PINPIDIN. Una rubrica piccola e grande. A cura di Natalia Bondarenko

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PINPIDIN. Una rubrica piccola e grande. A cura di Natalia Bondarenko.

    

   

Penso, scrivo, amo? Può darsi che la poesia sia essenzialmente un moto inconscio come lo è l’amore. Diceva M. Cvetaeva che  “la poesia è qualcuno o qualcosa che dentro di noi vuole disperatamente essere”. Ma al di là delle possibili definizioni, resta il fatto che sono cambiati  e stanno cambiando i paradigmi che ci hanno accompagnato in passato. Cambia il senso del tempo e dell’appartenenza. Cambiano i linguaggi con cui esprimiamo le nostre relazioni. Tutto diventa più numeroso, più grande e più bello. Anche la poesia può oggi permettersi di ampliare i suoi tempi, raggiungere molte più persone, essere fonte di grandi promesse. Se è vero che l’umanità oggi può autodistruggersi, è altrettanto vero che questa stessa umanità oggi può auto-svilupparsi incredibilmente». Le parole, che esprimono in pieno il mio pensiero sulla poesia attuale, sono di Francesco Di Lorenzo e fanno parte di una delle mie interviste dedicate alla poesia.
Ma che spazio occupa oggi la poesia nel mondo dei giovani? Già il rapporto tra i giovani e la lettura è in generale complesso, figuriamoci quello con la poesia! Così, molto spesso, i versi rimangono racchiusi tra le pagine dei libri, tra quei banchi di scuola in cui per la prima volta sono apparsi Leopardi o Foscolo… dopodiché, sia la poesia che gli autori, figurano solo come un brutto ricordo. Per di più nei ragazzi si nota una certa paura di parlare dei propri sentimenti e mettere a nudo la propria anima specialmente con i professori, e questo aspetto io lo ricordo perfettamente perché anche la mia strada poetica in quella età fu timida e piena di insicurezze.
Oggi come oggi, invece, dopo aver avuto la possibilità di conoscere più da vicino alcuni testi, ritengo che la poesia prodotta dai ragazzi (molto più di quanto si pensi), si rivela fresca, lirica e sincera, a volte coraggiosa, a volte – sperimentale, ma molto spesso piena dei sentimenti profondi e di emozioni forti. Insomma, una poesia che ha bisogno di un’attenzione particolare.
E proprio per questo abbiamo deciso di dedicare a questo argomento una rubrica intera. NB

         

I ragazzi di Silvia Parma.

È un titolo provocatorio, naturalmente. Come provocatorio è anche il progetto di cui vi vorrei parlare oggi. Tutto inizia da un’idea di Silvia Parma, Responsabile del Coordinamento Regionale per la L.I.P.S, che un giorno invia un progetto di ‘poetry slam’ da farsi all’interno del Carcere Minorile del Pratello – Istituto Penale Minorile Siciliani – di Bologna. I partecipanti alla Competizione sono i ragazzi detenuti della struttura, per la maggior parte non italiani, molti di loro arrivati qui da soli, in condizioni di completo disagio e precarietà, quasi senza conoscenza della nostra lingua, che gareggeranno con propri scritti in lingua originale, seguiti da traduzione in italiano.
SILVIA_PARMA_4_o-2La gara si è tenuta all’interno del Carcere Minorile, il giorno 21 marzo 2016, data che l’UNESCO ha designato come Giornata Mondiale della Poesia ed era contestualizzata nel Campionato Nazionale organizzato dalla L.I.P .S.
L’attuazione del progetto è stata possibile grazie all’interesse immediato del dott. Giuseppe Spadaro (Presidente del Tribunale Minorile dell’Emilia Romagna), della generosa disponibilità del Dott. Alfonso Paggiarino (Direttore dell’IPM bolognese), che ha messo a disposizione il proprio staff per la realizzazione del progetto e degli insegnanti del CPIA di Bologna, scuola che opera all’interno dell’Istituto presieduta dal dott. Emilio Porcaro. In questa fase del lavoro i ragazzi sono stati seguiti da Elena Manaresi, docente di lingua italiana, e da Nicolò Gugliuzza, performer e membro del coordinamento regionale della L.I.P.S.
Il progetto si è concluso con l’uscita del libro “Streets of Freedom – Le parole che liberano. Le Poesie e le Immagini dei Ragazzi del Carcere Minorile del Pratello di Bologna”, ed è molto particolare: accanto ai testi pubblicati, si trovano anche le foto dei testi originari scritti a mano. “Su ogni pagina di questo libro vedo una persona salire in piedi per dire a voce alta, ciò che pensa, ciò che prova. Con coraggio e grande dignità queste persone incarcerate si sono guadagnate una pagina di libertà, una porta di una cella che si aprirà ogni volta che apriremo il libro e leggeremo i loro versi che ci mostrano un luogo interiore, intimo, vero, in cui il dolore resta il più delle volte recluso” scrive Dome Bulfaro (Cofondatore ed Ex Presidente della LIPS) nella sua piccola prefazione che potete trovare sulle prime pagine di questo libro.
È inevitabile, a questo punto, il mio vivo interesse verso l’ideatrice di questo progetto, Silvia Parma. L’intervista che segue approfondisce molti aspetti di questa impresa.

    

La forma del Poetry Slam secondo me è sempre vincente. Con quale spirito e in che modo hanno accolto questa forma (quasi) teatrale i ragazzi?

Molti ragazzi non avevano interesse alla scrittura né tantomeno alla poesia. Teniamo presente che per molti di questi ragazzi l’espressione artistica è inutile, una perdita di tempo: loro sono abituati a guadagnarsi la vita sulla strada, dove non c’è spazio se non per la sopravvivenza. La prima cosa che ci hanno chiesto quando gli abbiamo illustrato il progetto è stata se avrebbero guadagnato del denaro partecipando. Hanno cominciato a dimostrare interesse solo quando gli abbiamo spiegato che il vincitore dello Slam interno al carcere sarebbe uscito dalla struttura per partecipare alla Finale Regionale. E il loro interesse è aumentato quando gli abbiamo dato una dimostrazione pratica di che cosa fosse uno slam, inscenando una sfida “all’impronta” all’interno della loro aula. Avevo coinvolto nel progetto anche Nicolò Gugliuzza, poeta, slammer ed operatore culturale che, sia per la sua giovane età che per l’attività che ha svolto all’interno delle scuole e dei licei, ero convinta potesse esprimersi con un “linguaggio” uguale a quello dei suoi coetanei rinchiusi nel carcere. E così è stato. Fondamentale anche il supporto che le due insegnanti del CPIA che operano all’interno del carcere, Marisa Gabriele ed Elena Manaresi, che hanno dato vita ad un laboratorio di scrittura poetica durante le loro ore di lezione.

     

Qual era il livello di conoscenza generale della poesia dei partecipanti?

Molti di loro sono analfabeti, ma alcuni di loro scrivono, disegnano, a volte anche molto bene. Siamo riusciti ad interagire soprattutto grazie al fatto che non ci siamo mai posti nei confronti dei ragazzi con atteggiamento di giudizio e di superiorità. Non eravamo lì per “insegnare” qualcosa, ma per creare un’occasione in cui questi ragazzi potessero cimentarsi con la bellezza che è dentro di loro, ma che raramente hanno occasione di esprimere.

     

Ci sono delle difficoltà con le quali vi siete scontrati per realizzare il vostro progetto iniziale, cioè, il Poetry Slam?

Per lo più la generale scarsa alfabetizzazione dei ragazzi e il fatto che il 90% di loro non è italiano e ha poca dimestichezza con la nostra lingua, soprattutto scritta. Altro punto fondamentale è stato il convincerli a “mettersi a nudo” raccontando di sé, della propria vita. Grazie all’intelligente lavoro delle insegnanti e del mio collega, il clima che si è creato durante il laboratorio di poesia nel quale si producevano i testi che avrebbero partecipato allo slam è stato di reciproca collaborazione: i più istruiti davano una mano ai compagni meno abili, aiutandoli nell’esposizione della forma, nella traduzione dei versi dalla lingua d’origine all’italiano.
Nessun intervento è stato fatto da parte delle docenti per “abbellire” le poesie; non mi interessavano poesie “belle”, il mio scopo era che i ragazzi scoprissero il coraggio e l’importanza di guardare in faccia i propri sogni, le proprie paure, di scoprire se stessi ritrovandosi nelle loro stesse parole. E che tutto questo fosse raccontato a noi, che stiamo al di là del muro e che troppo spesso giudichiamo senza conoscere. Nessuno scopo “buonistico” nell’intento di questo progetto, ma la voglia di capire e di far conoscere la realtà del Carcere Minorile aldilà del pregiudizio.

    

Ho notato un uso massiccio della rima:
Though life, alright: / Se lo vuoi tu lo sai / Non è una fiction RAI / Come mai? O, adrenalina a mille /
che mi scorre nelle vene /
troppo piccoli per distinguere male e bene     o,   Ritorno dall’inferno
/ dove il tempo non passa
/ l’aria non passa
/ e il tempo ti ammazza o, ho fatto a pugni contro il vento, / nocche dure sul cemento…
C’è una certa influenza dello stile musicale Rap o è soltanto coincidenza?

Senza dubbio il rap è un linguaggio molto diffuso sia tra i giovani, e soprattutto la collocazione del rap come musica “di strada” è ben riconosciuta dai ragazzi del carcere che si identificano nei rapper e nei loro testi. Non a caso la ritmica utilizzata da molti giovani slammer richiama lo stile del rap, lo spoken word praticato da molti slammer ne è parente stretto; e non a caso Kamal, che poi ha vinto la gara del carcere, è un rapper molto forte sia per abilità compositiva che per la forza emotiva dei suoi testi, e per questo gode della considerazione dei suoi compagni.
Molti dei ragazzi hanno utilizzato la rima, forse per rifarsi ad un linguaggio che riconoscono ed in cui si identificano anche per i concetti che esprime, ma alcuni hanno usato il verso libero, forse più semplice da gestire, ma ugualmente molto efficace, soprattutto per la profonda sincerità con cui si sono raccontati e per l’impatto emotivo espresso.

      

Quali sono state le tematiche più trattate dai ragazzi nelle loro poesie? 

Quelle degli adolescenti: amore e sogni nel cassetto soprattutto, ma anche la rabbia, la mancanza di libertà, la voglia di riscatto, la speranza in una seconda possibilità, la nostalgia per la Madre, la fede in Dio, in cui molti di loro credono fermamente nel quale confidano, espresse con un linguaggio a volte ingenuo a volte molto consapevole e molto adulto.

     

Quante persone sono state coinvolte in questo progetto e se pensate di ripeterlo nel futuro?

Oltre quelle già citate, direi che tutto l’IPM Pratello è stato coinvolto nel progetto. Durante la gara oltre ai ragazzi ed ai giurati, c’erano ad assistere i compagni di cella, i secondini, e in alcuni momenti la commozione era tangibile e generale. Ma l’intera struttura si è mobilitata per permettere la realizzazione di “Streets of Freedom poetry slam”: all’interno di un carcere la burocrazia è ferrea, si chiedono permessi per l’accesso, per scattare foto, per permettere ad un ragazzo di uscire. Ed in questo abbiamo avuto l’appoggio di tutti. Un grazie particolare anche a Biagio di Foggia, il responsabile dell’area tecnica, che si è guadagnato il rispetto e la fiducia dei ragazzi e che si è assunto l’onere di recapitare il volume che raccoglie le poesie e le foto della gara ai ragazzi che nel frattempo non sono più al Pratello, alcuni perché hanno concluso il periodo di pena, altri perché trasferiti in altre strutture, e grazie al quale siamo riusciti a consegnare il libro anche al nostro Pontefice durante la sua ultima visita a Bologna.

     

Vorrei in ultimo sapere quale livello di coinvolgimento personale hai vissuto in questa esperienza e che cosa ti ha lasciato, sia dal lato umano che come organizzatrice di eventi?

Sono una persona curiosa, voglio capire la realtà che mi circonda, voglio toccare con mano, vivere sulla mia pelle, non mi accontento dell’opinione comune. Li ho visti i ragazzi del Pratello, un ‘alchimia incredibile tra adolescenza e disincanto, sogni ingenuità e scaltrezza. Abili nel sapere inteneriti per rubarti un accendino o qualsiasi cosa sia alla loro portata, timidi quando si tratta di raccontare ad una giuria quanto la madre gli manchi e l’ amore per lei. Le ragazze descritte sempre bellissime e dolcissime, e loro come cavalieri coraggiosi, la violenza quotidiana che è il loro modus operandi e gli occhi attenti su qualcosa che li faccia sentire migliori. Ho avuto l’impressione che per alcuni di loro sia assodato che la vita che condurranno sarà sempre quella che li ha portati al carcere, ma è vero che altri una seconda possibilità la agognano, ci sperano. Sono ragazzi comunque, presi in un ingranaggio più forte di loro, non si può uscire dalla delinquenza con le sole proprie forze a quell’età, se tutto il mondo che conosci e nel quale vivi è quello. E se non hai altre prospettive. Cosa si può fare? Non lo so. Per quel che mi riguarda ho cercato di far loro scoprire la forza che è in loro, che sta nel non rinunciare ai sogni, nel riconoscere il sentimento non come debolezza, ma come forza.
La volontà di realizzare un libro che riassumesse l’esperienza del 21 marzo 2016, nasce dalla necessità di lasciare ai ragazzi una prova tangibile del loro lavoro, del loro impegno, del loro coraggio. Un ricordo o forse un “memento” di ciò che di bello sono in grado di provare e soprattutto di realizzare.
Se si farà un altro poetry slam al Pratello? Se ne è parlato, se ne parla, anche se credo che ai ragazzi, la cui vita all’interno del carcere è scandita da orari consuetudini regole che rendono i giorni uguali uno all’altro, sia più utile fornire stimoli sempre diversi, farli cimentare in esperienze nuove a cui non possono accedere altrimenti.
E a questo proposito… Beh… ho già qualche idea che bolle in pentola…

          

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opera di Maurizio Caruso

         

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