OFFSCAPES e intervista a Vincenzo Bagnoli

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OFFSCAPES e intervista a Vincenzo Bagnoli, a cura di Claudia Zironi.

   

   

OFFSCAPES – OLTRE I MARGINI DEL PAESAGGIO URBANO è un libro composto da poesie di Vincenzo Bagnoli e da fotografie di Valeria Reggi, con prefazione del prof. Antonio Alberto Clemente. Il libro è per ora disponile solo in formato elettronico, in libera lettura.

Poniamo alcune domande a Vincenzo per inquadrare e meglio comprendere l’opera:

   

OFFSCAPES perchè questo titolo? Cosa significa?

“Offscapes” è un termine tecnico che appartiene al linguaggio del giardinaggio, dell’urbanistica e delle lanscape arts in genere: si riferisce propriamente a quella parte del paesaggio che si situa oltre i margini dell’intervento di abbellimento o di modifica, quello che potremmo chiamare genericamente lo sfondo. Lo abbiamo scelto, come un gioco di parole, perché ci sembrava adatto a descrivere tutto ciò che resta normalmente escluso dalle rappresentazioni del nostro ambiente, tanto nei discorsi comuni, quanto nel discorso critico o perfino artistico. E che soprattutto viene cancellato dal funzionare della nostra società fondata su ritmi infernali di produzione e consumo: quindi i luoghi abbandonati, rimossi dalle nostre vite, e in particolare quei luoghi che erano stati deputati alla produzione, come le fabbriche.

   

Come è nato questo progetto? C’è in esso un’esigenza e un’urgenza o è piuttosto il compendio di anni di interesse e studio per la materia?

È nato concretamente dall’incontro di due percorsi, alle spalle dei quali c’erano ovviamente sensibilità individuali e originali traiettorie di ricerca. Per quanto riguarda la mia sensibilità, una prima immagine che posso evocare, relativa a un viaggio della mia prima adolescenza, è un sole rosso che cala su un enorme complesso industriale arrugginito, fra Rimini e San Marino, mentre sto ascoltando con uno dei primi walkman i Doors. E’ da impressioni articolate come questa che nasce il mio scrivere poesia: da simili strutture di memoria, immagine, musica, sulla cui base, nel mio sentire, si può ricostruire una sensazione di ambiente, un cronotopo, un contenitore di esperienza vissuta. Su questo si sono poi innestati gli studi: negli anni di università mi sono occupato di avanguardie e, anche per interesse personale, delle interpretazioni della moderna città industriale, come quelle di Walter Benjamin o del situazionismo. Su un altro versante ancora, ma in realtà, come dicevo, tutto confluisce nello stesso piano di azione, c’era la fascinazione per la Manchester decaduta di fine anni Settanta dei Joy Division, non molto diversa, mi pareva, dalla Bologna postindustriale che stavo sperimentando anche io a distanza di pochi anni (che non fosse una suggestione troppo personale o peregrina l’ho scoperto poi anni dopo, quando sono venuto a conoscenza del fatto che nel Piano Regolatore e di Ampliamento del 1889 la Bolognina, quartiere operaio con i suoi scali ferroviari e l’aspettativa di un boom industriale, era definita “incipiente Manchester”). Sono cresciuto nelle periferie, nelle diverse forme che questa ha, nella mia città: il sobborgo decentrato residenziale, la fascia popolare che doveva servire di supporto allo sviluppo industriale (la Bolognina appunto e la Cirenaica, per esempio), i quartieri dormitorio moderni, dotati in un secondo tempo di parchi e giardini, ma all’inizio costellati di terrains vagues. E queste esperienze hanno avuto un valore formativo.

   

Gli atti creativi della parola e dell’immagine sono cresciuti insieme o hanno percorso diverse strade?

È propria sulla base di queste esperienze di spazio, della loro dialettica con il centro storico e con gli altri spazi, che è nata in me nel 1994 l’idea di cominciare a progettare la scrittura di poemi topografici, che ricostruissero i territori, gli ambienti in cui si formava l’esperienza contemporanea, così diversa da quelle precedenti: con i suoi spazi, appunto, con le sue specifiche regole di uso di questi, con i suoi ritmi e le sue colonne sonore. Landscapes e soundscapes. In questo progetto di scrittura, quindi, l’immagine era una parte importante, così come la componente  sonora, anche se allora i mezzi tecnici cui avevo accesso rendevano un po’ difficile una realizzazione  multimediale. All’epoca conoscevo già Valeria, perché proprio in quegli anni collaboravamo alla stessa rivista, ma il progetto di lavorare insieme è nato una dozzina di anni dopo, quanto lei ha letto i miei libri che erano nel frattempo usciti (soprattutto 33 giri stereo LP) e mi ha messo a parte di sue parallele ricognizioni fotografiche. Collaborava infatti con il museo del patrimonio industriale di Bologna e si era dedicata a propria volta ad esplorazioni del medesimo panorama, oltre a coltivare un interesse per graffitismo e street art (avendo al proprio attivo qualche mostra fotografica sul tema). Diciamo quindi che prima si è formata una mappa fatta di scrittura, ancora incompleta, mentre Valeria formava la propria, poi abbiamo confrontato le nostre mappe e abbiamo deciso di costruirne una più ampia e nuova: con un focus specifico sulle fabbriche abbandonate e che facesse della inscindibilità di testo e immagine la propria specificità. In concreto, il lavoro a questa nuova, originale mappa si è sviluppato attraverso ricognizioni più organizzate, a più vasto raggio: un lavoro che ci ha impegnati in vario modo fra il 2010 e il 2014, fra ricerca, presa di contatto col territorio, raccolta, rielaborazione ecc.. Una parte della scrittura esisteva già, quindi, mentre una parte è venuta durante i nuovi percorsi di esplorazione condivisi (perché insieme abbiamo condotto le ricognizioni da cui sono nate le fotografie e una parte dei testi del libro: ricognizioni a volte anche “avventurose”…). E soprattutto si è evoluta in questa fase la dimensione internazionale del testo, grazie alle traduzioni che Valeria ne ha fatto (col prezioso contributo di Deek Jones): dimensione che è di recente approdata alla pubblicazione di uno dei poemetti, Orpheus in the Underworld, prima sul n. 4 di “Trafika Europe”, rivista online, e poi sull’annual cartaceo che costituisce il “best of” della medesima testata. E una parte sta ancora crescendo.

    

Che futuro avete in mente per questo libro?

Come dicevo, una parte della scrittura è ancora in divenire, quindi sicuramente ci saranno altre traiettorie che si dipartiranno da questo lavoro. Intanto ci stiamo interrogando sull’importanza anche documentale che esso può avere avuto: abbiamo infatti potuto osservare come una parte di quegli aspetti che avevamo trattato sia nel frattempo andata distrutta. Notizia di questi giorni è per esempio l’abbattimento della ciminiera della centrale del Battiferro, luogo dove abbiamo raccolto alcuni degli scatti più suggestivi, sotto l’aspetto del “riuso” di questi edifici. Parlo di un riuso, in questo caso, abusivo, perché in realtà quello che colpisce è proprio il loro destino di abbandono e incuria: mentre all’estero iniziative private o pubbliche provvedono al loro recupero, o comunque cercano di renderli elementi di valorizzazione per il territorio (trasformandoli musei che si rivelano attrazioni turistiche, per esempio; oppure conservandoli “come sono”, ma facendone importanti landmark), da noi questi offscapes sono condannati a restare permanentemente “off”. Quindi possono diventare alloggi per senza tetto, a volte desolanti, a volte curiosi; possono diventare il teatro di azioni, artistiche, come quelle di Bansky o Blu, o di ben altro genere…  Solo pochissimi, come le ex officine Sabiem, vengono almeno parzialmente conservati e recuperati. Abbiamo anche visto che esistono molte persone e gruppi che stanno cominciando a interessarsi a questo aspetto, e quindi è probabile che sotto il profilo almeno documentario ci sarà una copertura molto valida. Ma il nostro obiettivo è anche un altro: portare il più possibile il nostro lavoro  fuori dal web, avvicinarlo ai territori di una condivisione meno virtuale, e quindi avvicinare un po’ lo sfondo in cui sono relegati questi paesaggi marginali o emarginati al paesaggio della nostra quotidianità. Soprattutto vorremmo, grazie alla specificità del nostro lavoro, ossia l’unione di parola e immagine, creare maggiore interesse per la pratica dell’urban exploration, anche come piacere puramente estetico (senza quindi necessariamente coinvolgere l’aspetto storico-documentario): è una pratica che all’estero è normalissima, mentre in Italia, dove ci vantiamo di saper apprezzare il territorio, ci fermiamo ai monumenti storici e alla gastronomia. Quindi speriamo anche che le sinergie con realtà italiane e straniere possano aumentare. Un’ambizione che non ti nascondo è quella di permettere al lettore di avere il libro anche nella sua forma tradizionale, stampata… Ma questa è un’altra (lunga) storia!

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CANZONE DEGLI ATOMI DI IDROGENO
(a million people in one string)

Il cielo si muove troppo in fretta
i danni strutturali strappi e ustioni
consigliano cautela a mezza bocca
sfuggono toni di rassegnazione

Nella risacca della periferia
L’ansia di tutti i palazzi in rovina
E degli spazi vuoti, i relitti
Di una frenetica vita antozoica,
Gli anni spezzati infranti e fracassati
Fra il cemento e parole del video
Compongono orizzonti di dettagli,
Instabile barriera corallina
Che un raggio di sole frantuma
In un funerale di Plancton.
Noi non riusciamo a dirci mai niente,
Restiamo qui sotto ad un cielo infranto
Che non dà segni indicazioni o rotte:
Solo un’opacità densa e fumosa,
Come se respirasse tutto il piombo
Rimosso da parole e da inchiostri.

*

SONG OF HYDROGEN ATOMS
(a million people in one string)

The sky moves too quickly / structural damage, rips and burns / advise caution letting slip muttered / tones of resignation.

In the backwash of suburbia / Anxiety of derelict buildings / And of the empty spaces, the wrecks / Of a frantic Anthozoan life, / The years broken shattered and crushed / Between concrete and words on a video / Compose horizons of details, / An unstable coral reef / That a ray of sun smashes / Into a Plankton funeral. / We never manage to say anything to each other. / We stay here under a shattered sky / That gives no signs directions or routes: / Only a dense, smoky dimness, / As if one were breathing all the lead / Taken out from words and inks.

***

ZUBENELGENUBI

Ci sono davvero giorni così
sotto il cielo blando dell’equinozio
rosa di cenere incandescente;
dei giorni come questi quando cambia
a volte il colore della città,
giorni scoperti soltanto alla sera,
sospendono la prosa della vita
Ci sono giorni come questi, quando
s’incendia la linea degli orizzonti,
non trovi le armonie, ma risonanze,
la roca vibrazione del metallo
sentita sulla corda delle vertebre,
pressione atmosferica sul timpano,
ronzio spettrale del rumore bianco
che contrappunta i bassi del respiro.

«Arido, rosso e dolce è il panorama
scheletrico del mondo», il duro suolo
interminato di tutti i racconti finiti
dei corpi degli uomini fatti pietra,
mare di voci confuse dal tempo,
quello che hai gettato a piene mani
nei buchi dei giorni, nel cavo degli anni
negli impasti astiosi del passato,
fidando nel progetto, nello stampo,
credendo all’edificio, alla struttura:
invece non c’era nulla di scritto
e ogni costruzione si sviluppa
senza pilastri, senza saggezza,
con l’intelletto dell’ultimo istante
su queste fondamenta incoerenti.

Ecco perché mi piacciono i deserti
nel pieno di periferie disfatte
di zone industriali abbadonate.
Sotto ai cieli di foschie immobili,
cieli occidentali abbandonati dalla storia,
soli nella solitudine del nuovo giorno
restando chiusi dentro automobili
ferme ai bordi delle città, nelle strade
sempre più vaste e svuotate dal traffico,
non devi aspettare un cinemascope,
la carrellata indietro in controcampo
lunghissimo che prenda e dica tutto:
saranno i nostri passi a raccontare
la trama degli occhi e degli sguardi,
a costruire ogni volta il clima
senza ascoltare le prescrizioni
dell’aspra sorte e del depresso luogo
(nemmeno quelle delle acerbe gare),
di tutte le favole tristi o felici.
La solitudine ci entra nell’occhio
per cento angoli e facce diverse,
nello sguardo d’insetto di mille
finestre delle case popolari,
l’immenso distesa dei vapori di sodio.
È un logaritmo di altre città,
un vivo panorama di tragitti,
di punti di partenza e di ritorni
è il calcolo dei passi e la fatica;
tutte le minime città raccolte
sotto i cieli plurali della sera.

Qui puoi trovare i nuovi piaceri:
lo stridere del neon fra le cicale,
la luce artificiale nelle aurore,
l’odore del gasolio, del catrame:
finora non ne abbiamo mai parlato
al margine dell’erba, pensavamo
che fossero soltanto un ingombro
da togliere e tornare al vero vero,
invece sono fatti per durare
e farsi dura pietra, terra, suolo,
racconto, senso, storia, insomma è questo
lo strato di un’altra generazione.
Senti pensieri nei plessi spinali,
lungo le vene e attraverso alle ossa
formarsi in proteine e tendini, tensioni,
sciogliere e svolgere in ritmo e respiro
i ciottoli, la polvere, i mattoni,
chiaro splendore di cielo e cemento.
In fondo alle strade di pianura
in angolo insolito con l’universo
restano ferme le nuvole estive.

*

ZUBENELGENUBI

There are really days like this / under bland equinox sky / pink in glowing sunset ash; / days like these when / the color of the city sometimes changes, / days discovered only in the evening, / suspend the prose of life / There are days like these, when / the line of the horizon is set ablaze, / you cannot find the harmonies, but the resonances, / a rough vibration of metal / heard on the rope of the vertebrae, / atmospheric pressure on the eardrum, / ghost-like humming of the white noise / that counterpoints the bass of breath. / «Dry, red and sweet is the wold’s skeletal / landscape», the hard never-ending ground / of all ended tales / of the bodies of the men made stone / sea of voices confused by time, / what you have thrown with both hands / in the holes of days, the hollow of years / in the resentful mixture of the past, / trusting in the project, in the mould, / believing in the building, in the structure: / but there was nothing written / and each building grows / without pillars, without wisdom, / with the intellect of the last moment / on this inconsistent foundations / That’s why I like the deserts / in the middle of undone suburbs / of abandoned industrial zones. / Under the skies of motionless mists, / western skies abandoned by history, / alone in the solitude of a new day / while remaining locked in cars / still on the edge of the city in streets / wider and wider and emptier of traffic, / you do not have to wait for a cinemascope, / the roundup back in a long reverse shot / that takes all and says it all: / our steps will tell / the plot of the eyes and the looks, / to build each time the climate / without listening to the requirements / our hard lot, and of the humble place / (not even those of bitter wars) / of all sad or happy fairy tales. / This sense of solitude enters the eye / through a hundred corners and different faces, / in the insect glance of a thousand / windows of council homes / the immense expanse of the sodium-vapor. / It is a log of other cities, / a live view on journeys, / points of departure and return / is the calculation of steps and fatigue; / all smallest cities collected / under the plural skies of the evening, / Here you can find new pleasures: / the screech of neon among cicadas, / artificial light in sunrise, / the smell of diesel oil, of tar: / so far we have never talked about it / at the edge of grass, we thought / they were only a small load / to take away and return to the real truth, / instead they are made to last / and become hard stone, earth, soil, / story, meaning, history, in short, this is / the layer of another generation. / You feel thoughts in the spinal plexuses, / along the veins and through the bone / forming in proteins and tendons, tensions, / loosening up and in rhythm and breath play / pebbles, dust, bricks, / clear splendour of sky and cement. / At the bottom of the roads of the plain / at an unusual angle to the universe / summer clouds sit idle.

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Vincenzo Bagnoli (Bologna, 1967). Ha suonato in una rock band e ha lavorato per periodici ed emittenti locali, ha svolto attività di ricerca e didattica nell’università e scritto saggi e monografie di critica letteraria. È tra i fondatori di “Versodove, rivista di letteratura”. Ha pubblicato le raccolte di poesia 33 giri stereo LP (1980-2000) (Gallo & Calzati, 2004; musiche di Nicola Bagnoli), FM – onde corte (Bohumil, 2007; disegni di Giacomo Della Maria) e Deep Sky (d’If, 2007). È autore dei testi dell’album Bologna ’67-77 della band Stratten e ha collaborato ad alcuni documentari di Home Movies e Mammutfilm.

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Valeria Reggi (Milano, 1966). Studiosa del mondo anglosassone, collabora con università e aziende, sia come traduttrice professionista sia come consulente di comunicazione. Ha pubblicato svariate traduzioni, recensioni e articoli letterari con case editrici italiane e inglesi. Da sempre coltiva la passione di famiglia per il design e la fotografia, rivolgendo lo sguardo agli aspetti più fuggevoli e nascosti del quotidiano.

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Il libro in formato elettronico è disponibile in lettura e visione qui: http://www.calameo.com/read/0043965477c53d4382aa9
Altre informazioni sono sul sito www.offscapes.it

La prima presentazione italiana è organizzata da: Civico 32, Garbo associazione giovani architetti Bologna, Fantomars arte accessibile, Scuola della carta, Versante Ripido, nell’ambito di un ciclo di incontri su “i nuovi luoghi della contemporaneità” con annessi concorso fotografico e concorso poetico Si terrà il 2 ottobre 2015 alle ore 19:00 presso Cortile Caffè Via Nazario Sauro 24, Bologna. All’incontro saranno presenti gli autori, lo scrittore Vito Bonito, la scrittrice e giornalista Rossella Bonfatti e l’architetto Antonio Alberto Clemente, docente di Urbanistica all’università “G. D’Annunzio” di Pescara e Chieti. L’ingresso è libero.

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