Elio Pagliarani: retrospettiva a cura di Vincenzo Frungillo 3

Il gobbo di Notre Dame, William Dieterle, 1939 00_risultato

Elio Pagliarani: retrospettiva a cura di Vincenzo Frungillo 3.

   

   

Ho conosciuto Elio Pagliarani nell’inverno del 2005. Avevo deciso di inviargli un mio testo, un lungo poemetto che aveva per soggetto delle giovani donne, mi sembrava che ci fosse un’affinità con La ragazza Carla. In quel periodo mi trovavo a Napoli ed inaspettatamente ho ricevuto sul cellulare una telefonata del poeta. La cosa mi ha sorpreso, ero felice, emozionato. Dopo quella telefonata, ce ne sono state tante altre. Mi parlava dei suoi progetti, avrebbe voluto curare un’antologia di giovani poeti e inserire anche i miei testi. Ma era stanco e malato, non era sicuro di volersi cimentare nell’impresa.
Ho avuto modo di incontrarlo di persona una sola volta, in occasione della festa per i suoi ottant’anni. Eravamo al teatro Colosseo di Roma, ho letto in sua presenza le Ottave milanesi. Lui era seduto in prima fila e accompagnava la mia lettura, come quella di tutti gli altri accorsi per festeggiarlo, con un sorriso entusiasta e un ampio movimento delle mani. Non sembrava sentire il peso dei suoi anni e della malattia, è rimasto con noi in teatro fino a notte tarda. Baudelaire diceva che la generosità è propria dell’uomo di genio ed io non posso che ricordare Elio Pagliarani per la sua enorme generosità. La sua poesia è tra le poche all’altezza dei tempi, tra le poche che riesca a reggere l’urto di un’epoca antipoetica. Mi auguro che questi miei brevi saggi riescano in qualche modo a spiegarne il motivo.
I tre scritti che presento in questo numero monografico dedicato ad Elio Pagliarani fanno parte di un lavoro esegetico più ampio su Lezioni di Fisica e fecaloro. Qui presento la mia interpretazione della prima, della seconda e della quinta lettera comprese nella prima sezione del libro del 1968. Altri interventi sulle “egloghe” sono stati pubblicati in riviste e su blog di critica letteraria. V.F.

    

Logica e poesia. Le negazioni.

Questo testo di poesia pensante indirizzata a Giò Pomodoro si mantiene in bilico tra due necessità, che spero a questo punto siano chiare: rispondere ancora a Fortini sulla questione della “negazione radicale” e il problema della forma. Con lo scultore Pomodoro quest’ultimo problema si traduce nella questione della misura[1]. L’interrogativo di Pagliarani si mantiene su note di questioni estetiche tra la raffigurazione come mimesis o come hybris. La carica etica del poeta emiliano è espressa in modo diretto e sfacciato. Con un pensiero alle parole di Fortini: «Credo fermamente che ogni troppo rapido assenso alla negazione, alla svalutazione e al disprezzo del mondo-così-com’è –soprattutto da parte di intellettuali e di giovani nei paesi come il nostro- possa celare entro di sé, incontrollato, un accordo con quella realtà, una dipendenza filiale; e che occorre essere coscienti dell’unicità della vita, del valore del mondo e della positività che s’accompagna anche alla peggiore decadenza e oppressione e corruzione, se si vuole negare la figura presente. In altri termini: non saprai chi sono veramente i tuoi nemici se non sai, nello stesso momento, chi sono i tuoi amici. La negazione istituzionale, romantica o avanguardistica, vive, certo vive, nei singoli eroi tragici. Ma pochi –anche fra quelli- sfuggono al risarcimento estetico.»[2]

A questa critica sembra appunto pensare Pagliarani quando invia la sua missiva a Pomodoro per intrattenerlo sul problema della raffigurazione del corpo. Le sue negazioni sono effettivamente categoriche. Il poeta testimonia di conoscere chi sono i suoi nemici o quanto meno di sapere cosa può o non può fare, cosa del resto gli è permesso in termini di estetica e cosa invece gli è proibito:

No a Michelangelo se debordava sangue da ogni canale
Corporale no al riscatto dell’usura in termini di spazio e di volume
No a un’idea di figura come doppione
Delle due l’una o s’è persa la misura
ogni rapporto fra uomo e la sua morte o se la sorte
resta di noi somiglianza e immagine è alla sorte
che dobbiamo rivolgerci
per ogni nostra descrizione.[3]

Pagliarani si oppone all’idea della raffigurazione come mimesis. Ma se c’è il rifiuto di un’idea preconcetta di armonia c’è anche un rifiuto preconcetto di hybris. Il poeta nega anche la visione michelangiolesca del corpo tragico debordante sangue. Ciò che il poeta rifiuta categoricamente è qualsiasi Idea pre-concetta, qualsiasi Significato, compresa la mediazione hegeliana. Nessuna figura come doppione, perché la figura non esiste prima dell’incontro o della relazione. Non esiste un volume del corpo e quindi uno spazio antecedente le relazioni. No, appunto, all’estetica di platonica di un’idea di figura come doppione. La figura di un corpo è data solo da un incontro-scontro con un altro nucleo di resistenza. Gilles Deleuze lo dice con grande chiarezza in Cosa può un corpo quando afferma che è l’aumento o la diminuzione di potenza determinata dagli incontri a determinare un corpo.[4] Bisogna conoscere la propria sorte e nella sorte trovare una matrice di vita comune. Conoscere la propria sorte significa sapere che si è creature essenzialmente storiche. Ma con questo s’intende che bisogna conoscere la propria essenza temporale. Noi siamo assoggettati agli eventi del nostro tempo, della nostra epoca. La sorte resta di noi somiglianza ed immagine. La nostra unica descrizione è l’incondizionato; la nostra unica condizione. La forza è la perseveranza dello sguardo, che è poi un estremo atto d’amore. Ma se non ci sono le Idee e le ideologie, se le utopie concrete non sostengono più l’uomo, se la stessa tradizione storica e culturale è crollata come un paravento teatrale, su cosa dobbiamo o possiamo puntare la perseveranza dello sguardo? Lo sguardo è sempre assorbito da qualcosa. Pagliarani in Lezioni di fisica ci ha lasciati la sola certezza del corpo nero. Lo sguardo si fissa sul corpo come essenziale negazione. Così chi cerca di fissarsi nella Storia come doppione, come immagine di una Idea, sembra di plastica agli occhi del poeta:

Vanno molto
Le parrucche per cani la febbre da plastica, anche Kruscev a parere di Mao è una tigre
Di carta, anti boom nucleare nella california centrale […]
mi ha detto Fortini che Kruscev ha pianto
A lungo per l’assassinio di Kennedy, e quanta luce su Kennedy
Specchiato nella sua sorte
Non contano nulla vedi
Le parrucche per cani la febbre da plastica
Ma sì certo quel dissidio quelle sorti
E a parità di nutrimento
È senz’altro più duro vivere oggi
Nessuno ebbe mai come noi abbiamo la certezza che è attuale
Il possibile di un sorte universale […][5]

Come spesso accade in Pagliarani con un ritmo cantabile e il piglio ironico l’io-poetico affonda il suo dettato su questioni universali. Significativo il passaggio su Fortini e Kruscev, il riferimento alla realtà statica della politica sovietica e la luce che illumina il politico americano specchiato nella sua sorte. E’ un passaggio cinematografico che fa riferimento alle immagini dell’assassinio di Kennedy ma è anche il richiamo alla luce che illumina un corpo per modificarlo. Fortini resta dalla parte di Kruscev e Mao, il poeta Pagliarani invece si sofferma sulla sorte di Kennedy. E’ l’Idea della Storia contro la storia come sorte che ci è affidata. Non che il presidente americano sia politicamente più vicino al poeta ma è la sua sorte a renderlo emblematico nello scenario planetario. Il corpo di Kennedy si fa emblema della sorte universale, cioè della sorte di chi vive al tempo della minaccia nucleare. E’ un eroe colto nella piena luce, nella visibilità emblematica degli eroi omerici, ma al contrario di quelli non resta nessuna fama postuma nella narrazione poetica di Pagliarani. Il corpo del presidente è colto nella luce per poi scomparire del tutto così come può accadere a chiunque nella metafora universale del corpo nero. Il suo testo poetico, il suo pensiero poetante, continua invece sulla riflessione dello spazio come “risparmio” dei “farisei”:

Farisei, e propagandate il risparmio
Noi esigiamo ulteriori aperture di credito
La deflagrazione favorisce soltanto gli ex-elettrci.[6]

Chi crede nelle costanti o nella permanenza di uno spazio che si organizza intorno ad un corpo doppione di un Idea, idealisticamente e ideologicamente inteso, lo fa per ragioni di lucro, di convenienza. E qui il poeta introduce quelli che saranno gli argomenti di Fecaloro e altri recitativi. Queste sono corrispettivamente la penultima e l’ultima sezione di Lezioni di Fisica. Lo spazio, non è niente di prefissato, lo spazio è sempre un risultato. Come detto, lo spazio scaturisce dagli incontri di forze, ed è uno spazio, un volume, che crea mondo nel mentre si presenta un corpo: ma il corpo che si raffigura non potrà mai essere colto nel suo isolamento, ma sempre in una relazione modificante. Vedere un corpo significa quindi “barare” cioè simulare la realtà. E qui ritorna il tema della menzogna:

Moi, je non ho niente
Contro la specie dei bari
Oui, je le sais di che cosa
È lastricato l’inferno
Et moi frequentando le chiese
Medito sulla variabile.[7]

Il corpo però c’è, esiste, altrimenti non ci sarebbe neanche l’incontro, lo scontro. Il corpo c’è in quanto differenza, il corpo c’è in quanto negazione. Qui si anticipano le ragioni meta-fisiche degli Esercizi platonici. Ma le anticipiamo a partire dall’elementare. Ancora una volta il poeta infatti passa dall’immagine del mondo e del suo destino al microcosmo, indica i nessi nascosti della rete di relazioni che esistono nella trama umana.

Dai capi politici del tempo, il Mao di Fortini, il Kruscev del disgelo, il Kennedy della sorte universale, al valore della “variabile” nella Sintassi logica del linguaggio di Rudolf Carnap. Pagliarani passa dalla fisica alla storia, dalla storia alla logica che è preludio del confronto con il linguaggio della meta-fisica. Per ora c’è l’analisi della lingua in cui rintracciare il seme dell’indeterminato. Pagliarani affronta poeticamente le cose dell’uomo non classificandole aristotelicamente ma come se fossero parte di un unico organismo che è soggetto ad una legge non prescrivibile:

Non una grandezza che varia o un concetto che varia
Perché concetto, grandezza, numero, proprietà
Non possono variare (per quanto è ovvio una cosa
Possa avere differenti proprietà in tempi diversi)
Una variabile
È piuttosto un simbolo con una determinata proprietà
Ma quale
Se la variazione di significato di un simbolo non è possibile entro un linguaggio
Dato che ciò rappresenterebbe il passaggio
Da un linguaggio all’altro
Se “Q” è un pr costante da “Q(x)” sono derivabili
Le proposizioni “Q(Praga)”, “Q(a)” e “Q(b)” che sono
Però derivabili da “Q(a)”. Ciò mostra che mentre x è una variabile, “a” pur indeterminata
È una costante: in altre parole “a” designa una (certa) cosa
Soltanto per il momento non è detto quale.[8]

Il corpo stesso è una variabile. Nella logica di Carnap l’unico simbolo che non cambia, ma che fa cambiare di senso alle proposizione nelle quale è inserito, è la variabile. Questo è il paradosso stesso del corpo. Non si dà mai una volta per tutte ma resta immutato nel suo negarsi. Pagliarani “ragiona sulla variabile” ma in realtà ragiona ancora sullo stesso corpo umano a mutamento. Siamo ancora, anche se nel microcosmo della logica e della riflessione sulla lingua, nel finale corifeo di La ragazza Carla. Anche se non sembra, è ancora il corpo dell’impiegata dell’Olivetti che ci interroga[9].

L’incontro delle forze ora si traduce in una regola assunta dal poeta dalla logica carnapiana. Sembra che questa regola si possa così tradurre: ogni proposizione è fatta di costanti che hanno senso solo in quanto negazione di se stesse e di una variabili che hanno significati propri in quanto simboli della negazione. Ogni corpo è tale solo in quanto negazione di se stesso, mentre di fronte agli altri da sé resta fisso nel suo valore di negazione. Il corpo è percepibile solo in quanto negazione, è quindi un valore vuoto ma fondante. Di fronte a questa verità, qualsiasi affermazione diventa frutto di un’intenzione. Qualsiasi determinazione è intenzionale. Così, come aveva dimostrato la fenomenologia husserliana ricordata da Barilli contro Calvino.
Nessun atto è puro o trasparente:

Per durare a vivere intendo realizzare
Di nuovo un atto che sia un affermazione
Giò robusto
E chiaro: ma non puoi garantirci
Altro che la tua intenzione
Niente oggettivamente ci distingue baro da non baro.[10]

Si passa dalle questioni della fisica quantistica a quelle logiche e meta-fisiche. Il motivo non è di un passo indietro verso l’origine del pensiero, ma un passo in avanti verso lo sfondamento dell’essenza stessa dei corpi. Tutto è dovuto all’insistenza dello sguardo, dal soffermarsi sofferto e amoroso del poeta sul corpo della sua eroina. In Pagliarani il corpo, e la questione del corpo, non è mai trattata in termini fisiologici o medici. Qui diventa una problema nominala, la questione dello spazio, della località, diventa una questione topologica. Ogni nome (in questo caso Giò), nel suo restare uguale a se stesso, è portatore di una differenza, di una sottrazione, di una negazione. Nel predicare quel nome, io non faccio che affermare delle negazioni, ossia delle affermazioni intenzionali. Il nome di una determinata identità, non fa altro che essere indizio di una differenza. Si traduce nei termini della logica di Carnap la legge d’indeterminazione di Eisenberg. Se è la luce a mutare il corpo di Elena, mentre la illumina, qui è il nome Giò che muta ogni volta che lo si nomina. Giò è la variabile, ossia è il simbolo che resta uguale a se stesso ma cambia di senso a secondo della proposizione in cui si trova. Giò muta di senso ogni volta che lo si appella.[11] Si potrebbe pensare anche alla logica di Frege e al suo mettere l’accento sulle differenza tra Sinn und Bedeutung, tra senso e significato. Frege è stato il primo a dire che “per una totale conoscenza della denotazione (Bedeutung) bisognerebbe poter subito stabilire, dato un qualche senso (Sinn), se esso appartiene alla denotazione. Tuttavia non arriviamo mai a questo punto”.[12] Un nome apre il bivio tra senso e significato, un nome trattiene lo spazio semantico che si apre ogni volta tra questi due termini. Giò, in quanto nome, non si identifica né con un Senso extra storico né con i Significati. Il nome Giò denota sempre e comunque quella persona, quella identità (il Significato del nome) ma nell’appellarla si darà sempre una connotazione particolare a quel nome (un senso emotivo, sentimentale, ideologico proprio). La verità del nome Giò non si trova né in un Significato astratto, né nella sua connotazione di Senso. La verità di quel nome sta nella differenza che si apre tra senso e significato. Questo è lo spazio proprio del nome, ma è uno spazio non geometrico. Siamo ormai lontani dalle concezioni della fisica meccanica. Anche gli aggettivi usati per designare Giò, anche se non definitori, non sono casuali: “Giò robusto e chiaro”. C’è in ogni nome, una chiarezza ed una resistenza propria. Ogni nome si fa portatore di uno spazio proprio. Il poeta non dovrà fare altro che coglierlo. Questa è la risposta che Pagliarani dà al problema della raffigurazione e dello spazio, questa è la risposta che sembra voler dare a Fortini. Questo alla fine dei conti distingue il baro dal non baro. Lo spazio della poesia, della versificazione, è lo spazio che si apre da una negazione e dalla verità di questa negazione:

No, no, è vero ma è solo una premessa, è vero epperò c’è un distinzione
Non te ne accorgi e non c’è nei vent’anni necessaria incontinenza
Ma poi s’impara dai polsi che il discrimine è nell’ottusa pazienza
Dell’artigiano, nella follia puntuale di un artigiano senza committente[13]

Il distinguo tra il “il baro e il non baro” sta nel conoscere i momenti di ogni identità logica, nella “puntualità” di fronte al dilemma che ogni nome apre. Il piglio etico (la forza) fa la differenza, ma il piglio etico nasce dall’amore e l’amore a sua volta nasce dalla conoscenza. La poesia è proprio lo spazio aperto dalla lacerazione di un corpo, dal lascito semantico che quell’identità ci affida:

E si può con certezza esibire questa e solo questa patente
La tua mostra
Nel nome dei costruttori (Matrice uno, Matrice tre, Grande Bandiera
Per Vladimiro, Folla, Folla, Frattura, Grande Frattura –in bronzo
generatori)
la grammatica epica di Achille
il rischio calcolato
della retorica nei recitativi
non precettistica
è materiale
del tempo
contro il tempo in scommessa di struttura
banale perché ogni progetto è banale
perché ogni volta è detto quale
banale con la x.
No a Michelangelo se si fosse amministrato
I profitti e le perdite del sangue.[14]

Bisogna accogliere nei versi la “retorica dei recitativi”, ossia le voci che rischiano la dispersione. Il rapsodo contemporaneo vede con gli occhi della fisica quantistica e della logica carnapiana l’essenza dell’epica, “la grammatica epica di Achille”. Per questo nuovo rapsodo ogni verso è la presa d’atto della differenza di cui è fatto un corpo, ogni testo è l’attuazione del “progetto banale della x”, ogni poesia è località della differenza. Ogni poesia che si fa carico di questo compito, che dimostra di saperne sopportare lo sforzo, è poesia epica.

______________________

[1]Giò Pomodoro compose quindici acqueforti alle quali s’ispirò successivamente Pagliarani per scrivere “il recitativo” in questione. Ma lo scritto non sembra avere nulla d’occasionale e sembra perfettamente inserirsi nel contesto delle altre lettere.
[2]Fortini Franco, Avanguardia e mediazione, in Verifica dei poteri, op. cit. p. 79.
[3]Pagliarani Elio, Lezionidi fisica e Fecaloro, Tutte le poesie, Garzanti, 2006 p. 179.
[4]Deleuze Gilles, Cosa può un corpo, Ombre Corte, 2007.
[5]Pagliarani Elio, Lezionidi fisica e Fecaloro, Tutte le poesie, op. cit. pp. 179-180.
[6]Ibidem. p. 180.
[7]Ibidem p. 181.
[8]Ibidem.
[9]L’esempio classico di una variabile ossia di un simbolo che non cambia ma che nel suo essere utilizzato in proposizioni diverse ne condiziona il senso è il segno algebrico meno (−). La negazione per la logica algebrica è la variabile tra le più importanti. La negazione pur non mutando il proprio segno può creare diverse connessione a seconda del contesto in cui si trova ad operare.
[10]Ibidem p. 182.
[11]A questo punto Pagliarani tira le somme metafisiche sua quanto ci permette la tradizione. Una tradizione ridotta all’osso. Lo dirà chiaramente in Esercizi platonici con un aforisma E. Pagliarani, Poesie, Milano, Garzanti, p. 241, 2006 :« Ecco il dono secondo tradizione:/ tutto ciò che diciamo essere/ consta d’uno e di molti e in sé contiene/ un elemento determinante e una/ indeterminazione.»
[12]Frege G., Sinn und Bedeutung, in AA.VV. La struttura logica del linguaggio, a cura di A. Bonomi, Milano, Bompiani, 1995. Ivi, p. 1.
[13]Pagliarani Elio, Lezionidi fisica e Fecaloro, Tutte le poesie,op. cit. p. 182.
[14]Ibidem pp. 182-183.

                          

Il gobbo di Notre Dame, William Dieterle, 1939
Il gobbo di Notre Dame, William Dieterle, 1939

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