Parole sante, di Milena Magnani

Adolph Hirémy-Hirschl, Paesaggio, fine 800 inizio '900

Parole sante, di Milena Magnani.

    

    

Nome chê lenga chì a ne permet da fevel
Solamente questa lingua mi permette di parlare

Federico Tavan

    

C’è una poesia che può capitare di incontrare tra le pietre, in mezzo alle zolle di una campagna arida.
Una poesia che aleggia tra le crepe di una pianura che tende inesorabilmente al deserto, su cui alita come monito un vento caldo che viene da sud.
E’ la poesia che sta all’origine dell’antologia Parole Sante, un’antologia che ha a le sue radici in quel modo del tutto inedito con cui alcune persone stanno impostando il loro dialogo con la terra.

Lo scriveva Antonio Verri:

Cambia, cambierà
di molto, il volto della campagna,
degli aggregati umani, di interi paesi
(…)
quel che non cambierà mai
sarà l’idea del dialogo con la terra
che l’uomo ha stabilito dal tempo dei tempi,
il grosso respiro.
Il sibilo lungo che si può udire solo di mattina,
mirando nella vastità dei campi,

Parlo qui di un’avventura poetica nata in complicità con un progetto ambientale che porta il nome di Orto de Tu’rat. E’ capitato infatti che da quell’ Orto ubicato in Salento a quattro chilometri dal mare , non siano nati frutti esotici, non siano nati fiori o tuberi ma versi.

simu
lu ranu simu stati
li tienti te
la terra la

L’ orto dei Tu’rat è nato da un’idea di Mino Specolizzi e da lui realizzato in una zona del Salento dove, a causa di una cultura cialtrona sul modo di usare l’acqua, la falda si è ormai inquinata e salinizzata al punto da far conquistare a quella terra il primato di zona europea a maggior rischio di desertificazione.
Lo scriveva Salvatore Quasimodo già nel ’61: “Questa è la terra di Salento, dove l’ uomo cammina sui lentischi e sulla creta. Avara è l’acqua a scendere anche dal cielo, gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti. I colori sono bianchi, neri, ruggine. E’ terra di veleni animali e vegetali: qui esce nella calura il ragno della follia e dell’assenza”.
Ed è proprio in questa campagna dove dietro i ruderi di un recente passato alita il sussurro di cantilene magiche, è proprio qui dove il ragno della follia è stato tramortito da potenti fitofarmaci e da nebulose e intrugli che hanno fatto ammalare di xylella intere estensioni di ulivi pluri centenari, è qui che Mino ha cercato di riproporre quello che alcuni studiosi hanno ipotizzato essere il Principio dell’Oasi nel deserto del Negev.
Tredici strutture in pietra a secco costruite secondo una tecnica arcaica dalla forma di gigantesche mezze lune il cui incavo è orientato al vento più umido prevalente, strutture il cui scopo è quello di catturare l’acqua dal vento e di irrigare così il terreno senza apporto meccanico di acqua.
Non credo ci sia nulla di più performativamente poetico di questo processo, un’utopia che si fa concreta di fronte all’evidenza delle gocce di rugiada che colano tra gli interstizi delle pietre irrorando un giardino botanico.
Scrive Daniela Liviello

Conti i passi dall’inizio alla fine
Ora è silenzio e ti pare di udire un respiro
Qualche goccia di acqua si stacca.

Sono queste le “precipitazioni occulte”, una pratica che sembra più vicina al pensiero magico che a una tecnica idraulica, un incontro di compatibilità tra l’ambiente e il paesaggio che crea dentro ai Tu’rat una suggestiva alchimia degli elementi.
Già, perché è proprio di questo che si tratta, del fatto che questi Tu’rat quando li si attraversa sembrano monumenti sacri intenti ad invitarci ad una cerimonia.

“Ascolta Nena ho visto qualcuno camminare in mezzo alla mezza luna bassa, e forse è il nostro futuro in siesta o in passeggiata silenziosa, cammina lento ca ppare ca balla.

E’ stato per questa suggestione paesaggistica che nel 2011 si sono ravvisate le condizioni di energia e di silenzio per poter ospitare in quello spazio la poesia e dare il via alla prima maratona poetica che prese il nome di Parole Sante.  

Lo scrive bene Antonio Errico, le voci della terra sono come le voci di un uomo: hanno la consistenza lieve di un fiato, di un vapore. Si spengono, si sperdono se qualcuno non le stringe nelle sillabe di un verso.

Fu un’esperienza straordinaria ascoltare i poeti alternarsi ai musicisti nella cornice di quelle mezze lune di pietra, ascoltare autori contemporanei e poeti che facevano omaggio a grandissimi come Antonio Verri o Salvatore Toma, o Patrizia Vicinelli.
Ascoltare Raffaele Lazzara recitare i versi di Federico Tavan, insieme tutti e due nel gridare  che non si vende la voglia di volare.

Grazie a quell’evento facemmo esperienza di cosa volesse dire per la poesia uscire dai salotti e dalle gabbie accademiche per farsi discorso corale, per divenire occasione di incontro, di scambio e nutrimento reciproco di mondi.

Un’esperienza poetica che si è rivelata per noi anche azione politica proprio per la capacità che ha avuto di uscire dallo sterile confronto dello stile e della forma, dal calcolo matematico del numero dei lettori o dei recensori, per veicolare con grande rispetto l’immaginario che sta sotto gli occhi chiusi di ogni tempo, per dire i naufragi e le derive.
Non c’è stato spazio per le gerarchie poetiche, non c’è stato spazio per nominare dei vate o per i maestri, si creò solo un discorso plurale, un cantare a più voci, uno sventolare i versi come lenzuoli stesi all’aria aperta.

E’ stato poi negli anni successivi, quando l’Orto ha cominciato purtroppo ad essere bersaglio di roghi dolosi che ne hanno distrutto a più riprese le piante da frutto, gli ulivi pluri centenari e le strutture per l’accoglienza, è stato a quel punto che. insieme allo sconforto massimo, è ritornata con forza la poesia a sostenerci. E’ successo infatti che ci sono venuti incontro i poeti, suggerendo che la serata Parole Sante potesse essere trasformata in una vera propria antologia cartacea che raccogliesse i testi dei partecipanti e consentisse di essere uno strumento per la ricostruzione.
L’idea che sottende l’antologia è così che  ogni copia venduta si potesse trasformare  in pianta, in albero da frutto, i germoglio di un reimpianto e tutti insieme in speranza di rinascita.
E così è stato, grazie ai proventi della vendita del numero uno dell’antologia due anni fa abbiamo potuto procedere al reimpianto di 80 ulivi della specie ogliarola e cellina.

Mai come di fronte a questi versi dimostratisi in concreta metamorfosi ho sentito vibrare nella carne le parole di Antonio Verri:

Se qualcuno ti parlasse di un mondo che ormai
gira sul niente, ti prego, stringi i pugni
mangiati il cuore
caccia le unghie e fai capire che volevamo fare
una poesia di lotta  

Una parola poetica che, se da un lato può avere una assoluta bellezza estetica fine a se stessa dall’altro può farsi poesia militante scardinando le logiche distruttive di un mondo scellerato e sostenendo un progetto di ricostruzione.
Certo tutto ciò è stato possibile anche perchè abbiamo trovato un editore salentino, la Casa Editrice Kurumuny, diretta da Giovanni Chiriatti, che ha accettato di entrare con noi in questa avventura.
La casa editrice Kurumuny è una pietra miliare nel mondo culturale salentino, nacque a ridosso di quel fermento culturale in cui negli anni ’90 ci fu la riscoperta della tradizione, il boom del folk revival.
Kurumuny in grico significa “germoglio di ulivo” e suo fondatore Luigi Chiriatti, oggi è direttore del festival La Notte della Taranta, è stato uno degli ultimi etnomusicologi presenti sul campo durante le ultime ricerche sul tarantismo pugliese e suo è un testo che ritengo un fondamentale per chiunque intenda approcciarsi agli studi sulle donne possedute dal morso della taranta: Morso D’amore.
E’ Luigi insieme ad Anna Bella Miscuglio ad aver girato gli ultimi filmati relativi al fenomeno, ed è lui ad aver raccolto nel tempo uno dei più importanti archivi sonori sulla storia del tarantismo e della musica popolare salentina. La nascita della casa editrice ora diretta dal figlio Giovanni è stata un modo per mantenere aperto un dialogo tra tradizione e modernità, tra poetica di una terra e il suo rinascimento.

Di Kurumuny sono i testi sulle lotte contadine nell’Arneo, quelle documentate dal poeta Vittorio Bodini in quel bellissimo testo: L’aeroplano fa la guerra ai contadini.
Di Krumuny sono romanzi saggi e testi di etnomusicologia tra i più rari sul mercato editoriale.

Il fatto poi che Giovanni Chiariatti abbia deciso di sostenere con la sua casa editrice l’esperienza militante di Parole Sante, è stato per noi motivo di orgoglio e insieme a questo anche motore di rifondata speranza.
Anche perché è evidente che solo sulle alleanze che si può basare l’idea di una cultura dal basso in grado di reggere l’impatto con un mercato saturo fino all’osso.

Quest’anno siamo arrivati al numero tre dell’ antologia Parole Sante e spero che la sua storia sia ancora lunga…
Questo numero tre vede la partecipazione di 27 poeti, poeti che vengono da tutte le parti di Italia e sono stati invitati a scrivere nella loro lingua madre.

Lo scriveva Federico Tavan

“Nome chê lenga chì a ne permet da fevel“
Solamente questa lingua mi permette di parlare

Ci siamo convinti di quanto fosse importante ritrovare nella poesia quel tratto di autenticità linguistica che fa vibrare le emozioni profonde, un tratto di autenticità che forse solo attraverso il recupero dei dialetti e delle lingue locali riesce ad essere efficace.
Ne è venuto fuori un lavoro ricchissimo e incredibilmente contemporaneo.

C’è in questo sicuramente un rimando al lascito di Pasolini, a quella sua meravigliosa raccolta Poesie a Casarsa con cui tentò una riappropriazione del dialetto come segno di opposizione al potere del capitale e della sua logica consumistica.
E’ proprio questo suo approccio che fa da cornice a questa nostra avventura antologica, un’avventura che parte con la voglia di pensare la riappropriazione delle lingue locali come a un nuovo modo per ritratteggiare una poetica del contemporaneo.
Certo siamo debitori anche ad altre realtà culturali e poetiche già consolidate nel tempo, come l’esperienza di Usmis, quel fervore poetico che animò il Friuli negli anni ’90 con un modo di usare la lingua del tutto straordinario e che noi dell’Associazione culturale Orto dei Tu’rat avevamo potuto conoscere attraverso il poeta Raffaele Lazzara, “Usmis” come collettivo poetico ci ha aperto un mondo circa l’incredibile concretezza di essere al tempo stesso locali e planetari.
Ma più di tutto il grande ispiratore di questo numero di Parole Sante è stato per me Sergio Rotino, poeta di origine salentina ma ormai bolognese di adozione.
E’ lui che insieme a Mino Specolizzi ha curato la redazione di questo ultimo numero, cercando e contattando i poeti ed è lui che, a sua volta, ha avviato una sua sperimentazione linguistica sulla riconquista e reinvenzione di una lingua. Reinvenzione che ha messo in pratica in una sua silloge dal titolo Cantu Maru, un libro di poesie che passa attraverso il suo tentativo di ricostruirsi quell’universo linguistico salentino leccese, che da bambino gli era stato impedito di parlare.

Dall’esperienza così arricchente dell’antologia Parole Sante è nato nel tempo l’incontro con poeti davvero straordinari, poeti di fronte ai quali mi era rimasta la voglia di approfondire la conoscenza.
Per questo si è animata in me la voglia di tentare una collana editoriale di poesia.
Mi piaceva l’idea di dare spazio ad ogni poeta in modo profondo per consentire con la sua poetica un vero incontro.
Ho chiesto così ancora alla casa editrice Kurumuny se fosse disposta a sostenermi, ha accettato e così è nata Collana di Poesia Rosada che è la collana poetica che dirigo da qualche mese, e per la quale sono affiancata da eccellenti collaboratori che sono Sergio Rotino, Caterina Serra, Giovanna Battagin, Mino Specolizzi e lo stesso Giovanni Chiriatti.
Ho deciso di chiamarla Rosada in omaggio a Pier Paolo Pasolini, a quella mattina in cui lui a Casarsa sentì pronunciare da un ragazzo la parola rosada.
Mi ha sempre colpito l’idea che una parola sentita in un particolare momento della giornata, con una particolare luce, pronunciata dalla voce di un ragazzo che la borbotta correndo, una parola che sola era in grado di indicare la rugiada di quelle ore, la “rosada” appunto, abbia portato Pasolini a sentire la voglia di cominciare a scrivere dei versi in una lingua che in quel momento della sua vita ancora non possedeva, l’idea che una parola abbia avuto la forza di aprire un mondo e abbia generato nel poeta il desiderio di strappare il dialetto dal suo contesto di pura oralità e di renderlo grafico.

E poi in fondo la rugiada ci riguarda, è la ricerca di rugiada nell’Orto dei Tu’rat che ci ha portato a dialogare con la poesia.

                  

in apertura Adolph Hirémy-Hirschl, “Paesaggio”, fine ‘800 inizio ‘900, Metropolitan Museum New York

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