Panico e apertura: riflessioni in merito al sisma del 2012, di Paolo Gera

L'invasione degli ultracorpi, Don Siegel, 1956

Panico e apertura: riflessioni in merito al sisma del 2012, di Paolo Gera.

    

   

La scossa più forte registrata in Emilia, quella che fece tremare il mio letto a Carpi e mi pietrificò nel primo mattino del 20 maggio 2012, è stata pari ad una magnitudo 6.1 della scala Richter. É come se nel sottosuolo la mano del destino avesse fatto brillare una carica oscillante tra 1 milione e 31,6 milioni di tonnellate di tritolo. Per fare un paragone la prima bomba atomica sganciata su Hiroshima corrispondeva ad un’esplosione catalogabile fra le 12.000 e le 18.500 tonnellate. Il terremoto 6.1 ha provocato 6 morti, l’esplosione di Hiroshima 80.000. La differenza è che l’ordigno nucleare è scoppiato nel cielo a 560 metri di altezza, l’epicentro del sisma è stato individuato a 10 Km di profondità. La crosta terrestre su cui ondeggiano edifici e uomini ha una funzione protettiva che l’aria non ha. Allora l’uomo non aveva ancora la possibilità di imitare la forza distruttrice della natura. Oggi l’avrebbe.

I dati scientifici non danno ragione delle reazioni personali. Ebbene, non è stata la scossa di magnitudo 6.1 a farmi più paura, ma quella delle ore 13 – il mezzogiorno secondo l’ora solare – pari a 5.4 di magnitudo sulla scala Richter. Perché il mio spavento non è stato proporzionale all’intensità della scossa ed alla sua dimostrabilità a livello scientifico? Un’idea me la sono fatta. La scossa più forte secondo il sismografo, io l’ho avvertita nel chiuso del mio appartamento, fra le mura della mia casa. Non potevo osservare cosa stesse succedendo fuori, la limitatezza del mio punto di osservazione poteva illudermi che per le strade e più in là sulle piazze e nei parchi, ci fosse lo spazio sufficiente per scampare al pericolo. Quando sei chiuso dentro, la salvezza è fuori. L’importante è non fare la fine del topo. Alla scossa del 29 maggio delle 9 di mattino, quella di 5.8 di magnitudo, tutti avevano risposto con l’impeto di un branco selvaggio, tutti si erano diretti verso un’unica direzione: il fuori, l’aperto, una striscia esigua di prato libero da costruzioni umane.

Ma quando sei sorpreso già all’aperto e ti rendi conto che anche lì non c’è scampo, dove puoi fuggire? Sulla piazza, luogo civile di ritrovo, divertimento e discussione, i palazzi tremano, le vetrine si scompongono, i manichini cadono, noi ondeggiamo..Ci si rifugia in uno spazio che materializza un contesto naturale e aperto all’interno della città: il parco. C’è molta gente ed è come se ci conoscessimo tutti. Anziani scambiano punti di vista con i ragazzi, signore borghesi in crisi isterica si fanno consolare dagli addetti alla pulizia delle aiuole. Cerchiamo da mangiare al chiosco, ma hanno solo pane. Le bibite ci sono, ma tutti abbiamo solo sete d’acqua. La paura ha dissolto in un colpo tutte le differenze anagrafiche e sociali.

Resta ovviamente valido il fatto che essere sorpresi in uno spazio civile, tra le costruzioni, piuttosto che in uno spazio naturale, nella vegetazione, aumenta, decuplica la sensazione di paura. Credo d’altronde che anche il sisma avvertito in aperta campagna – la terra che si fende, gli alberi che si scuotono e cadono – debba avere un carattere terrificante proprio perché si lega al significato profondo, archetipico del panico. Al suo carattere “numinoso”, direbbe James Hillman. Per “numinoso” si intende una forza sprigionata da un dio e incontrollabile dagli esseri umani. Il luogo definito del panico è l’aperto, come il suo tempo preciso è il mezzogiorno, quando il sole picchia forte e non c’è possibilità di trovare un riparo nell’ombra.

“Mezzogiorno: momento dell’ombra più corta”.

( Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli (1888), Adelphi Milano 2008, p.76 )

Il nume a cui sono legate le manifestazioni del panico è Pan, il fauno, il dio capro della Natura. Il Tutto.

“ L’ora di Pan era sempre il meriggio. In quel momento egli appariva nell’impeto e nel fulgore del mezzogiorno, facendo sussultare uomo e animale di un cieco terrore”.

(James Hillman, Saggio su Pan (1972), Adelphi Milano 2001, p.121)

Come ho già scritto l’urto sismico che ha provocato il panico a Carpi è avvenuto esattamente a mezzogiorno.

C’è questa fertile contraddizione: l’esplosione delle forze oscure ed irrazionali dell’uomo si innesca nel momento di maggiore fulgore della giornata; quando le ombre della notte passata e futura sembrano completamente diradate, quando l’autocontrollo sembra allentarsi nella garanzia della luce piena, ecco che arriva, assolutamente imprevedibile, la sorpresa del panico. Il panico è l’inaspettato.

Di fronte agli edifici lesionati o soltanto per vincere il panico, nei parchi e nei giardini condominiali, sono state tirate su le tende, di ogni dimensione, forma e colore. Le tende da quando l’uomo è uomo sono sempre stato il contrassegno visibile dell’idea di nomadismo. Con il Neolitico l’uomo si ferma, costruisce le prima abitazioni stabili, le case in muratura, le città. Il terremoto ha riportato le tende e sembra suggerire che il legame troppo forte con l’idea di stabilità e di possesso sia, se non da superare, da considerare in maniera più elastica. Il contrario è ritornare ad una chiusura più ermetica di prima. Quelli che parlano in dialetto si tirano su le maniche e vogliono riedificare. Quelli che parlano lingue straniere spesso hanno perso tutto perché abitavano nelle case edificate peggio e dunque più disastrate. Sono accusati di starsene all’ombra delle tende e di non voler dare una mano. La diffidenza verso i nomadi riaffiora con tutti i suoi millenari pregiudizi. Nella Bassa modenese c’è una fortissima concentrazione di pakistani. Ora non hanno più una casa ed un lavoro sicuro, facile si trasferiscano con le famiglie in altre zone d’Italia e d’Europa, se non è previsto addirittura il ritorno in patria. I loro figli lasceranno all’improvviso le scuole che hanno frequentato per anni. Sono fratture che andrebbero composte, non allargate.

Il panico ci ha spinti verso il suo dominio, l’Aperto e verso nuove possibilità di ‘fare i conti’ con se stessi e con gli altri. Potrebbe allora essere che il panico, al di là del suo elemento perturbante, possa spingerci alla fondazione di una nuova etica, basata sui rapporti, sulla condivisione e, appunto, sull’apertura? Occorrerebbe, secondo Umberto Galimberti, che riprende espressioni di Heidegger, accantonare la ragione “come ambito rac-chiuso nella previsione del pensiero che calcola” e arrischiare esperienze “nell’Aperto dis-chiuso del pensiero che dispone le cose in relazioni che oltrepassano il recinto del calcolo”. Per ora solo alcuni folli ( Nietzsche stesso, forse?) sono riusciti a farlo:

“Essi descrivono la condizione umana caratterizzata da quella “totale assenza di protezione” che la ragione tenta invano di mascherare con il calcolo e con il progetto, con la previsione e l’anticipazione, per cui l’uomo occidentale, educato da quel tipo di “ragione” non osa più sporgere nell’Aperto e arrischiare sensi imprevisti”.

( Umberto Galimberti, La casa di Psiche, Feltrinelli Milano 2008, p.275)

Ma ci vuole un enorme coraggio per spazzare via la soglia e dimenticarla completamente: come Don Giovanni accettò l’invito a cena dello spettro del Commendatore, noi dobbiamo accettare l’invito del panico.

Ed io, come ho reagito di fronte al richiamo del terremoto?

Abito in una città provinciale che non mi piace e la mia casa ha questo doppio aspetto: è un nido e nello stesso tempo è un carcere. E’ una bellissima mansarda di 130 metri quadri, i soffitti sono molto alti, ma non ci sono balconi e sporgersi fuori è un problema perché le finestre sono piccole e la parte inferiore è limitata da inferriate. L’edificio in cui è inserito il mio appartamento è una vecchia fabbrica ristrutturata e un anziano vicino mi ha informato che al mio piano i proprietari tenevano un’enorme voliera con centinaia di pappagallini, una vera prigione per volatili.

Il terremoto mi ha aperto la porta e mi ha detto di andarmene. Ho anche sperato inconsciamente che la mia casa fosse danneggiata a tal punto da essere dichiarata inagibile. Ho guardato a lungo negli occhi mia moglie per capire se il terrore che ha vissuto le avrebbe permesso di tornare a vivere nell’appartamento del quarto piano.

  • Cambia – mi ha suggerito forte il terremoto – trova il modo di iniziare una nuova vita in cui siano salvaguardati i tuoi affetti, ma con più libertà per te e per gli altri che ti vogliono bene. Allenta il nodo. Allontana il sortilegio della casa-madre –

Un piccolo cambiamento d’obbligo si è subito verificato. Ci siamo trasferiti al mare dove per fortuna possediamo un’altra casa. Qui non mi sono prodigato nei confronti di me stesso, ma di mia figlia. Ha diciassette anni. Ho cercato di parlare con lei, di starle accanto, di alleviarle in qualche modo lo choc del terremoto che era stata la manifestazione all’ennesima potenza di una serie di episodi dolorosi attraverso cui lei e noi eravamo dovuti passare. Si cresce anche così, no?

Ho corso con lei lungo i sentieri della pineta. Con lei ho nuotato in acque gelide, ma trasparenti. Volevo che ritrovasse una buona forma fisica e almeno in parte la serenità della mente. Era lei che doveva partire. Mia figlia avrebbe dovuto trasferirsi a Londra dove avrebbe passato il suo primo lungo periodo senza di noi. Sapevo che sarebbe stato difficile. Per la prima volta avrebbe dovuto prendere l’aereo, per la prima volta avrebbe dovuto organizzare le sue giornate senza l’assistenza di genitori sicuramente stimolanti, ma anche un po’ soffocanti e troppo direttivi. Ma lei è riuscita a fare ciò che da ragazzo mi è stato e mi sono impedito di fare. Io sono partito attraverso di lei.

Mia figlia a Londra se l’è cavata benissimo. Ha vinto le sue piccole Olimpiadi. Mi ha fatto capire che essere uniti non significa essere incatenati. Credo che il terremoto che ha colpito l’Emilia abbia insegnato la necessità di rivalutare i valori e la capacità di rielaborarli in vista non di una chiusura rassicurante, ma di un’apertura rischiosa, eppure liberatoria. Dare aria ai valori e agli affetti, togliersi dai vincoli consolidati per conformismo, puntare verso l’Aperto.

            

L'invasione degli ultracorpi, Don Siegel, 1956
L’invasione degli ultracorpi, Don Siegel, 1956

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