Pierluigi Cappello: poesie scelte e un ricordo di Giacomo Vit

George Luks, Il torrente, Nova Scotia, 1919, Metropolitan Museum New York

Pierluigi Cappello: poesie scelte e un ricordo di Giacomo Vit.

    

     

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Ho conosciuto Pierluigi per la prima volta nel 1998, in occasione di un’iniziativa che ci vedeva leggere, assieme a un gruppetto di poeti, dei versi ispirati al fiume Natisone.
Poi abbiamo percorso molta strada insieme, trovandoci “gomito a gomito” nelle stesse antologie, come in Tanche giaiutis. La poesia friulana da Pasolini ai nostri giorni, del 2003, curata dall’allora decano dei poeti friulani, Amedeo Giacomini, che volle redigere una specie di testamento letterario indicando alcuni poeti che, secondo lui, avrebbero raccolto il suo testimone (morirà tre anni dopo); oppure come in quella più recente, del 2012, curata dalla nota studiosa Anna De Simone, Poeti in Friuli, tra Casarsa e Chiusaforte, originale viaggio poetico alla scoperta del Friuli attraverso i versi in italiano e in friulano di una decina di poeti.
Ma ci fu nel 2002 anche un’antologia, curata da me con Giuseppe Zoppelli, dal titolo Fiorita periferia, Itinerari nella nuova poesia in friulano, in cui fermavamo l’attenzione su dieci poeti viventi (Pierluigi era uno di questi), che rappresentavano un paradigma del fare poesia in dialetto oggi in Italia. Questo lavoro ci consentì d’incontrare varie volte Pierluigi, di apprezzarne il carattere buono, gentile, ma soprattutto di entrare nella sua “officina” poetica. Da lì emerse la sua concezione del lavoro poetico come grande prova di artigianato, di bottega, dove poter sperimentare tutte le possibilità di una lingua, italiana o dialettale che fosse. In questo senso, era critico con quei poeti che gli mostravano i propri versi concepiti in maniera estemporanea, occasionale, senza quel lavoro artigianale sul verso che per lui era strettamente collegato alla poesia come “fare”. Si lamentava, insomma, del fatto che molti poeti non avessero alle spalle una tradizione letteraria, la sola che potesse garantire a loro uno sviluppo in avanti, con tocchi di originalità. In questo senso vanno considerate anche le sue traduzioni in friulano di alcuni poeti contemporanei, raccolte nel volume Rondeau del 2011, che lui sottotitolò opportunamente Variazioni d’autore.
Pierluigi ha lavorato contemporaneamente in italiano e in friulano, separando i due codici espressivi a seconda di ciò che voleva esprimere, anzi si potrebbe sostenere che era la lingua che gli si imponeva e pretendeva di essere adoperata. Infatti, in un’intervista egli stesso affermò di non sentire «uno stacco tra poesia friulana e italiana, la Poesia è una sola; quella dialettale non è una scelta più introversa: comunque sia, la poesia è una lingua privata. In genere è la musicalità delle parole a indicarmi la strada. Perché per me c’è innanzi tutto una preoccupazione di forma».
La sua fedeltà alla parola cercata, pesata con attenzione nell’equilibrio del verso, il suo costante lavoro di limatura dell’opera, l’attenzione alla forma non potevano non portarlo ai vertici della poesia nazionale con l’assegnazione del premio Viareggio.
Noi terremo sempre presente la sua lezione poetica, ma ci mancherà il sorriso con cui ci accoglieva nella sua umile, e allo stesso tempo preziosa, stanza dove vedevano la luce, dopo tanto lavoro, le sue poesie.     

Vi propongo alcune poesie di Cappello tratte da Amôrs, Campanotto, Udine, 1999. GV

    

II

Sium, sium dentri inte sium
lûs di ce che nol è
e vôs di chel ch’al jere
neri butul de gnot

ch’al impromet sflandôr
tiere fate di niule
niule fate ladrîs
man çampe inte man drete

sium cjapimi me sium
cjampanule di scûr
flamule benedete

declinazion di poete
ch’al impromet amôr
e ôr dal ôr e gnot.

     

Sogno, sogno dentro il sonno, luce di ciò che non c’è e voce di quello che c’era, nero bocciolo della notte che promette splendore, terra fatta di nuvola, nuvola fatta radice, mano sinistra dentro la destra, sogno, prendimi pure, sogno, campanula di buio, fiammella benedetta, declinazione di poeta che promette amore e orlo d’orlo e notte.

*

III

Tu tu sês la nere, la more,
nere come intal scûr l’ale di un gnotul scure
o come un sium, nere, ma un sium
puartât vie svelt pai lavris da la gnot;
des voltis nol sucêt nuje, amôr, ma nuie :
e ogni peraule ch’o volarès par dîti
pene e pensîr di savêti
e scjampe inte ridade blancje di salvadie
cence tocjâti cence sflorâti;
tu tu ti dâs e jo no ti sai, nì mai,
zimule mê, ti savarai,
tu tu sês dade e tu sês
parceche cussì tu tu âs di sei :
semence, come i flôrs, dal vint
o un vert di prime zime
ch’al sclape scuarce e celest intal celest dal cîl
e benedî – maludî –
nol è afâ to
ma gno.

     

Tu sei la nera, la mora, nera come nel buio l’ala d’un nottolo buia o come un sogno nera ma un sogno rapito per le labbra della notte; alle volte non accade niente, amore, ma niente: e ogni parola che io vorrei per dirti pena e pensiero di saperti fugge nella tua risata bianca di selvaggia senza toccarti senza sfiorarti; tu ti dai, e io non ti so, né mai, gemella mia, ti saprò, tu sei data e sei perché così devi essere: seme, come i fiori, del vento o un verde primo di gemma, che spacca scorza e celeste dentro il celeste del cielo e benedire – o maledire – non è affar tuo ma mio.

*

VI

Mondime me, che par volê florî
di flôr in flôr florint soi deventât
ramaç no in flôr nì niçulât da l’aiar:
libare tu, Domine mê, la mê
libertât, metimi dentri tai vôi
la lûs tenare e garbe de to piel di vencjâr:
l’amôr al è cuant che i miei deits
a tocjâti a deventin
la ponte dai tiei.

    

Mondami, che per voler fiorire di fiore in fiore, fiorendo sono diventato un ramo senza fiore, né mosso dal vento: libera tu, Domine, la mia libertà, mettimi dentro gli occhi la luce tenera e aspra della tua pelle di vinco: l’amore è quando le mie dita a toccarti diventano la punta delle tue.

*

X

O cerci l’aiar che tu spetenis cu li’ mans
chest dâti e cjolti lusinte tal scûr
di ca la fan, di là il pan da la mê fan
tu floride tal mieç
e flôr la piere ch’e sflorìs in me;
o cerci chest aiar e al bastarès
se par vivi la pôre di vivi no fos
mancul lontane di te.

    

Assaggio l’aria che spettini con le mani, questo darti e toglierti lucente nel buio, di qua la fame, di là il pane della mia fame, tu fiorita nel mezzo e fiore la pietra che sfiorisce in me; assaggio quest’aria e basterebbe se per vivere la paura di vivere non fosse meno lontana di te.

*

XI

S’o cor
fumul tal fumâr compagn dal jever
di chest unvier ch’al strenç ma nol è unvier
se lunc e larc achì no son nì lunc
nì larc e jo soi chì ch’o zorni, farc
da la mê tiere, se jenfri chel ch’o sai
e chel che inmò no sai di me, tu sês
vignude jù, mantîl di cheste vuere
judimi tu, mudant la tô, a mudâ
la mude mê, sem e cjadene.

     

Se corro, fiato di fumo nella bruma come la lepre di questo inverno che stringe ma non è inverno, se lungo e largo qui non sono né lungo né largo e io son qui che canto, talpa della mia terra, se entro quel che so e quel che non so ancora di me, tu sei venuta giù, mantello di questa guerra, aiutami tu, mutando la tua, a mutare la mia muta, seme e catena.

*

          

George Luks, "Attraversamento ferroviario", ca 1925 - in apertura "Il torrente", 1919, Metropolitan Museum New York
George Luks, “Attraversamento ferroviario”, ca 1925 – in apertura “Il torrente”, 1919, Metropolitan Museum New York

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