Ovvero di Lino Angiuli, recensione di Giancarlo Baroni

Padre padrone, Paolo e Vittorio Taviani, 1977

Ovvero di Lino Angiuli, Nino Aragno ed. 2015, recensione di Giancarlo Baroni.

     

     

              La scrittura di Lino Angiuli (che è nato nel 1946 e risiede a Monopoli) tende ad ampliarsi e a dilatarsi raggiungendo spesso il bordo esterno della pagina come è solita fare la prosa, senza le repentine interruzioni tipiche della poesia. In questa raccolta di versi intitolata, con tono perentorio e allo stesso tempo sfuggente, “Ovvero”, è evidente che l’autore predilige il pieno al vuoto, il nero dell’inchiostro al bianco del foglio, la densità rispetto alla rarefazione.

               Va chiarito subito che non ci troviamo di fronte né a una narrazione che privilegia le storie a scapito dello stile e della forma, perché i versi sono autenticamente poetici, né a un raffinato esercizio di stile, perché i versi di Angiuli sono rigogliosamente fecondi di vita, di cose, di persone e mantengono una loro spigolosa e ruvida concretezza. Certo, qui prosa e poesia si confrontano dialetticamente, però è sempre la seconda a primeggiare, a dettare tempi e condizioni.

              Nell’ampia postfazione al libro (il quale raccoglie “anche alcuni materiali già editi in pubblicazioni esaurite”), il critico e poeta Giuseppe Langella scrive: “La sua poesia va letta come una forma di resistenza, combattuta su due piani: quello tematico e quello linguistico”. Concetto ribadito e sottolineato dallo stesso Angiuli in una breve nota che spiega il suo personale punto di vista e la sua collocazione di uomo e di scrittore: “io mi sono sempre trovato con-passionalmente dalla parte del più debole”.

              Un mondo modesto, comune, quotidiano, irrompe da protagonista. Un efficace esempio: “Intanto il campanile sventola la banderuola / del cappero infiorato / chiama le rondini a spettegolare sul tramonto / mentre le donne appendono i seni alle ringhiere / dei balconi da dove guardano i balcani / o si siedono insieme davanti alle case / a raccontare parole di prima”. In sette versi, oggetti animali e persone acquistano la loro fisica, vivace e colorata fisionomia davanti ai nostri occhi. Li avvertiamo come presenze reali e tuttavia non brutali, intinti come sono in una immaginazione che stempera senza sbiadire, e che a volte ricorre a spruzzi di ironia, a tinte fiabesche che si mescolano a quelle meno magiche della realtà creando accostamenti inediti e incredibilmente poetici: “una capra di sciagàll in equilibrio sul cavo dell’enèl”.

              Dice perfettamente Daniela Marcheschi nella sua recente “Antologia di poeti contemporanei” (Mursia): “Ad Angiuli interessa la sperimentazione creativa piuttosto che lo sperimentalismo, che finisce troppo spesso con lo sconfinare in un manierismo autoriproduttivo”. Il suo linguaggio, espressivo e contemporaneamente elaborato, diretto e allo stesso tempo meditato, affonda le sue radici in un humus arcaico, agricolo e popolare, in una “lingua impastata a mano col sudore”, ma subito si spalanca a un ventaglio di intonazioni e situazioni, a un plurilinguismo originale e attualissimo che sa dosare e miscelare alto e basso, passato e presente: “i giovani fanno callcenter senza mezzo sole nascente”.

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in apertura Padre padrone, Paolo e Vittorio Taviani, 1977

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