Opposti e contrari di Rosa Pierno

spencer gore, campi di fagioli, letchworth, 1912

Opposti e contrari di Rosa Pierno.

   

   

 

Rosa Pierno, nata a Napoli nel 1959, è laureata in Architettura, vive a Roma.
Dal 1993 fa parte del Rosa Pierno 3corpo redazionale della rivista di ricerca letteraria “Anterem” diretta da Flavio Ermini, Verona. È, insieme a Gio Ferri, codirettore della rivista “Testuale”. Cura la rubrica “Tangenze” sulla rivista d’arte “il libretto”, edizioni Pagine d’arte diretta da Matteo Bianchi. Svolge intensa attività critica artistica e letteraria. Suoi testi sono presenti in numerose riviste, antologie e cataloghi d’arte. Cura il blog “Trasversale” insieme a Mario Fresa e Gilberto Isella.
Ha pubblicato i seguenti libri: “Corpi” Anterem, Verona, 1991, “Buio e Blu” Anterem, Verona, 1993; “Didascalie su Baruchello” Roma, 1994; “Interni d’autore” Joyce & Company, Roma, 1995; “Musicale” Anterem, Verona, 1999; “Arte da camera” d’if, Napoli, 2004; “Trasversale” Anterem, Verona, 2006 (vincitore sezione poesia Premio Feronia); “Coppie improbabili”, Pagine d’arte, Milano, 2007, “Artificio” Robin, 2012.

 

      

OPPOSTI E CONTRARI

Prologo

 

Fra il dolore e il piacere il grado intermedio, ma qui nessuna sensazione. Senti la mia mano quando a te l’avvicino? Come si potrebbe definire il vivere privo di percetto? Pianta mia diletta! Estranea a dubbi e ambiguità, ma non a godibili sensazioni: il tepore del sole, un ricco nutritivo terreno, una ventilata posizione. Esiste un medium tra te e il cielo o non bisogna nemmeno cercarlo, fisso stelo su cui si schiantano scaraventate nuvole da iroso mutevole vento? Appoggio la foglia sul mio palmo, ne leggo le ramificazioni come fossero quelle d’un destino! Caldo freddo, umido secco sono gli attributi della tua essenza. Non dormi né respiri, ma su di te misuro il mio respiro e il favoloso sonno sotto la volta dei tuoi intrecciati rami.

I

Se fosse possibile incasellare le passioni, si dovrebbe procedere dapprima individuando, anziché l’identità perfetta, la perfetta differenza all’interno dello stesso genere. Quella che, pur restando in argomento, travalica le sponde, cancella i confini, inghiotte terra da che mare era, diventando fanghiglia: essa sarebbe da considerarsi roba spuria, non pertinente all’argomento. Alga di Darwin che s’accampa, imprevista, tra l’inorganico e la vivente specie. Dove esista differenza vi è anche qualche cosa che somiglia e, dunque, permane la difficoltà della classificazione, se non si stabilisce il criterio della condivisione. In che cosa fummo uguali e in che cosa diversi. Cercando, si finirebbe col narrare una storia che parte dall’origine, dalla creazione del cosmo a cui gli dei furono presenti. La peonia scarlatta fin qui giunta, dal vortice primigenio, a malapena appiccicata fra le pagine del quaderno, è messaggera di piacere ultramondano, di segno da cui non si dovrebbe mai prescindere, estetico messaggio di innamorata dea.

II

Ma certamente il genere in cui incasellare il preziosissimo lascito – i petali carnali e setosi insieme, purpurei e argentei nel medesimo lampo – deve differire da un genere che non contiene la peonia, di qualunque colore essa sia. I colori non fanno alcun differenza. Chi incasella, ha bandito dal mondo la sua attitudine a percepirli, affermando che ragione non li contempla se non in separata sede. Foglie alterne, dentate, di un verde più o meno biancheggiante e coi piccioli bianco-cotonosi. Calice ovato-globoso, terminato all’apice da una punta breve. Flosculi rosso-porporino, raggiati. Se i contrari costituiscono solo un particolare tipo di caratteristiche, le contrarietà non oppongono per questo minore resistenza al restante mondo, avvelenando l’animo. Le foglioline leggermente trilobate sono, sopra, di un bel verde lucido, sotto, glauco-biancastre con denti acuti e spuntonati. Far che il piacere sia di briglia al ragionare non è certo scientifico metodo, ma a volte consente di scoprire mondi che non è possibile scorgere altrimenti. Caule eretto ovato oblungo. Corolla campanulata, di un bel colore turchino, con stami brevi e colle antere lunghe lunghe, gialle.

III

La peonia deve essere catalogata: parrebbe facile gioco, in fondo si tratta di cosa di tutta evidenza, anche se odora ineffabilmente. Già svanisce la sua bellezza non resistendo al mio sguardo indagatore. A seguitare con metodico incedere si fa fuori un altro pezzo di mondo. Rammentarsi di ficcare nelle caselle anche le più fievoli sensazioni, non volendo apparire tranciante nella divisione delle percezioni. Che non si passi banalmente dalle peonie all’amore! È certo con piglio risoluto che si deve recidere: dal foglio è necessario che io cancelli i versi tratti da poesie sentimentali, pena il fallimento dell’esperimento.

IV

Sulla morbida pergamena di Redouté, le corolle conservano una vellutata peluria. Si ha quasi la sensazione di trovarsi di fronte a un fiore da cui sia stata elusa la sfioritura, dinanzi a una specie diversa, come sarebbero le melagrane prive di semi. Si studi che cosa resta escluso, gli scarti, le irrilevanti cose, le drammatiche scelte, il dialettico bivio. Del floreale bouquet niente rientra nell’ambito scientifico, nemmeno la nomenclatura. Il rosseggiante calice, con la corolla composta di tre petali obcordati venosi nivei. Immortalati nella loro perfezione, nel processo in divenire che li mantiene per sempre raggelati sul baratro dello sfiorire, i fiori stanno come scolpiti nell’eterno, in una diaccia casella della mia immaginazione.

V

Se le idee non fossero altro che le cose sensibili trasportate sul piano dell’in sé, esse sarebbero sostanza e dunque nessuna differenza esisterebbe tra la cosa presente e quella ideata. Tra la peonia che giace anatomizzata e la sua descrizione appuntata in un brogliaccio. Tuttavia, la puntina di rugginosa corruzione presente sul bordo di un suo petalo, squarcia il sipario su fondali alternativi. Lì si determina una diversa prosecuzione della narrazione, ove la digressione dalla dimostrazione ha i suoi ragionevoli balzi. Nell’amorevole principio del bene, tocca immettere pure ciò che è immondo.

VI

È necessario rispettare la coatta descrizione della cosa, dire che quella che se ne trarrà, costituisce l’essenza, che non è ascrivibile parimenti ai diversi piani del significato. È necessario restringere l’azione, attenersi solo a quello che si vede. È fisica, non narrazione di chimere. Occorre ribadirlo ogni volta: gli universali non sono sostanze e nemmeno accidenti, pena la caduta in assurdità clamorose e difficoltà crescenti. Abituati a pensare che non esista genere senza differenze, che ogni peonia sia dissimile dall’altra, anche se non sai riconoscerne il perché: cadrebbe, altrimenti, come castello di carta la scala con tutti i pioli; più affidabile sarebbe la pianta di fagioli.

VII

Se il rizoma è liquido, ingrossato, fibroso, con foglie lanceolate, scanalate, allora ha i fiori numerosi, disposti in spiga glomerata e nuotante. E quando vegeta nei luoghi ombrosi e ha il rizoma terete e repente e le foglie situate nell’apice del caule, disposte a verticillo, integerrime e venose, e il fiore solitario, il perigonio verde, l’ovario e i tinti steli di un violetto nereggiante, lo raccolgo anche se ne ho già cento dello stesso esemplare. Nell’erbario sono ranuncoli e foglie, ma nessun numero e nessuna retta infilza gli spessi fogli. L’erbario è il luogo intimo della scepsi, il ricostruito mondo del piacere, la varietà inutilmente infinita della forma vegetale.

VIII

Sarebbe qui dibattuta la questione dell’unione fra mente e corpo, abilmente risolta da aristotelica mente, che l’uomo non può essere tale senza il corpo, il quale è sinolo di materia e forma. La peonia color di pesca ha pertanto una forma priva di anima intellettiva a tirar le fila del canonico ragionamento. Carnosa peonia che non avverti la mia presenza al tuo fianco, dì solo una parola. Osservando il calice di cinque foglioline; appena sfiorando la corolla coi petali rotondati, in punta, ristrinti alla base; trasvolando sugli stami numerosi, attaccati al ricettacolo, sovrastati da antere, e sugli ovarj senza stilo, si scorgono cassule ovali contenenti diversi semi lustri, aderenti lungo la sutura. Oh, nemmeno descrivendoti ti si può afferrare, sebbene non si debba mai prescindere dalle tue parti sensibili, dalle tue caratteristiche formali! A partire dalla tua essenza così congegnata, forme e categorie preesistono in potenza, resistendo senza arretramento. Un unico rammarico sento: non preesistevi nella mia mente, non ti ho io generata. Non avevo di te nemmeno una pallida idea, qualcosa che somigliasse a un concetto universale, una categoria che t’incasellasse come mancante parte nella mia collezione personale.

IX

Il vero sta nel connettere le cose connesse. I molteplici significati si tengano insieme per via di ragione. L’irrazionale deponga ogni pretesa e faccia virtù dell’offesa. Caule frutticoso procombente ramoso, con foglia superiore lanceolata, inferiore glaberrima, apice setoso e argenteo, stellata sul margine e interiormente vellutata. Se sta nella mente vuol dire che sta nella sostanza. Come puoi credere che il mondo vacilli a ogni istante? Non sarà il mondo votato all’assoluto, ma quello in cui vivi, in cui ragioni e senti, in cui conosci e dissenti a ogni piè sospinto. Sarebbero contrari gli attributi di genere diverso che non possono trovarsi in un medesimo oggetto. Peonia non si muove, eppure muta, movimento è solo ciò che passa da contrario a contrario.

X

La pianta, papillosa e pistillata, non riconosce fra le altre piante i suoi medesimi caratteri distintivi e volgarmente s’accompagna con le specie più speciose per disperazione. Bulbo rotolando in avanti si sporge per meglio farsi notare. Fusto volubile, glaberrima detta quando non rosa, con curve regolari, quasi spirali all’apice, avente spine non pungenti, esangue, si appoggia al foglio con languido sospiro. La serrato-spinosa foglia si ripete con vertiginoso impeto e nasconde piccolissimi puntuti odorosi boccioli.

                                

erich hecke, dangast nella marschland, 1907 - in apertura spencer gore, campi di fagioli, letchworth, 1912
erich hecke, dangast nella marschland, 1907 – in apertura spencer gore, campi di fagioli, letchworth, 1912

 

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