Paesaggio in movimento, di Fernanda Ferraresso

Eva Gonzalès, Risveglio del mattino, 1876_risultato

Paesaggio in movimento, di Fernanda Ferraresso.

    

   

Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.

Hilde Domin- da Con l’avallo delle nuvole

     

Considero la sostanza della diversità, tra scritture maschili e femminili, la relazione. Per questo le donne parlano tanto di tessitura, di filo, di andare e ritornare, mai sulle stesse impronte ma rivedendo il percorso da un angolo diverso, l’andare in una direzione non mostra ciò che si vede nell’andare nella direzione opposta.

Penelope tesse una trama di figure dell’essere (i suoi profondi labirinti) e costruisce l’ ordito, in cui ciò che lei esamina è regia della vita, le mutazioni e le mutuabilità delle mutazioni. Penelope non lascia mai l’isola, perché l’isola viaggia il grande mare del cosmo della vita. Nessuna parte è lontana come il luoghi dentro se stessa, luoghi di una donna che attende (ad) un figlio o una figlia, alla casa, alla terra e a se stessa, lo fa con la stessa attenzione e amore, senza differenze, non c’è altra logica in lei che la salvaguardia della vita.
Arianna consegna il filo a Teseo nel labirinto, in quel momento gli offre un cordone ombelicale, a salvaguardia della vita, perché Teseo andrà letteralmente a caccia, nelle profondità del palazzo-corpo-dell’ignoto, che è poi il medesimo in cui si caccia, con il concreto significato delle parola caccia, dal verbo cacciare (nel suo duplice significato adesso: allontanare ma anche cercare di ammazzare la preda) anche Ulisse, in caccia anch’egli di esperienze nuove in cui sempre la morte ordisce le sue trame, dimentico di figli e parentele, dimentico di ogni relazione.
I miti ce lo ricordano con abbondanza di mutazioni all’interno del racconto, esso stesso matrice labirintica, ventre materno di una parola in formazione, in gestazione: la vita.
Nel labirinto di Dedalo, nelle cui stanze segrete è contenuto a sua volta il segreto dei segreti, il precipizio di noi stessi, la nostra mostruosa forma, l’orrido, il salto da un mondo ad un altro senza consapevolezza alcuna, e l’impronta della divina creatura (si ricordi che è figlio di un dio il minotauro) il re-bus lo risolve Arianna fornendo appunto a Teseo il filo che ricostruisce la mappa del suo moto peregrinante, del suo sub-conscio. Il filo svolge una relazione, mette insieme ignoto con noto, la materia e la materialità di una contesa che vuole (s)legare attraverso sé, attraversandosi e svolgendosi, altri luoghi che partecipano di dimensioni non materiali e sono sola-mente sviluppi di proiezioni impraticabili (logos è il filo della ragione, la regione sconfinata, senza limite e confini). Teseo, il cacciatore, si impadronisce del filo che Arianna gli ha dato e di cui lei tiene il capo, l’origine, mantenendo per lui un’ancora all’esterno di quel luogo sconosciuto, (A-ri-a n-na, dedalo in cui il nome di una figura emblematica che è ponte tra due rive, già lo pratica all’interno di sé, nelle proprie profondità, nel proprio corpo, terra e segreta), se ne impadronisce per cercare l’orrido e il mostruoso, ciò che supera l’umano convenzionale, quotidiano e, con un’operazione di astrazione, lo fa proprio in ogni indagine, staccandosi dalle rive, l’ora e l’adesso, il poi, che Arianna gli offre come gesto della continuità e della continuazione, in una visualizzazione solitaria in cui la relazione di fatto non esiste più, perché la risoluzione del cacciatore avviene nella smaterializzazione dell’essere e nel non sentirsene parte-partecipe e principiante principio principe.
Arianna porge il filo, quel cordone ombelicale che consente la nascita ma è anche vitale per la produzione della parola che, di fatto (s)materializza e crea, non mortifica, non confisca, non uccide, non segrega ma richiama a sé ogni elemento in una continua ri-creazione. Tanto quanto agisce di fatto Penelope, ricreando il suo tessuto-vissuto in un continuo sviluppo e disfacimento, nell’andare e venire della spola, vita e morte di ogni storia, in quella pietrosa Itaca, casa del vento, sperduta in mezzo al mare, capsula di una micro visualizzazione della Terra-madre stessa, nel suo viaggio cosmico e cosmogonico. Segrete creaturali, figure dello stesso mito in cui il femminino è sospeso come un universo senza il quale nulla ha senso, verso, sviluppo.
Paradossale è anche un’altra figura, relativa al logos, alla parola e alla creazione in atto come soluzione del re-bus, quel viaggio in cui tutto è in relazione con ogni singolo. E’ la donna, mito e logìa del racconto dell’inizio, per sua natura poetico, la figura cardine delle dispute filosofiche, è la possibilità di generare femminile che descrive l’atto della creatività intellettuale che comunque e incomprensibilmente viene poi riservata ad esclusivo appannaggio della mente maschile, agli uomini. Cioè A-ri-a, che indica proprio quell’andare e tornare nello svolgere e aggomitolare il pensiero, da un inizio ad un altro, entità che è palindroma e non ha padroni, come il mare, crea e distrugge se stesso, trova la soluzione del problema, la comprensione, mettendo in relazione il qui con il là non visibile, si fa ponte come l’aria tra la vita e la morte, come l’acqua che ci origina e ci dissolve. Eppure non è ad Arianna, alla donna come maestra di una logìa diversa, che il mito stabilisce che siano le donne le portartici del logos. Sia la filosofia che la mitologia e in una sintesi la poesia, all’origine di entrambi, madre di queste scienze, compie un’operazione carnivora: mangia la madre e consegna nelle mani degli uomini il primato esclusivo della creatività intellettuale, la caccia produce una cacciata e una morte, in ogni epoca, compresa la nostra. Ed è feroce ed efferata ogni volta.
Eppure è proprio questo il luogo in cui si mette a fuoco la mancanza: quando mancano i vocaboli per spiegare cose che stanno oltre la nostra dimensione, cose astratte (e la filosofia di queste nutre il pensiero, astratto per sua congenita natura, come tutte le teorie delle scienze) si ricorre a quanto fenomenicamente osserviamo e analizziamo per analogia. Il confronto con il sentire, il patire, con tutte le umane passioni, che sono quelle che muovevano le relazioni con l’intorno ma soprattutto con lo sconosciuto, con l’ignoto praticato in sé da Penelope e da Arianna, si praticano come luogo in cui la modalità del dare la vita, tipicamente femminile, si utilizza nella speculazione e nella produzione delle idee.
La scrittura femminile è sempre storia di una relazione, di un incontro, dove il primo tu è l’altra se stessa vista in un senso di percorrenza diverso, è l’alchimia di tenere insieme le rive lontane di luoghi lontanissimi, universi di cui non si sa ma si sente la presenza come proprio corpo, fossero anche i fantasmi che popolano la nostra vita, gli orridi e i mostri che ci divorano e ci in-segnano profondamente interiormente, ciò che ci strega dandoci la possibilità di calarci in una relazione con la terra, le radicali sostanze della vita, o ci immobilizza e ci rende come statue di sale, a causa di memorie cristallizzate in noi, terreno fossile e fertilissimo delle ere, in-ferme del tempo e pronte ad esplodere come bombe innescate ad orologeria alla pari dei semi, che si trasformano, mutano, in una mutua interscambiabilità di elementi ( aria, acqua, sali minerali, agenti di combustione, resti animali…) Eco: la scrittura delle donne si fa eco di ogni voce, da cui si lascia attraversare a sua volta vivendo in sé l’attraversamento e la trasformazione, fino all’ultimo atto della de-composizione.

     

Da Con l’avallo delle nuvole- Hilde Domin

     

Con l’avvallo delle nuvole

per Sabka

Ho nostalgia di una terra
in cui non sono mai stata,
dove tutti gli alberi e i fiori
mi conoscono,
dove non vado mai,
dove però le nuvole
si ricordano bene
di me,
straniera,
che non ha casa in cui piangere.
Vado
verso un’isola senza porto,
butto in mare le chiavi
già alla partenza.
Non arrivo da nessuna parte.
La mia tela è come una ragnatela al vento,
ma non si strappa.
E oltre l’orizzonte,
dove i grandi uccelli
asciugano le ali al sole
alla fine del volo,
c’è una terra
dove mi si deve accettare
senza passaporto,
con l’avallo delle nuvole.

*

da Alla fine è la parola, Hilde Domin

    

Inarrestabile

La propria parola
chi la riporta indietro,
la parola
viva
non ancora pronunciata?

Dove vola la parola
si seccano i prati,
ingialliscono le foglie,
cade la neve.
Un uccello tornerebbe da te.
Non la tua parola,
quella ancora non detta,
nella tua bocca.
Le altre parole le rimandi
indietro,
parole con soffici piume colorate.
La parola è più veloce,
la parola nera.

Arriva sempre,
non smette mai di
arrivare.

Meglio un coltello di una parola.
Un coltello può essere poco affilato.
Un coltello molte volte
manca il cuore.
La parola no.

Alla fine è la parola,
sempre
alla fine
la parola.

                         

Eva Gonzalès, Segretamente, 1877-78 - in apertura Risveglio del mattino, 1876
Eva Gonzalès, Segretamente, 1877-78 – in apertura Risveglio del mattino, 1876

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