Pacchetto viaggio senza pari, di Angela Caccia

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Pacchetto viaggio senza pari, di Angela Caccia.

  

  

C’era una volta le Monachelle… – così l’incipit di uno scritto su una chiesetta di paese – Nel virgolettato tutta la doratura delle belle favole. E la mia, di favola, mi riporta i rintocchi di una sola campana per la messa della domenica; i pavimenti sfaldati, dove grandi e piccoli si inciampava; la volta del tetto troppo alta, misteriosa a chi, come me, raggiungeva poco meno del metro di altezza; nicchie e statue soffuse di una luce lattiginosa – colpa di un raggio che nella penombra si faceva fumoso. All’esterno, i gradini erano consumati dai più anziani, seduti ogni pomeriggio come in un anfiteatro.

 Su tutto, un sapore di buono, di nostalgia…

Il vocabolo, tema del mese, apparve per la prima volta in una tesi di laurea in medicina nel 1688 a Basilea; il titolo: dissertazio medica de nostalghia. Un neologismo con cui si indicava la sofferenza di non poter tornare ad un punto preciso dello spazio e/o del tempo. Ne erano affetti i soldati svizzeri lontani da casa: ascoltando in terra straniera il tinno sordo del campanaccio al collo di una mucca, si lasciavano trafiggere da una mortifera malinconia (solo dopo, intorno all’800, fu considerata un sentimento che accende l’ispirazione di poeti scrittori e artisti in genere).

Oltre la generica definizione, Kant, nell’Antropologia pragmatica, riuscì a coglierne una particolare essenza: si ha nostalgia non di un paese o di un luogo ma del tempo vissuto in quel luogo. Si ha nostalgia di come eravamo noi in quel tempo vissuto in quel luogo. E poiché il tempo è irreversibile, quando noi torniamo in quel luogo, quel luogo non è più lo stesso che abbiamo lasciato, e anche noi non siamo più gli stessi, dunque si ha nostalgia di noi di come eravamo in quel tempo ormai perduto.

Per quanto illuminante, il concetto mi sembra riduttivo se ascrive la nostalgia ad una sottocategoria del rimpianto.

Tornando alla mia chiesina, non ho nulla da rimproverare al giovane che scorrazza in moto nelle sue vicinanze senza degnarla di alcuna attenzione. Quel rudere a lui non dice nulla, non ha una goccia di nostalgia da cui filtrarla, mentre, in me, continua a fecondare una bellezza che rimane intatta.

C’è una geografia spirituale da cui non ti stacchi, né ti liberi.

Uno spazio che ti si sparge dentro, ti riconosce e ti aspetta, quando sei stanco o insoddisfatto del presente.

Poi, nel tempo, si fa isola felice: gli anziani – i grandi nostalgici! – li sorprendi a sfogliare il passato a mo’ di dépliant turistico: lì, i più bei paesaggi di una vita.

                                   

Alberto Cini, tecnica mista
Alberto Cini, tecnica mista

 

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