Ozio / Tempo libero. Ubriacarsi di solitudine, di Paolo Gera

Dopo il bagno, opera di Leonardo Lucchi.

Ozio / Tempo libero. Ubriacarsi di solitudine, di Paolo Gera.

     

     

Vorrei iniziare analizzando il periodo aurorale della seconda rivoluzione industriale (1860-1890), quando il lavoro trova preziosi alleati nella scienza e nella tecnologia per arrivare a dominare attraverso una pianificazione totale lo spazio e il tempo, la mente e il corpo degli uomini. Attraverso l’alleanza con l’etica calvinista e la sua benedizione, il lavoro viene nobilitato e l’ozio considerato più che mai un peccato. All’ozio, un tempo concetto nobile e ora stigmatizzato come colpa e malattia, viene contrapposto il concetto di ‘tempo libero’, non sospensione, ma estensione dell’occupazione secondo criteri che lo stesso mondo del lavoro elabora. Walter Benjamin, nella sua opera abbozzata su “I “passages” di Parigi”, la città capitale del XIX secolo, dedica all’ozio un capitoletto di annotazioni. In uno di questi pensieri l’analisi è assai chiara nella sua concisione:

“L’ozio può essere considerato una forma originaria della distrazione e del divertimento. Esso si fonda sulla disposizione ad assaporare da soli una serie qualunque di sensazioni; ma appena il processo di produzione cominciò a coinvolgere grandi masse, nacque in quelli che “erano liberi dagli impegni di lavoro” il bisogno di contrapporsi in massa ai lavoratori. A questo bisogno corrispose l’industria del divertimento (…)
(W. Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi, Torino 2010, trad. di E. Gianni, p.875)

L’ozioso assapora “una serie qualunque di sensazioni”, senza un ordine preciso e soprattutto senza una scala gerarchica, ma questa sua predisposizione libera ed anarchica sfugge al controllo della società capitalistica. Visto che non si può tenerli in fabbrica o in ufficio 24 ore su 24, i disimpegnati dal lavoro si delineano come massa contrapposta e alternativa: il rischio è che, con tutto quel tempo a disposizione, si ritrovino a pensare e il pensiero è a volte diretto verso la critica e la protesta. Il periodo di tempo non impegnato nel lavoro deve essere indirizzato allora ad un’attività su cui ancora quel sistema possa esercitare un controllo e ricavare un profitto. E’ la prima tappa verso il Divertimentificio Globale.

“L’ozio cerca di evitare ogni rapporto col lavoro di chi lo pratica e col processo lavorativo in genere. Questo è ciò che lo differenzia dal tempo libero”.
(ibid., p.873)

L’ozio non si contamina in alcun modo con il mondo dell’occupazione. Alla figura del bricoleur, di colui cioè che deve avere comunque le mani impegnate e ripropone nella propria casa un modello di sedentarietà attiva su cui il lavoro proietta comunque la sua ombra, si contrappone la figura del flâneur, il viandante che si lascia trascinare dalle onde della città moderna in passeggiate senza scopo e senza fine, alla ricerca di un particolare da catturare, di un’ emozione da cogliere: un’insegna, un cane che passa, una donna che si rimette a posto i vestiti. La contrapposizione tra il flâneur e il bricoleur rimanda a quella archetipica tra il cacciatore nomade e l’agricoltore legato indissolubilmente alla propria terra. La metropoli è una vasta e intricata foresta.
La figura del flâneur come elemento fondante per la comprensione dell’ozio creativo e della poesia nella società contemporanea, trova la sua perfetta espressione in Charles Baudelaire.
Baudelaire non fa nulla di economicamente produttivo per tutta la sua vita, disputa legalmente per un’eredità che potrebbe farlo vivere tranquillo, muore nel 1867 a 46 anni con tutta la polvere di Parigi sui suoi bei vestiti.
Charles Baudelaire è conscio che la società capitalistica con i suoi modelli impositivi di tempo di cui il taylorismo è la consacrazione ufficiale, rappresenta il peggior nemico della vita dedita alla libertà e alla poesia. Al tempo controllato e parcellizzato dell’industria Baudelaire contrappone quello imprevedibile, sincopato, assolutamente sfuggevole dell’ubriacatura, come stato di illuminazione costante della vita umana. All’estensione si contrappone l’intensità.

“Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qua: è l’unica questione. Per non sentire l’orribile fardello del tempo che vi spezza le spalle e vi spinge a terra, bisogna ubriacarsi senza tregua. Ma di cosa? Di vino, di poesia o di virtù, a vostra scelta, ma ubriacatevi”.
(C. Baudelaire, Enivrez-vous, Ubriacatevi, da “ Lo spleen di Parigi”, mia traduzione).

E’ così radicato in lui che il poeta ha dimenticato di citare un altro tipo di ebbrezza, eppure proprio da quella nasce la vera creazione. Ubriacarsi di solitudine.
Pochi anni dopo la morte di Baudelaire, Arthur Rimbaud in “Une saison a l’enfer” (1873), riprende la riflessione sul lavoro e la pigrizia . La sua “oisive jeunesse” registra in modo del tutto disincantato e ironico la dialettica tra il positivista, che vede nel lavoro benedetto dal progresso il lampo che illumina l’esistenza umana e il nullafacente che si ribella alla predica del dovere e alla fissazione dell’individuo in un ruolo facilmente identificabile e socialmente accettabile:

Il lavoro umano! E’ l’esplosione che di tanto in tanto illumina il mio abisso.
“Niente è vanita; alla scienza e avanti!”, grida il moderno Ecclesiaste, ossia Tutti. Eppure i cadaveri dei malvagi e dei poltroni ricadono sul cuore altrui… Ah! Presto, ma presto; laggiù oltre la notte, queste future ricompense, eterne… ci scappano?
Che posso farci? Conosco il lavoro; e la scienza è troppo lenta. Che la preghiera galoppa e la luce tuona… lo vedo bene! E’ troppo semplice e fa troppo caldo; si farà a meno di me. Io ho il mio dovere, e come tanti ne sarò fiero, mettendolo in disparte.
La mia vita è logora. Su! Fingiamo, poltroniamo, che pietà!
Esisteremo divertendoci, sognando mostruosi amori e fantastici universi, lamentandoci e discutendo le apparenze del mondo, saltimbanco, accattone, bandito, artista – prete!”.
(A. Rimbaud,Il Lampo, Opere, Einaudi, Torino, 1990, trad. di G. Bona, p.413)

Se le parole dell’Ecclesiaste indicavano che “tutto è vanità”, la nuova logica dei tempi moderni prevede che nulla sia inutile e tutto sia utilizzato proficuamente nella società massificata dei Tutti.
Cosa resta al ribelle? Mettere da parte il dovere. Nel testo originale Rimbaud inventa un neologismo delizioso: “fainéantons”, ovvero nullafaccendiamo, fannulloniamo, – sillabe di miele alle orecchie dei veri oziosi! – e in quello spazio non ideologizzato si troverà lo spazio per il divertimento, per il sogno, per la distruzione dei simulacri identificativi. Nell’ozio si diventerà ogni uomo!
Un filosofo tedesco ammiratore di Rimbaud e come lui ostile alla morale borghese, scrive parole di fuoco contro il lavoro in un’opera terminata di scrivere nel 1888:

“Che cosa distrugge più rapidamente del lavorare, del pensare, del sentire senza un’intima necessità, senza una scelta profondamente personale, senza un piacere? Come un automa del “dovere”?
(F. Niezsche, L’Anticristo, Adelphi, Milano 2011, trad. di G. Colli, p.13)

Parole che avremmo potuto credere formulate da Karl Marx, sono invece attribiubili a Friedrich Nietzsche, per il quale il problema dell’alienazione, anche se da un punto di vista etico piuttosto che economico, è fondamentale. Nietzsche è dalla parte del corpo e della sua consacrazione fisiologica: lontano dal lavoro coatto, in un ozio salutistico, fisico e mente si corroborano e i migliori pensieri vengono all’aria aperta, tra i boschi e le montagne, camminando per ore e ore. Così si sente l’esplosione della vitalità e la determinazione di scelta del proprio destino, verso cui ogni individuo dovrebbe tendere.
Vicino a Marx come pensiero e grado di parentela, visto che ne aveva sposato la figlia, è Paul Lafargue. Lafargue è l’ultimo discendente di una genia di socialisti utopisti ed anarchici come Saint-Simon, Proudhon, Fourier, Blanqui: l’analisi passa dallo spazio personale del poeta, a quello collettivo delle masse sfruttate da orari massacranti di lavoro e a possibili proposte di diminuzione del tempo di occupazione e di dilatazione del tempo libero. Sul pamphlet di Paul Lafargue del 1880 il cui titolo categorico è “Il diritto alla pigrizia”, bisognerebbe spendere lo spazio di un intero articolo e forse qualcuno in questo numero di Versante Ripido lo sta facendo, ma non si può non citare almeno l’incipit del libello e la sua fine che si collegano perfettamente tra loro. In apertura si stigmatizza l’assenso passivo con cui le masse di lavoratori hanno aderito ai nuovi principi del capitalismo:

“Una strana follia si è impossessata delle classi operaie nelle nazioni ove regna la civiltà capitalistica. Questa follia trascina con sé le miserie individuali e sociali che da due secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la moribonda passione per il lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie”.
(P. Lafargue, Il diritto alla pigrizia, Massari, Bolsena 2002, p.136)

Nella pagina conclusiva lo stile declamatorio si coniuga con una proposta provocatoria, radicale e assolutamente d’attualità:

“Se la classe operaia, sradicando dal proprio cuore il vizio che la domina e avvilisce la sua natura, si levasse nella sua terribile forza – non per invocare i Diritti dell’uomo, che altro non sono se non i diritti allo sfruttamento capitalistico, non per invocare il Diritto al lavoro, che altro non è se non il diritto alla miseria – ma per forgiare una ferrea legge che proibisca a tutti gli uomini di lavorare più di tre ore al giorno, allora la Terra, la vecchia Terra, fremente di contentezza, sentirebbe palpitare in sé un nuovo universo”.
( ibid.,p.170)

Già nel 1808 Charles Fourier nella “Teoria dei quattro movimenti” aveva immaginato che la libera messa in pratica delle predisposizioni passionali di ogni uomo avrebbe fatto cingere il pianeta di una perenne aurora boreale: il clima di ogni zona del globo si sarebbe così temperato, favorendo l’armonia universale e la prosperità. L’ozio e le passioni cambieranno il volto al mondo.

Altri cieli. Nell’epoca della globalizzazione e delle informazioni veloci la sacca dell’ozio fa sempre più fatica ad ingravidarsi di creazione. Un tempo, lasciarsi andare alla solitudine e all’inattività, su un prato o su una poltrona, era come un sorpreso preambolo alla visita di nuovi pensieri ed illuminazioni. Era come se un ozio vigile li chiamasse. Non si sapeva chi poteva essere l’ospite: ci si riposava stando all’erta e lasciando aperta senza preoccupazioni la porta della mente. Amori mostruosi, universi fantastici… a nessun visitatore, anche quello che avrebbe recato notizie lussuose, si sarebbe tagliata la testa. Da quei pensieri accolti partiva la poiesi artistica che riambientava nel quadro anche le zone nere, lo spleen, la depressione. Oggi si lavora d’anticipo e mai e poi mai si vorrà rimanere soli con se stessi. Ha vinto il tempo libero e il suo sfruttamento, hanno vinto le palestre, i multisala, i bingo e i festival di filosofia. Ci si sporge continuamente sulla soglia per vedere se qualcuno arriva. Nessuna sorpresa, nessuna meraviglia. L’ozio ha ceduto il campo a un’attesa nevrotica. Ha perso la sua sensualità e la sua eversione. Si controlla continuamente il cellulare, la posta elettronica, whatsapp, il profilo facebook, per vedere se qualcuno ci ha cercato. Nell’ozio silenzioso si attendeva l’annunciazione, sulla nuvoletta tecnologica miriadi di messaggi più o meno importanti, più o meno inutili. E’ un movimento compulsivo alla ricerca di relazioni che non possono più accettare la pausa meditativa necessaria all’inseminazione del pensiero creativo. I fiori corrono! Fermatevi! Fatevi impollinare!
Eppure proprio la frammentazione dei messaggi, la ricarica continua di una piccola speranza, dimostra quanto chi non ozia creativamente si metta nella disposizione d’animo di chi disperatamente abbia bisogno del sacro e cerchi una voce remota e potente che possa riempire tutta un’esistenza. Nel momento in cui l’ozio personale non è più attivo e creativo, si lascia spazio all’attesa del messaggio e il pericolo per i più sprovveduti è farsi influenzare dal divino e dall’obbedienza cieca ad un ordine che arriva dall’alto o da un’altra dimensione. E’ un rischio ideologico terribile di cui abbiamo fatto più volte le spese. La mancanza dell’ozio creativo consente l’irruzione violenta dell’autorità. I giovani sono quelli più esposti. A scuola non si insegna l’ozio creativo, ogni ora è rivolta all’ascolto di un superiore in una parcellizzazione strumentale della conoscenza. Neanche un minuto va sprecato. Il fantasma di Frederick Taylor si aggira fra i banchi. Chi si distrae e guarda il cielo invece del quaderno, forse colto da una bella intuizione, viene rimproverato e subito richiamato al suo dovere. Fuori di scuola invece la famiglia ha perso la propria autorità, l’educazione viene data in mano alla tecnologia, finiti i poeti di sette anni, prolificano i digitatori, anche più precoci. In questo spazio ambiguo di solitudini connesse, non ci si può meravigliare se nascano mostri a cui si obbedisce istantaneamente. Messaggi completamente diversi dagli altri, più duri e autoritari si impongono. E’ arrivato il tempo delle balene azzurre che piombano dal cielo. Il gioco al massacro di Blue Whale.

La forza di una voce senza volto
merita che io mi pieghi ad ogni suo volere.
Più grande è la distanza, maggiore è l’ubbidienza che io devo.
Più nulla devo immaginare: ordine nel mio ozio, piani da eseguire.
L’aspro miele del tutorial mi cola sulle orecchie e sopra gli occhi.
Il capobranco non mi caccia via.
Il curatore è Dio, io sono la bestia mansueta.
Spinte, carezze.
Io mi abbandono alla sua volontà.
Gli cedo con gioia il mio corpo e la mia mente.
Gli ho lasciato la casa.
Il curatore entri, è a sua disposizione.
Se tutto brucia o sgorga sangue dalle tubature,
io sono fuori e faccio festa.
Ora sono un bambino.
Aspetto qualcuno che mi dica.
Parole precise, dettagliate, le regole di un gioco.
Non sono io a inventarlo, non sono io a deciderlo.
Generazioni di adulti hanno chinato il capo, taciuto e obbedito.
Perché stupirsi che lo faccia un bambino?

*

Dopo il bagno, opera di Leonardo Lucchi.
Dopo il bagno, opera di Leonardo Lucchi.

3 thoughts on “Ozio / Tempo libero. Ubriacarsi di solitudine, di Paolo Gera”

  1. Tempo libero, dici? Tempo libero da chi, mi domando? E come te so benissimo quale sia la tragica e incessantemente autoriproduttiva finalità di quella “liberazione” che imporrebbe, per un grammo di sala che ognuno dovrebbe avere nella testa, di compiere sempre una libera azione, consapevole di quel con-fine da raggiungere. Così leggendo la tua approfondita analisi con punte di acuta ironia, mi diverto a tras-formare in altre prospettive le parole che sono quelle che tu usi: distrazione e divertimento. Nel mio piccolo salottino dell’o-zio una vocina istantanea le trasforma in dis-trazione, ovvero in una duplice trazione, cioè un movimento con una doppia forza di azione e in di-ver-ti-mento, ovvero sia una confessione in cui mi capacito di quanto nessuno di noi sa, pur volendo imporre leggi e regole a tutti, e di e con questa ignoranza sovrana in noi tutti ancora oggi vuole legifera co-stringendoci in un fascio di erbe secche o in esche buone nemmeno per la pesca di bene(f)ficenza! Lettura piena, lettura voliera in cui si succedono e si acce(n)dono timbri di voci precise con eco lunghissime.
    ferni

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