Otium, di Cristina Bove

Amaca, opera di Leonardo Lucchi

Otium, di Cristina Bove.

     

    

Viviamo in un’era in cui l’ozio ha valenze negative, strettamente legate al pessimismo, alla scarsa fiducia nelle attuali forme sociali che, edonisticamente, abbracciano l’esatto contrario. E così la fuga dalla vita sociale e politica è assicurata: non l’ozio creativo, bensì l’attività ludica preconfezionata è il mezzo più efficace per addormentare le coscienze e consentire al negotium di governare implacabile a livello planetario.

L’antico concetto di otium contrapposto al negotium predispone invece a scelte esistenziali associabili a quelle derivanti dal cinismo che, secondo Diogene di Sinope (400-325 a.C.) uno dei maggiori esponenti della scuola filosofica di Antistene, considerava giusto ” l’uomo che ha per scopo nella vita di essere il più possibile “naturale”.
L’uomo che decide di vivere in maniera semplice, libero da bisogni indotti e attento al valore intrinseco della propria umanità, predisposto a quell’oziare che vuol dire dedicarsi all’aspetto più importante dell’esistenza individuale, alla ricerca del sé e alla tensione verso la sapienza: apprendere quanto più possibile, leggendo, osservando, usando il tempo per arricchire la propria mente e conseguire una crescita basata sulla moralità e sulla saggezza.
È l‘otium che non esclude la vita attiva, che si tratti di progettare case, costruire ponti o scrivere poemi, ma vi si adegua con il minimo dispendio di energia a favore di un più soddisfacente stato di riflessione.
Oziare in tal senso è mettersi in ascolto dell’io nascosto.

Alla luce delle conoscenze scientifiche e umanistiche odierne, si può considerare l’ozio uno stato di maggiore consapevolezza dei limiti che comporta la corsa sfrenata ai piaceri artatamente indotti, e mezzo che predispone alla calma della mente facendole ritrovare la via del ritorno a una vita centrata sui rapporti umani e sulle interazioni che li determinano. E che cosa può essere più determinativo del pensiero di una mente curiosa, interessata alla realtà delle cose, attenta alle sensazioni-emozioni da cui viene sollecitata?

Chi sa disporre del proprio tempo per riflettere, per prendere contatto con la propria interiorità, assolve il suo compito primario, che è quello di non esistere inutilmente, di comprendere come e quanto sia essenziale ridurre il gesto per accogliere il pensiero.

Oggi che la rapidità dei contesti internettiani mordi-e-fuggi, sta creando una sorta di realtà fittizia in cui rifugiarsi per evadere dall’impoverimento culturale, per sentirsi esistenti malgrado l’appiattimento globale, si dovrebbe più che mai dare il giusto valore ala pausa, alla stasi di raccoglimento, all’otium in cui possono nascere nuove idee, nuove ricerche, nuove conquiste dell’intelletto.

L’artista, che sa trarre dalle profondità del suo esistere le parole, le forme, le sonorità, i colori, per condursi e condurre oltre la sfera del tangibile, è l’ozioso-virtuoso che può dimenticare talvolta la fame del corpo, per placare quella dello spirito.
Che può dis-trarsi dalle occupazioni materiali per assecondare il suo bisogno di verificare, conoscere, creare, amare.

Amaca, opera di Leonardo Lucchi
Amaca, opera di Leonardo Lucchi

2 thoughts on “Otium, di Cristina Bove”

  1. “dis-trarsi”, eccolo qui il nostro nocciolo che fiorisce, siamo sorelle, non c’è niente da dire! Ho appena letto Paolo Gera e ho commentato come qui tu scrivi, a mio modo, certo, ma sostanzialmente con il tuo stesso dire, che è un anda-re da re in questo luogo che rifiorisce e ferisce ma ci porta, fero-fers ha anche magnifici tu-lì(pani) con cui sfamarci. Grazie, ferni

    1. grazie, cara Ferni, sfamarsi di fiori e at-trarsi nel condurre coralmente il canto dell’esistenza.
      è questo che ci fa com-prendere di noi l’essenza dell’Atman e ci accomuna.
      cri

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