Orme intangibili di Alessandro Ramberti, recensione di Stefano Iori

Myrna Darby 1908_1929

Orme intangibili di Alessandro Ramberti, Fara Editore 2015, recensione di Stefano Iori.

   

   

Complesso il testo di Alessandro Ramberti Orme intangibili (Fara Editore, Rimini, 2015). Premessa, antefatto, prologo e apertura. Quartine alternate da un verso fra parentesi. Chiuse in cinese. Citazioni (il prediletto è Albert Camus) che si specchiano con il corpo poetico e ne intervallano il fluire. E ancora, un epilogo e un congedo. Oltre ciò, otto pagine di note che implementano la profondità del componimento. A cornice, una prefazione e ben tre postfazioni. Con l’indice, poco più di settanta pagine che indubbiamente mettono il lettore a dura, sebbene intrigante prova. L’articolazione dell’opera fa pensare ad una sorta di ipertesto o, voltandosi al passato, al Talmud, immane miniera di sapienza, scritto a più mani, con molteplici possibilità di scorrimenti intrecciati di lettura e di interpretazione. Non per niente Talmud sta per “studio”. È un labirinto, la tortuosa strada, afferma proprio il Nostro a pagina 49.

Dopo aver preventivamente visionato la struttura di Orme intangibili, impreziosita da illustrazioni in bianco e nero del fratello dell’autore, Francesco, ci si attende molto dal poema. E si parte avidi con la lettura. L’avvio (la premessa) è dichiaratamente ispirato a Jorge Mario Bergoglio, con omaggio alle considerazioni di questi su desideri e limiti, laddove i secondi vanno oltre i primi: Esistere è la forma continuata / dell’essere nel mondo temporale / coi desideri che vanno oltre i limiti / come i sogni prospettano gli eventi. Di confini o recinti poetici l’autore ne ha ben pochi e il suo scritto, come anticipato nella descrizione della struttura multistrato del componimento complessivo, si dipana in una montagna di senso, di considerazioni e di visioni. Ramberti, inoltre, si rivolge direttamente al lettore, sempre amabilmente, e gli pone anche una serie di domande (pure in questo rivedo il tratto talmudico dell’opera).

Ma perché mai l’autore ha scelto uno scheletro di scrittura così ricco… così “corposo”?

Si scontrano gli eserciti dell’anima
ma lascia entrar la luce nel segreto:
ricorda che se cerchi la tua strada
è necessario prima che ti perda. (pagina 13)

La risposta, probabilmente, sta proprio nel concetto della precedente quartina che appare al termine della premessa. E a tal punto chi abbia visionato, come il sottoscritto, l’ardimentosa struttura di Orme intangibili, prima ancora di affrontarla con la lettura vera e propria, capisce cosa Ramberti suggerisce: se si cerca la propria via lo si può fare solo perdendosi. Sfida accettabile. Nel prosieguo del leggere, non pochi sono i momenti di svanimento, di smarrimento, quasi di sconforto: sensazione stranita che viene dal desiderio di carpire il messaggio dell’opera, senza trovarlo bello e pronto. Ramberti, evidentemente, sa che la poesia è un concerto: lo spartito è dettato dall’autore, ma il lettore funge da coro e da orchestra. La sinfonia lirica nasce da tale intreccio di pensiero, di attenzione sovrapposta, di intendimenti molteplici, di accoglienza e non solo dalla profferta del poeta. Rivolgersi al lettore direttamente, esplicitamente, sottolinea di fatto questa vivifica formula dialogica.

È comunque l’antefatto, a pagina 15, a chiarire l’intento di Ramberti:

Ho sognato di avere
il cervello percorso
da una lancia gettata
da qualcuno indistinto
e remoto… riuscivo
ad estrarla. Col cranio
perforato dal tunnel
luminoso e perfetto
senza tracce di sangue,
lacrimavo contento:
ero vivo e cosciente.

La citazione collegata, tratta da Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, fa intuire che le questioni che muovono l’autore sono dio e la fede: “Ma perché, perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse, e preghiere sussurrate,e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri?”. (Antonius Block dialogando con la Morte).

Anche il prologo successivo fornisce indizio preciso della direzione intrapresa dal Nostro:

Le crepe fanno bene agli edifici
compatti babilonici e ripieni
come scatole di sabbia incolore
diversità confuse-disarmoniche

(clessidre orizzontali)

l’imbuto attende il tempo di caduta
ma tu continua pure la tua strada
il veleno del male nei ventricoli
rallenta la sua corsa quando ami. (pagina 17)

Il concetto di amore salvifico ci riporta al testo di Sant’Agostino, che comprende il male, ma lo scaccia o compensa con la forza dell’amore (Ama e fa ciò che vuoi). Ma sarà poi realistica la conclusione del santo? Tale incognita è chiarita, a mo’ dell’autore, nella sua stessa apertura:

Da dove nasce la consolazione
capace di arrestare ogni lamento
l’idea che siamo all’orlo di un bacino
sul quale aleggia e vibra la ragione

(da unire con la fede)

plasmando i nostri sogni ed i progetti?
C’è un fuoco che discende dal battesimo
sui nostri corpo-ed-anima a dirigere
i passi perché siano più diretti. (pagina 19)

Si può affermare, a questo punto, che quello di Ramberti è un poema religioso, cattolico anzi. Il laico e l’agnostico, a tal punto vibrano di perplessità. Gianni Criveller, nell’ultima delle tre postfazioni esordirà scrivendo: “Non sono familiare con il linguaggio poetico che Alessandro Ramberti impiega, ma lo sono con alcune delle persone con cui egli dialoga: Matteo Ricci, Dietrich Bonhoeffer, Edith Stein, Teresa di Lisieux, papa Francesco… Questi testimoni accompagnano Alessandro in un viaggio dell’anima, che si apre a vari orizzonti, e in cui fanno capolino alcuni temi preziosi, quali l’amicizia e la ragione….”. Chi scrive potrebbe lasciarsi andare ad un contrappunto: “Non sono familiare con il l’anelito fideistico-religioso che Alessandro Ramberti impiega, ma lo rispetto in nome dell’unico amore davvero condivisibile anche per un agnostico: quello per l’anima, inspiegabile soggetto-oggetto (operatore logico o illogico che sia), ma tant’è, non riesco a affermare che non esista”. D’altronde anche Walt Whitman ebbe a scrivere: “… E non comporrò alcun poema o la più piccola parte d’un poema che non abbia attinenza con l’anima, / Perché avendo osservato gli oggetti dell’universo, / non ne ho trovato alcuno, né particella di alcuno, / che non abbia attinenza con l’anima”.

Il poemetto di Ramberti, dopo preamboli svariati, finalmente prende il via e lo fa con una bella quartina:

Ho detto poche cose e ciò che ho fatto
può essere riassunto in un vocabolo
che esprima la tensione dell’arciere
il cui bersaglio è interno ed inesatto. (pagina 20)

Significativa anche la successiva, breve frase fra parentesi: (C’è un’utopia che sana)

I versi fluiscono e la metrica aiuta il lettore a ritrovarsi in una cadenza gradevole, sebbene la comprensione d’insieme non sia sempre facile. Piano piano, però, i concetti si dipanano. L’autore indaga su cervello e anima e arriva, in buona sostanza, a riconoscere il primo come intreccio chimico-elettrico, mentre l’anima è certo cosa altra.

Da questo punto in poi, il poema prende una nuova piega, fino ad abbracciare un raffinato fideismo cattolico, già presagito dai seguenti versi apparsi a pagina 20: Atomi di solidarietà / con il coraggio unito all’obbedienza / che implica la fede e l’alimenta / curando il campo della società.

Ha radici antiche il quadro della poesia di Ramberti, disegnato in versi come albero vitale. Centrale l’idea di anima, concetto che semina pensiero destinato a crescere. Intanto il cinese ci dice nome (forse quello di un dio la cui esistenza si cerca di dimostrare? O forse no?. È dato per certo!). La successiva citazione sembra confermarlo, dando chiara spiegazione all’eventuale dubbio di chi legge.

JESU è nel mio cuore, il sacro nome
è inscritto lì: ma l’altra settimana
un gran dolore l’ha ridotto in pezzi,
frantumato; così mi misi in cerca:
prima ho trovato quel che aveva J,
poi, dove ES ed U erano incisi.
In men che non si dica li ho composti,
seduto li ho enunciati ed ho capito
che al mio cuore in pezzi era J ease you
a quello intero JESU.

(George Hebert, JESU, in The Temple,
Cambridge 1638, tr. ns.). (a pagina 24)

Chi legge (il sottoscritto), a questo punto, decide una pausa di riflessione prima di affrontare un tema che sfugge alla propria ragione (dio) e uno alla propria ragionevolezza (fede). Meno male che sull’anima persiste ampio accordo.

La meditazione su Orme intangibili, poco prima della metà del testo, porta a pensare che si tratta di un’opera ben congegnata e piacevolmente ambiziosa, evidente frutto di una mente sapiente e profonda, nonché di un componimento nato da penna raffinata e a tratti ardita. Poema pregno di ideologia religiosa, ortodossa, ma l’autore avrà messo senza dubbio in conto che la piega cattolica-fideistica non sarebbe stata nelle corde di tutti i lettori. E si va avanti. Fino a ritrovare ancora, a pagina 40, il tema dell’anima, sempre più precisato a modo dell’autore.

Cos’è alla fine l’anima? – mi chiedi.
Diciamo che è la sonda dello spirito:
esamina e dirige il nostro vivere,
la storia compilata dai due piedi

(dipende dai tuoi passi)

porta traccia delle nostre emozioni
delle ferite aperte e anche radiose
sui cui si costruisce il nostro piccolo
sapere grazie ai mobili neuroni

(economia di prassi).

Ma in cosa si distingue dal cervello?
Se questo calcola misura valuta
progetta tiene memoria connette –
l’anima lo trasforma in un cancello

(unendo stelle e sassi)

canale di energia relazionale
inconscio serbatoio del vissuto
spazio di libertà e di decisione
del tuo essere-in-rete e personale.

Molto bene. Cervello e anima hanno definitivamente la propria collocazione-spiegazione: ben più che accettabile, ma poi si insinua nuovamente l’effluvio fideistico-religioso.

Senza la fratellanza il mondo scoppia
senza la sorellanza implode e sfuma
senza maestri e guide esprime cloni
narcisi osservatori della doppia

(inizia ad incrinarsi) 

immagine di sé vacuo rapporto
apparenza di apparenza riflessa
dal cuore muto inerte malinconico
groviglio di un gomitolo ritorto. (pagina 42)

Non me ne voglia l’autore se, a commento, non riesco a tralasciare i termini “buoni sentimenti” o “sentimentalismo messianico” per dare corpo e nome a tali affermazioni. Trattasi di concetti saldamente connessi al Bene, cosa buona e santa (anche per chi non ha fede). Il fatto è che, mentre si legge di fratellanza e sorellanza, di solidarietà umana, quindi, corrono alla memoria (quella del cervello) giochi di parola tipici del sermone o della predica sacerdotale. Non ci sarebbe buonismo se l’autore si scagliasse contro il Male, senza limitarsi ad esaltare la retta via, indicata dal suggerimento esplicito di “evitare” il groviglio di un gomitolo ritorto. E se scrivo questo è solo perché credo fermamente che, in un mondo quale quello d’oggi, rischi di essere debole parola quella che invoca il Bene senza condannare il Male: la speculazione della finanza fittizia, l’egoismo totalitario, l’arroganza e la corruzione che imperano nella pseudo-politica, l’intolleranza e molto, molto altro ancora. Si badi bene, lo fa persino il Papa. Se di “critica” si tratta, è comunque assai benevola. Non siamo uguali, chi scrive già lo ha evidenziato, assolvendo ogni difficoltà che nasca dalla differenza.

E veniamo rapidi al congedo.

Il piombo dello stagno assorbe i lividi
bagliori delle stelle e quelli impliciti
delle foglie – la pelle si è squamata
i sentimenti aprono gli anelli:
bisogna uscire fuori dal sepolcro
per nascere di nuovo ma dall’alto.
Chi vola non imprime tracce a terra. (pagina 59)

Versi intriganti e pieni di speranza che precedono la frase scelta dal Nostro per chiudere il proprio poema: Noi non siamo altro che (…) le tracce, le impressioni, le parole, i significanti che provenendo dall’Altro ci hanno costituito. Non possiamo parlare di noi stessi senza parlare degli Altri, di tutti quegli Altri che hanno (…) plasmato la nostra vita. Noi siamo la nostra parola, ma la nostra parola non esisterebbe se non si fosse costituita attraverso la parola degli altri che ci hanno parlati. (Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Universale Economica Fetrlinelli 2014, p. 123).

Ramberti, in sintesi finale, ha dato vita ad un’alchimia testuale ricca di fascinazione, resiliente rispetto ad altri approcci contemporanei su temi quali i suoi, intimamente e ideologicamente religiosi, foriera di spunti di poesia alta, declinata attraverso un lessico duttile e ricco. Tali valenze creano equilibrio rispetto alle difficoltà di chi, come accaduto allo scrivente, incapperà in qualche iniziale inciampo nell’abbracciare Orme intangibili, e che, per assaporare appieno il poema, dovrà spogliarsi di resistenze e “sospetti” verso la religiosità dell’autore quando questa si fa ecclesiastica. La poesia, però, è grande guaritrice. Sana i dubbi restituendoli a manciate. E (ri) apre la mente. S.I.

Ormecover

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