di Vincenzo Bagnoli e Valeria Reggi. Note a margine (emozionali) di Emanuela Rambaldi

Valeria Reggi, da "Offscapes"

Offscapes – oltre il limite del territorio urbano di Vincenzo Bagnoli e Valeria Reggi. Note a margine (emozionali) di Emanuela Rambaldi.

    

   

Qui non siamo dalle parti dell’archeologia industriale – antico patrimonio produttivo che gli archeologi amano studiare, e il cui primo termine, con un’associazione azzardata, mi ha sempre richiamato alla mente i templi di Angkor, abbandonati anch’essi dalla storia e invasi dalla natura.
Qui siamo nel presente, al massimo nell’altro ieri.
Qui siamo oltre il limite della visione del territorio urbano.
Siamo in luoghi a noi sempre più prossimi, dato che spesso piani regolatori scellerati mescolano fabbriche e abitazioni, così che nelle periferie, vengano azzerati i confini tra campagne, zone urbanizzate, zone residenziali e zone industriali.
Gli edifici destinati alla produzione sono tra noi, confinano con i nostri orti e i nostri cortili, sono il nostro sfregio quotidiano e per sopravvivere, fingiamo di non vederli.
Quando muoiono, però, quando diventano luoghi abbandonati, ignorarli diventa difficile. Perché una volta disabitati, cominciano ad attrarci, irresistibilmente. E ci viene voglia di andare a vedere.

È li che si sono addentrati, Vincenzo Bagnoli e Valeria Raggi, fisicamente, con le parole e con le immagini.
Nelle carcasse di fabbriche delle quali si impadronisce la natura. Ciuffi d’erba sui pavimenti. Templi dello squallore, lontani migliaia di miglia da Angkor.
Nel cuore dei capannoni abbandonati, dove c’è un altro abbandono, ancora più inquietante, che è quello degli oggetti, le scrivanie, le carte, i macchinari, coperti di polvere, morti, ma come in attesa che qualcuno li tocchi, li rianimi. La più vana delle attese, la massima illusione della vita nelle cose definitivamente morte. Lasciati lì, come se all’abbandono, che di per sé è già un gesto terribile, si fosse aggiunta l’indecenza dei segni del passaggio umano, senza più un senso se non quello della loro vacuità.
Con precisione, uso sapiente della luce e una predilezione per l’equilibrio, Valeria ha costruito inquadrature così pulite da esaltare la sporcizia che ritraggono. Così nitide da donare stabilità al disordine. Armonia a luoghi disarmonici per definizione (che la nostra cultura non coltiva il concetto della bella fabbrica).
E se nelle immagini c’è il mondo fuori da noi, nelle parole, siamo noi dentro quel mondo.

Per questo, anche il rock era necessario. Perché quelle di Vincenzo sono poesia da cantare (e da ascoltare cantare).
L’ho ritrovata tutta, la colonna sonora del mio mondo suburbano. Ho rivisto il volto scavato di Peter Murphy, gli U2 da giovani, e gli altri, e quando nelle orecchie è rimbalzata la voce di Ian Curtis, è stato come quando si ritrova il fantasma di un antico amore. Brividi. Il cuore si ferma. Il respiro si strozza.

E mentre fissavo lo sguardo sulle parole e sulle immagini, mi è capitato di immaginarmeli, Vincenzo e Francesca, peregrinare circospetti e affascinati nell’oltre umano. A comporre questo libro, che è un po’ anche un viaggio.
Queste immagini, queste poesie, restituiscono presenze. Le tracce, che così bene Valeria e Vincenzo, hanno seguito e catturato, ci corrono incontro. Ci invadono.
E ci aggrediscono con la potenza di migliaia di storie di quotidiana fatica, corpi, grida, rumori, meschinità, invidie, soprusi e (forse) solidarieta’.
Perché le fabbriche ora chiuse, oltre che fabbriche morte, sono state anche fabbriche di morte. Tra i loro muri, al tempo della produzione, ci si feriva, a volte persino si moriva.

Difficile fare arte con le lamiere. Vincenzo e Valeria ci sono riusciti.

Offscapes è un libro così bello che viene voglia di toccarlo.

E’ un e-book. Ma solo per ora.

    

LIVINGSTONE
(failures of the Modern Man)

 

Ancora un giorno infame (come gli altri) di eternit, di cenere e metallo di polvere e fuliggine, di ghisa di limatura di ferro, di marmo corroso, di neve sporca e di asfalto (la vita ci passa troppe monete false e cattive di questo conio).
Il nome è sull’elenco del telefono
ancora dopo così tanti anni
ma ritrovarlo in quei corridoi
dove la luce si oscura, e separa
l’ombra, il contagio, il non ritrovarsi, non ci si riesce e non ci si vede.
Restiamo soli fra quelle parole
che abbiamo bandito dai nostri discorsi; fuori il cielo di ghiaccio e di metallo mozza il respiro ai fiori appassiti.
Resta il rammarico dei giorni persi:
io sono triste e questa tristezza
è tutto quello che posso ormai darti.

     

X LAMA

Dicembre volta l’angolo in fretta
e l’anno nuovo mi azzanna alla gola:
la quieta maestà del clima freddo
è rotta dalla rabbia dell’industria.
Le nude travature del commercio,
le atroci verità del capitale
(l’usura, consunzione ripetuta)
le trovi al tatto in fondo alla notte,
le ore più buie che durano a lungo:
poi c’è la morte bianca del risveglio
nel grigio della cenere del tempo,
e del futuro andato in fumo
in tutte le aspre fabbriche del nulla,
fame meccanica che scava dentro
le nostre budella l’annientamento.
E in questa nebbia gotica la storia
è un incubo davvero e senza fine
mentre nuotiamo nel mare di stelle
della galassia perdendo nel vuoto
per sempre tutti gli atomi leggeri
scomparsi in fondo agli angoli del cielo nel vuoto del big rip, dell’entropia.

     

SOLIS STATIO (undead undead)

White on white come cenere leggera
nel freddo del cemento e dell’acciaio
l’ombra di una fredda stella lontana
colora il cielo ad ovest dell’inverno
La crosta ruvida dell’universo
si sgretola in ocra rossa dei morti,
sul breve pomeriggio di gennaio
incombe l’ombra lunga del tramonto,
l’alba fredda, la pioggia di metano;
i posti dove non va più nessuno,
sottratti all’orizzonte degli eventi,
brillano di radiazioni violette,
la gelida tempesta delle cose.
L’angoscia, pazza e accecata, sorride
dai tetti beata, con la bellezza
sfiorita di una madre nel ricordo.
Fuori mi guardano con un sorriso
gli ultimi dei della distanza: vento,
nuvole, stelle e tenera neve.

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http://www.offscapes.it/IT/

                          

Valeria Reggi, da "Offscapes"
Valeria Reggi, da “Offscapes”

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