Poesia e dialogo, reportage dell’evento “Dialogando in versi”, a cura di Giuseppe Martella

George Collins, Frances e Ethel de Forest figlie di Robert de Forest, 1890 circa, Met Museum

Poesia e dialogo, reportage dell’evento “Dialogando in versi” che si è tenuto il 7 aprile 2017 alla libreria Feltrinelli di Messina, organizzato dall’associazione ASAS, a cura di Giuseppe Martella.

     

     

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Giuseppe Martella

La poesia, dal greco poiesis, è in origine una forma del fare, un’arte più concreta e artigianale di quanto oggi siamo soliti pensare. Nei Dialoghi di Platone l’attività del poeta viene paragonata addirittura a quella del vasaio e certamente a quella dello scultore, dell’architetto e così via. In una tradizione orale come quella in cui videro la nascita i poemi omerici, essa è insomma assai meno vincolata ai capricci della ispirazione che ai perentori vincoli e misure del respiro. L’esametro greco e quello latino, e al seguito l’endecasillabo italiano, il decasillabo francese, il “verso sciolto” inglese, metri canonici delle rispettive tradizioni, obbediscono in fondo a questa esigenza di tirare il fiato.

Un po’ come fa il nostro grande Mimmo Cuticchio, che ha vivificato la tradizione dei pupari siciliani, facendo dialogare nella propria performance Orlando e Rinaldo e gli altri paladini. Così i rapsodi omerici davano voce a Ulisse e Diomede, Achille ed Ettore, facendone rivivere i discorsi e le gesta. Trasmettendo e ricreando la loro tradizione orale.

La poesia dunque nasce come arte intimamente dialogica e corporea, come parola agita e gesticolata in maniera simile a quanto abbiamo assistito il 7 aprile. Essa deve dunque quantomeno essere detta a mezza voce, sillabata, dialogata con se stessi e possibilmente anche smorfiata, messa in scena, nell’atto della lettura, come non mi stancavo mai di ripetere ai miei studenti. La poesia non è nata affatto per la lettura muta, per il dialogo dell’anima con se stessa nel chiuso di una stanza, come avviene per il romanzo. Lo spazio del testo a stampa le sta stretto. Fra le pagine di un libro la parola poetica giace come ibernata e sempre in attesa di essere resuscitata in una performance. In molti sensi dunque essa è dialogo concreto e corporeo che attende sempre un nuovo pubblico. Il senso della parola poetica si compie infatti solo nell’atto della ricezione, in virtù della dell’interesse e della pazienza di tale pubblico. E’ ciò che è accaduto grazie alla prestazione delle nostre due ospiti Silvia Secco e Claudia Zironi ma anche all’attenzione di tutti i presenti.

È da un’intima esigenza della declamazione orale, dalla necessità di fare una pausa per prendere fiato, che nasce dunque il verso come artificio poetico di base, che poi si articola nell’alternarsi di sillabe lunghe e brevi, accentate o atone (a seconda della metrica in uso) e insomma in quella “conta delle sillabe” di cui ci dice Silvia. Questa alternanza tra battere e levare è la forma originaria del dialogo. La base organica da cui si generano sia la poesia che la logica, sia la retorica che la dialettica, cioè tutte le dimensioni della comunicazione verbale.

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Silvia Secco e Claudia Zironi

“Dialogo” si intende qui ovviamente nel suo significato etimologico di dia-logos, discorso duplice, scisso al proprio interno. E in quanto tale elusivo e problematico, capace nel contempo di muovere i sentimenti e di indurci a pensare. Capace, come affermava Aristotele a proposito della poesia tragica greca, di procurarci la catarsi ossia la purificazione estetica delle passioni che suscita. Da questo dialogismo e tensione intrinseci al verso nascono poi tutte le altre dimensioni del dialogo che caratterizzano la poesia come genere di discorso.

Nella sua “prolungata esitazione tra il suono e il senso” (Valery), il verso poetico è infatti anzitutto dialogo tra significante e significato, tra il corpo concreto della parola e la cosa designata ambiguamente con metafore, artifici, licenze che nel contempo ne oscurano e ne rinnovano il senso. Ma è dialogo anche tra l’io poetico e la sua coscienza, tra l’ispirazione e la riflessione, tra l’agire e il patire. Infine, come si è detto, è dialogo tra l’autore e il suo pubblico, poiché è solo nella dimensione dell’ascolto che si compie all’unisono quel rinnovamento di linguaggio e mondo in un felice giro di frase, che è il miracolo della poesia.

A questo abbiamo avuto la fortuna di assistere nel dialogo tra Silvia e Claudia, come in un antifonale tra soprano e contralto, tra la voce più silvana e lirica di Silvia e quella più pastosa e discorsiva di Claudia che prende le cose di petto, travolgendole per così dire nel suo discorso.

Un dialogo che si svolge attorno ad alcuni grandi fili conduttori: quelli della maternità e del parto, in senso sia umano che poetico, della scrittura come oggetto e veicolo dell’eros, infine del ribattezzare sempre a nuovo le cose, atto poetico fondante. Un dialogo che si fa più stretto e incalzante, quasi un contraddittorio, nell’ultima parte, quando a Silvia che esorta

Occorre dire alla rosa che è rossa.
Chiamare ROSA la rosa. L’intera
rosa. 

Risponde Claudia:

non basta dare il nome
alle rose, Silvia, esse
devono avere consistenza

nome e rosa insieme
si sostanziano, quando
anche la rosa a te pensa.

E così via, gli esempi si potrebbero moltiplicare ma tanto basta.

Abbiamo inteso la coerenza e goduto dell’armonia di questo dialogo in versi, perfettamente bilanciato nelle sue sezioni, svolto secondo leitmotive sapientemente ripresi e variati nel corso della performance. Un dialogo che si snoda per linee precise e suggestive, collaudate e sempre nuove come può accadere tra due che collaborano da tempo ma sanno poeticamente riscoprirsi a ogni nuova occasione, dando luogo a una singola irripetibile performance.

     

Noi le ringraziamo dunque per aver aderito al nostro invito ed essere venute da tanto lontano per farci questo dono squisito. Per aver aperto chissà forse un dialogo tra poeti bolognesi e messinesi, foriero di sviluppi e di speranze per questa nostra splendida mitica Zancle, antica colonia greca, da cui ahimè gli dei da molto tempo se ne sono andati.

Grazie a tutti gli intervenuti.

     

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in apertura George Collins, Frances e Ethel de Forest figlie di Robert de Forest, 1890 circa

2 thoughts on “Poesia e dialogo, reportage dell’evento “Dialogando in versi”, a cura di Giuseppe Martella”

  1. Pienamente d’accordo sulla necessità di leggere la poesia – soprattutto la propria – ad alta voce. Si scoprono sonorità nuove – ma tornando a Valery citato nell’articolo – anche riguardo al senso delle parole si scoprono orizzonti non previsti. La poesia delle origini – quella degli aedi e di Omero – era ovviamente orale, ma è soprattutto in un’epoca alfabetica come la nostra che la dimensione fisica della comunicazione poetica va riscoperta. E’ decisamente interessante e coinvolgente far leggere le proprie poesie ad alta voce ad altri. Si riporta a terra la poesia, la si inserisce in una dimensione politica, cioè comunitaria.Tra fiumi di brevi e casuali testi scritti – tweet, sms, chat – è poi troppo importante parlarsi di persona, guardarsi, ascoltare la propria e l’altra voce. La tecnica del dialogo imita quella fisiologica del respiro. Io riesco a comunicare bene con persone che sanno e vivono il meccanismo dell’inspirazione/ espirazione: parlano loro per un tempo necessario, ma poi lasciano spazio alla persona che hanno di fronte e così via. Conosco d’altra parte scrittori che partono per interminabili monologhi e l’interlocutore, quasi un testimone muto, non ha la minima possibilità di inserirsi in quelle spaventose roccaforti dell’io. Per concludere: questo è forse il momento per passare da una poesia ‘ispirata’ ad una ‘espirata’?

    1. Rispondo solo adesso, scusami. Sono un lettore distratto, forse prigioniero di quella roccaforte dell’io che tu dici. Ma anche quando la risposta giunge a distanza inaudita, imprevista nel tempo, come il battito di un cuore irregolare o l’evento di un numero primo nell’aritmetica dei giorni, è pur sempre un dialogo che tenta, un ringraziamento…che ti porgo. E sono d’accordo, questo è il tempo di una poesia ‘espirata’, di una oralità di ritorno dove i tempi di attesa si dilatano forse indefinitamente, i rapsodi si perdono e non hanno più luogo, ma il Verbo trova sempre modo di reincarnarsi, con infinita pazienza. E’ il tempo dell’attesa…

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