Oleandro e Garaza di Giovanni Fierro, recensione di Lella De Marchi

Les Misérables, Tom Hooper, 2012 08_risultato

Oleandro e Garaza di Giovanni Fierro, Qudu ed 2015, recensione di Lella De Marchi.

    

       

Un centimetro prima: il dramma della distanza: Oleandro e Garaza di Giovanni Fierro.

La parola scritta, specialmente la parola poetica, porta sempre al suo interno, cercando di svelarlo, lo svolgersi di un dramma. Nel senso etimologico e greco del termine è azione, storia, manifestarsi di un evento.
Il dramma cercato e svelato in Oleandro e Garaza si mostra nella sua fattispecie amorosa, ha un sapore decisamente erotico e retrogusto esistenziale e linguistico. E gli attori, involontari ma consapevoli, chiamati a rappresentarlo sono un fiore, l’oleandro, di cui è nota l’alta tossicità, ed un garage, traduzione del termine croato garaza. Direi, le due facce antiteticamente compresenti alla possibilità dell’incontro amoroso e passionale, in senso reale, e in senso simbolico quale emblema di ogni incontro: il rischio di rimanerne irrimediabilmente intaccati e la possibilità di trovarvi rifugio dalle intemperie della vita.

Il finale in atto è di tipo catartico, ma la risoluzione può attuarsi, proprio come in un dramma scenico, solo passandoci nel mezzo, lasciandosene trasportare. E’ necessario attraversare il caos, assistere con la vita alla trasformazione degli elementi in causa fino alla pacificazione dei contrari come incontro degli opposti: sé e l’altro da sé, la dicotomia uomo-donna, il buio e la luce, l’io e il tu (Ma io capisco un / dramma / e tu mi indichi / vicino alla finestra / una gioia e cinque / tulipani / gialli). Nell’immagine finale del tulipano giallo, che l’amato può vedere grazie alla presenza dell’amata e attraverso il vetro di una finestra, è racchiusa tutta la potenzialità di questo incontro-scontro atavico: la capacità di permetterci di oltrepassare i nostri limiti intrinseci, le gabbie della mente e della vita, per condurci là dove è il regno dell’ideale, della possibilità, in una parola dell’amore. L’energia che trasforma l’oleandro in tulipano giallo, simbolo dell’amore nobile e solare.

Al centro, tra i due postulati, si svolge, narrata e seguita passo a passo secondo un movimento mirabilmente lineare, ineluttabile, la lotta passionale. Vitale e necessaria come l’aria che respiriamo, e duplice, come la sostanza che abitiamo. La lotta della vita per il respiro e la parola, e lotta del respiro e della parola per la storia, dentro al ritmo e alla durata. Una lotta che si nutre di sconfitte e nostalgie (quanti respiri / volati via) e impedimenti (nel bacio / troviamo i denti / a sbattere contro), consapevole della difficoltà dell’io di ritrovarsi nell’altro (lo so / è dove ti perdi / che io ti trovo). In atto è il gioco fattosi adulto dell’attrazione-repulsione amorosa, che ammette la presenza del buio, del vizio (e penso / a quei fumatori, / che dopo una vita / di dipendenza / smettono …sempre più affaticato / il loro respiro non sarà / più lo stesso), che sa ritrovare e riconoscere la purezza originaria di ogni istinto (le tue dita da bambina / mi dicono che in questa nostra / prima passione, ogni volta / ci entriamo / con una capriola).

Se la ricerca del nostro, forse del mio, poeta si esaurisse a questo punto ci troveremmo di fronte ad un lavoro attento e molto interessante, linguisticamente esperto e capace, ma che rischia di non sottrarsi ad una certa legittimità d’argomento. Anche l’indulgenza verso le espressioni più crude e le tinte più forti del linguaggio erotico (“scopami”, “arrivami fino in gola”, “le mie due rotondità / sono nella tua bocca”) potrebbero correre il rischio di suonare come un falso orgasmo, un clichè. E non c’è poeta di valore che non fugga dal pericolo dell’astrazione come da un lupo affamato o dalla morte stessa, che non abbia conosciuto a proprie spese l’insufficienza della parola ad entrare nella carne delle cose e che proprio per questo la ami in modo viscerale. Infatti il nostro ammette, quasi a metà percorso, aprendoci il varco che cerchiamo e regalandoci, a mio avviso, i versi più intensi e significativi dell’intera raccolta: “Tutto baciamo / ma tutto non diciamo / dove, a carne e desiderio / voliamo e conquistiamo/ a parole ci fermiamo / un centimetro prima”.

A drammatizzare in maniera duplice l’azione narrata a darle verità, Giovanni Fierro è infatti capace di un secondo movimento, compresente ed annodato al primo, forse ancora più tenace e combattuto, e dotato di diversa direzione: un movimento centripeto, che dall’esterno spinge con forza disperata verso l’interno fino a cercare il fondo della passione (la febbre di sudore / si misura a stordimento e tensione), il luogo della sua origine, la fonte prima della parola che la dice (Gli occhi chiedono allo sguardo / di essere fame). Un movimento che non teme di cadere nella trappola del niente e del vuoto (La crudeltà della preda / è qui / braccata e perciò più feroce). E non smettendo di cercare al fondo pesca, come per via di sottrazioni di astrazioni successive e con ritrovato stupore, il “corpo”, nella sua forma duplice di cui si diceva. Il corpo incontaminato, il corpo come luogo primo della nostra umana purezza, e il corpo come luogo della parola originaria, primo alfabeto per leggere il mondo e l’amore, per leggere l’incontro, la possibilità della trasformazione (Prima di te / io pensavo che tra inguine / e cuore / ci fosse più / distanza).

E’ la compenetrazione fisica dei corpi l’unico modo per riuscire a sentire più da vicino possibile la vita tutta, entrarle nella carne, e poi ridirla. E’ nella compenetrazione fisica dei corpi il tempo, il nostro stare dentro al tempo, l’unico modo per venire dentro la vita, dentro allo svolgersi del dramma (Questo spingere la carne / dentro la carne / è chiaro, lo stiamo facendo / è come si fa con i propri / anni / dentro il tempo , corpo a corpo / giorno a giorno). E’ la compenetrazione fisica dei corpi l’unico modo capace di annullare per un attimo, giusto la durata di un orgasmo, umano e cosmico, tutte le distanze. Capace di far tacere la parola, giusto un centimetro prima della parola stessa. (Tutto baciamo / ma tutto non diciamo / dove, a carne e desiderio / voliamo e conquistiamo/ a parole ci fermiamo / un centimetro prima).

Restiamo così, alla fine del dramma, carnalmente e piacevolmente coinvolti all’interno di una ricerca poetica matura e tenace, misurata e dolorosa al tempo stesso, capace di cercare e provare a dire il vero. Il vero della vita e della parola.

Senza titolo

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