Poesia e nazionalpopolarità. Ovvero: della comunicativa, delle uve e delle volpi, editoriale di Alessandro Dall’Olio

Dismaland, foto Philipp Wente

Poesia e nazionalpopolarità. Ovvero: della comunicativa, delle uve e delle volpi, editoriale di Alessandro Dall’Olio.

    

   

Michelangelo Buonarroti, Leonardo Da Vinci, Canova, Rubens, Caravaggio, Picasso.
Louis Kahn, Frank Lloyd Wright, Antoni Gaudì.
Stephen King, Italo Calvino, Philip Roth, Ken Follett, Joanne K. Rowling, Cesare Pavese, Garcia Marquez, Pasolini.
De Andrè, i Beatles, Paolo Conte, Led Zeppelin, Prince, Jimi Hendrix, Peter Gabriel, U2, Freddie Mercury, Mogol.
Alfred Hitchcock, Mario Monicelli, Stanley Kubrick, Sam Peckinpah, Billy Wilder, Vittorio De Sica, Pietro Germi.
Giacomo Leopardi, Wendy Cope, Billy Collins, Wislawa Szymborska, Mariangela Gualtieri, Cortazar, Tagore, Neruda, Salinas, Rilke.
Dante Alighieri e William Shakespeare.
In questo improvvido e parziale elenco sono citati alcuni Artisti nazionalpopolari. Gli ultimi due internazionalpopolarissimi, a essere sinceri (il signor Durante Alighieri addirittura decise di scrivere in volgare e non in latino per essere ancora più popolare e raggiungere tutti).

Cito le parole di una “firma” di uno degli inserti letterari più importanti della stampa italiana, docente scolastico (questo aspetto un po’ mi turba), uno di quelli che “dicono” ciò che vale e ciò che non vale in poesia, ciò che bisogna comprare e ciò che bisogna leggere.
“Io non voglio avere un milione di lettori. Perché sono un poeta. La poesia deve mantenere una invincibile inaccessibilità che la contraddistingue. Non deve parlare con tutti, non deve essere un terreno praticabile, il comunicare non è un suo intento. Il suo non essere linguaggio di tutti e per tutti è il valore di espressione letteraria. Data la caduta delle categorie interpretative e la conseguente fuga della critica militante e accademica dalla poesia, l’antologia (di concorsi, di tematiche sociali) è diventata la zattera dove mettere coloro che si pensa meritino di scampare al naufragio. Il problema è che ci sono troppe zattere. Le poetesse che valgono? Non mi viene in mente nessun nome: fanno una poesia troppo femminile (sul corpo, sull’essere donna), mentre i maschi non fanno una poesia troppo maschile. Sempre troppi sono coloro che cercano di esprimersi in poesia. Ma solo chi ne ha fatto una ragione di studio prevalente su tutti gli altri aspetti della propria vita ne ha facoltà. Ci sono premi Nobel che in tutta una vita hanno espresso solo banalità e praticamente nessuna poesia accettabile”.

E poi basta? Non vogliamo anche sdraiarci al centro di un passaggio a livello? Farci cadere una mazzetta da cinque chili sui piedi? Vestirci come degli sciagurati e lavarci una volta la settimana? Pasteggiare con la candeggina? Tenere le finestre aperte quando nevica? Mettere le dita bagnate nella presa elettrica? Nient’altro?
La saggezza ammonirebbe: “Brutta bestia l’invidia”. A Bologna si direbbe: “At piasarév, Spomèti!” (ti piacerebbe, sbruffone!).
Poi ci si lamenta se il pubblico si allontana dalla poesia, se non ci sono scaffali di libri di poesie nelle librerie, che nessuno le legge, che ai reading ci sono solo i quattro (o 20) poeti ospiti che al contempo fanno tre (o 19) da pubblico e 1 da protagonista, alternandosi davanti e dietro al microfono (quando c’è, il microfono). Esiste un neologismo preciso che indica questo tipo di pensiero: tafazzismo.
Anche nel mondo letterario, al quale non manca nessuno dei difetti, delle piccinerie esistenziali e dei leccaculismi di ogni altra comunità e di ogni Bar Sport, questa è la pratica spesso adottata. Se qualcuno scrive poesie (o libri) che piacciono a tanti o avvicinano molto anche i non addetti ai lavori, subito c’è qualche appartenente alla genìa dei fenomeni che sostiene che questo non ha grande valore; se qualcuno non piace ad anima viva e nemmeno i familiari consanguinei diretti lo capiscono è “uno che vale”. Ho smesso da tempo di chiedermi perché. Sorrido e basta, ma continuo a sperare in un mondo letterario più onesto intellettualmente e meno opportunista.
Questo evirarsi per fare un dispetto alla moglie, questo isolarsi come gli hikikomori evitando qualsiasi contatto, questo erigere muri non per evitare invasioni ma per chiudersi dentro. E poi iniziare la nenia del “io so, voi no”.

Cerchiamo le ammissioni di colpevolezza, quando sbagliamo. Ammettiamo i nostri limiti umani, senza alzare i gomiti sulle gengive altrui o etichettando di “nazionalpopolarità” chi è più bravo di noi, o chi è più ascoltato di noi, o sa comunicare meglio di noi. Non c’è nulla di male.

Perché questi poeti e critici dall’ego smisurato anziché considerare tutti amatori/dilettanti/carne da macello non li avvicinano in prima persona con begli incontri, con serate curate e interessanti, con accoglienza e conoscenza, togliendosi dalla fronte per un’oretta la corona di alloro? Magari questi amatori/dilettanti/carne da macello potrebbero esserne grati, ed in seguito avere benefici nella propria scrittura (quella che li infastidisce così tanto) e nella considerazione stessa della poesia e dei poeti.

Siamo poeti. O almeno dovremmo esserlo anche nel vivere e nel pensare.
Se nazionalpopolari, o popolari, o impopolari, non importa. Siamo poeti che fanno quello che possono. Come tutti. Nessuno è al di sopra delle parti. Che poi… buona parte di quelli che si sono autoeletti al di sopra delle parti o detentori del sacro graal hanno già ampiamente dimostrato che nella vita la poesia del comportamento non solo non sanno dove sta di casa, ma non conoscono nemmeno il numero civico.
Fortunatamente nel mondo poetico e letterario ci sono, a bilanciare questa mala creanza, tantissime persone eccellenti nel fare e nello scrivere, che sanno mantenere congiunti il predicare con il razzolare, lo scritto e il vissuto.

Il termine popolare contiene una meravigliosa valutazione di persone senza distinzione di classe, e mi piace pensare anche senza distinzione di vanterie inutili. Popolare è bello. Dice delle genti, alle genti.
Popolare non è solo un bellissimo aggettivo, ma io lo ascolto quasi sempre nel suo significato verbale. Un’esortazione: dobbiamo popolare luoghi, renderli abitati, affollarli. Bisogna popolare, abitare, gremire, radunare. Quindi avvicinare.
Allen Ginsberg radunava migliaia di persone nei parchi e nei teatri. Popolava con la poesia.

E quando penso al termine nazionalpopolare lo intendo nella sua origine gramsciana: quella cultura che, radicando verticalmente e orizzontalmente tutta la popolazione, è in grado di esprimere e trasmettere valori di un paese intero.
Ai tempi attuali, in maniera polemica, si è invece modificato l’uso: il termine nazionalpopolare viene indicato come sinonimo di appiattimento culturale. Anzi, ancor peggio, contiene una ulteriore sottolineatura: se qualcuno ha un successo numericamente notevole di pubblico (non importa quale campo artistico) viene subito additato come “nazionalpopolare” in dispregio. Che, a pensarci bene, non è assolutamente una equazione fissa. Nella maggior parte dei casi gli artisti che hanno un seguito di pubblico enorme sono grandissimi artisti oggettivamente, e gli artisti che nessuno considera sono pessimi artisti oggettivamente.
Una cosa non esclude l’altra.

A cosa serve guardare un tramonto su una spiaggia bianchissima? A cosa serve visitare una mostra di Chagall? A cosa serve leggere un verso o un passaggio di un libro e trovarsi commossi? A cosa serve assistere a un brisè a una grand jetè di Sergej Polunin? Non serve a nulla. Ma allora perché lo facciamo? Perché è la Bellezza che ci muove. La Bellezza. Non il pressapochismo o la sciatteria dei gesti, dei contenenti e dei contenuti: la Bellezza. La letteratura e l’arte sono i polmoni ulteriori che ci fanno vivere una vita migliore di quella che normalmente respiriamo.
Devono metterci in contatto gli uni con gli altri, devono modificare il luogo nel quale vengono rappresentate, devono modificare in Bello il nostro guardare e il nostro pensare, devono contribuire ad apportare migliorie nel nostro vivere. La comunicazione ha il compito di avvenire. Allora diventa Cultura che muta il nostro cuore, il nostro sentire, il nostro conoscere.

La parola, le parole. Il termine “parola” lo infiliamo spesso nei discorsi dei poeti, nei versi delle nostre poesie. Lo ripetiamo. Ma se le parole non diventano del popolo e della gente, se vengono svuotate dal loro senso ed inanellate a targhe alterne, se le facciamo calare a “tetris”, se vengono gettate a manciate a formare uno shanghai indistricabile, avviene quello che Franco Nasi definisce “inospitalità”: “Alcuni poeti ci parlano, altri vogliono solamente che siamo testimoni di un atto di sperimentazione letteraria fine a sé stessa. I primi hanno, nei confronti del lettore, la porta principale aperta, i secondi la tengono chiusa”.
Ecco, spesso i primi vengono definiti da alcuni “nazionalpopolari”.
Il fare letterario è azione comunicativa. Scriviamo e parliamo per dire, per divulgare, per fare conoscere, per istruire, per confortare, per illuminare. Ma se il nostro scrivere e dire non ci connette con chi ci ascolta o ci legge, l’atto di comunicazione è errato e vano. O meglio: è un atto che, probabilmente, non ha intenzione di comunicare, non ne ha volontà. Non vuole diventare del popolo, delle genti. Sceglie di non essere ponte, ma restare ponte levatoio sollevato e lasciarci isolati (per poi lamentarci continuamente dell’isolamento).
Anche la comunicazione letteraria è fatta di trasmittente e ricevente. Come l’arte. Un necessario incontro, una necessità che ha bisogno sempre di due attori: lo scrivente e il lettore. Gli artisti e il pubblico, allora l’opera d’arte si manifesta e diviene.
Il nazionalpopolare, nel senso gramsciano, è un atto di comunicazione avvenuto, riuscito. E’ il tramandare un presente, conoscenza – o riconoscenza – che avverrà. Non ci trovo nulla di culturalmente “basso” nel trasmettere ciò che si vuole trasmettere, nel farsi comprendere, nel radunare vicinanze. Ma attenzione: non nel didascalico prosaico liquido, ma nell’essenziale che si raccoglie denso; non nella semplicità banale, ma nella ricerca del verso o del racconto che diventa empatia; non nell’esplicare tutto, ma nel fare intuire tra i vuoti e i pieni; non nella ricerca del termine o della frase che crea stupore perché inintelligibile, ma nell’esatto concetto che crea stupore perché ti si ficca nel petto; non nell’artificialità praticata per sfoggio e manierismo che separa, ma nella grande capacità intellettiva che è capace di non confondere bensì di fondere.
La scrittura, qualsiasi tipo di scrittura, deve indurre a cogliere, non a scivolare oltre.
Nicola Gardini in un recente articolo sull’arte della lettura della poesia dice: “Molti credono di leggere ma spostano solo gli occhi da un segno stampato a un altro, seguono un filo che non conduce a nessuna opera. Alla fine avranno raccolto informazioni, che forse dimenticheranno molto presto, ma il loro cuore non sarà cambiato neanche un po’. Le parole scritte se non c’è lettura non agiscono. D’altro canto scrivere è stabilire un ordine complesso, un cosmo in cui suoni, idee, simboli e grammatica non sono separabili gli uni dagli altri”.
Maria Zambrano ricordava della forza della poesia, sperandone una diffusa “popolarità”: “Una militanza delle ragioni del cuore più che su quelle della mente”. E Antonio Gnoli aggiungeva: “Se Maria avesse conosciuto certo nostro presente poetico, avrebbe temuto l’oscurità che inghiotte l’orizzonte”.

C’è chi scrive questi versi:
“(p.e. piaga PERCIO’). Quando si raffigura il pensatore
è sempre e dovunque intrepido. Forse chiederebbe
impaurito “cavallo”?”
oppure
“paolo: tulipano, fiore di praga, paolo in cella, in siepe, fin
dentro al bue. Ripieno e scavato, connettore e con –
clusivo, figlio del rotamint”

E c’è chi scrive:
“Traversare la strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa…”
oppure:
“…di quella volta che sono stata Dio nella mia pancia”.
Ci sono modi differenti di intendere il poetare, modi differenti di tentare la comunicazione. Legittimi, personali, praticabili. Come è giusto che sia.
La cosa che stupisce è che spesso i primi due poeti (davanti allo sbigottimento di 98 persone su 100) additano come nazionalpopolari i secondi due e tentano di fare passare per cretini quei 98, che cretini non sono. Penso che non ci sia necessità di svilire o di stabilire classificazioni o sottospecie.
Tanto, ciò che veramente vale, ciò che veramente resta, non è ciò che la “critica militante” impone o ciò che qualche professore polveroso decide per motivi altri, ma ciò che resta – e quindi si arricchisce di un valore certo e indiscutibile – è ciò che il pubblico che legge potrà amare, ciò che il pubblico che ascolta potrà raccontare, ciò che accomuna nella profondità dell’essere umano. Quel pubblico che è – anche – numericamente e intellettualmente popolo.
Perché quell’uomo che traversa la strada rimarrà dentro alle lacrime dei tuoi occhi per tutta la vita, vivrà in te e con te, e ne sentirai i passi in casa, e la sua solitudine sarà anche dentro le tue tasche, sempre; perché ogni volta che incontrerai una donna incinta capirai che sarà Dio nella sua pancia. E quelle immagini faranno parte di te. Saranno te. Questa è l’umana arte della poesia. Questo è il transpersonale, questo è l’altissimo nazionalpopolare.
Ogni volta che guardiamo qualcosa, o analizziamo qualcosa, partiamo inevitabilmente da noi stessi, da quella che è la nostra storia, la nostra cultura, dal nostro essere equilibrati o dal nostro essere in disagio, dal nostro essere persone risolte o non esserlo, dal nostro essere sorridenti o incazzati sociali. Forse proprio dal modo nel quale sono cresciuto (non a caso in un quartiere meravigliosamente popolare) che per me è vitale e poetico dare una mano, accogliere, e non guardare mai nessuno dall’alto in basso.

E la mia intenzione, quando si è creato il Gruppo 77 attraverso tante voci poetiche, era quella di fare qualcosa che altri non facevano: portare la poesia in mezzo alla gente e non portare la poesia solo in mezzo agli “addetti ai lavori”. Avvicinare la gente alla poesia, anziché continuare ad allontanarla atteggiandosi a depositari assoluti della verità poetica e detentori del sacro graal. Scriventi che compiono esercizi di paradosso ai danni della verità, rivolti spesso a prendersi gioco dei lettori (eventuali) e conseguentemente giudicarli. Tutti noi sappiamo che ci sono rigorosi saccenti che scrivono poesie che nessuno legge e nessuno ascolta, e quasi sempre solo loro capiscono (ricordate la divertente “creatura” Gianfilippo Caraglia e il suo coratto magiglioso? Geniale e, purtroppo, più vero del vero).
Al di là dei sorrisi indotti, vi sono davvero coloro che continuano a tenere la porta chiusa alla diffusione della poesia proprio perché redigono articoli, note, schede critiche che nessuno (al di fuori di quella cerchia autolustrante) si sognerebbe di leggere nemmeno per il tempo che porta al secondo capoverso. Con quell’aria da saputelli che guardano tutti dalle scorie appese sotto al naso. Una fragilità comunicativa esibita – con superbia – come maestosità. (“Niente è più facile dello scrivere difficile” – Karl Popper. “Solo chi ha genio dice cose profonde in modo semplice” – Charles Bukowski).
Si è in qualche modo addirittura “costruita” anche quella operazione idraulica dell’acqua che sale il monte: dato che tutti noi ci rimaniamo male se il nostro libro ce l’hanno in mano solo i parenti, se ai nostri reading non viene nessuno… capovolgiamo i fattori. Quindi la poesia (o l’arte) ha valore se è seguita da pochi (non importa se quei pochi la comprendono o meno, il “dettaglio” è trascurabile), e se a una lettura (a una mostra, a un concerto, a una presentazione…) c’è un pubblico considerevole quelle persone che lo compongono non capiscono nulla (di poesia o di arte). Quella che è una normale operazione psicologica che tende all’autodifesa in certi ambienti diventa il dogma.
Invidio, ergo sum. Non arrivo all’uva e allora io, volpe, dico che è pessima.
Io credo che possiamo essere migliori di così. Si tratta solo di essere onesti.
Permettetemi, sorridendo, l’iperbole di fantasia: io darei parte dei miei magri lombi, davanti a un moderno Shylock, per scrivere qualche strofa come De Andrè o Pavese in tutta la mia vita, o darei parte dei miei lombi per avere i capelli di Mads Mikkelsen, o per vendere i libri di Billy Collins, o per cantare come Jeff Buckley. Non credo di essere una mosca bianca. Lo ammetto e basta, senza invidiare. E se questo mi fa essere nazionalpopolare, evviva.

L’atleta bello e ricco che sfotte chi legge molti libri, la zitella brutta e trasandata che parla male delle caviglie di Monica Bellucci, l’aspirante scrittore che nessuno pubblica che sputa fango sugli editori e su Ammaniti ed Hemingway, il professore con una pancia che fa provincia che supporta poetesse e scrittrici solo se sono carine e giovani, l’ateo che combatte ogni giorno le ingerenze sociali della Chiesa che però si appoggia alla lobby cattolica “se mi serve”, il musicista che non suona nemmeno nei peggiori bar di Caracas che obietta sulle note di chi vende milioni di dischi, colei/colui che non ti chiede nemmeno come stai ma ti manda il link dove comprare il suo libro, quelli che “io scrivo solo per me stess*, non mi interessa pubblicare” ma con cadenza regolare riversa i propri scritti sui social network e su blog e fanzine, chi tagga decine di nomi sotto una propria poesia per provare a sé stesso che esiste al di fuori dell’aria stantia della propria camera, la gentucola che pontifica e sentenzia su spettacoli altrui senza mai averli visti, gli/le assenzialisti totali che diventano presenzialisti solo se “porto qualcosa di mio” o se c’è un editore in giro. In tutti questi comportamenti non c’è alcuna poesia nemmeno se si scrivesse come Giacomo Leopardi, ma c’è solo tristezza. Tristezza esistenziale di chi pratica soprattutto rapporti profittevoli. Tristezza di chi è mancante di talenti o qualità e allora offre indistintamente il proprio livore. Tristezza e ridicolezza di tutte queste “volpi” stese col naso in su a detestare i grappoli bellissimi e buonissimi di succosi vigneti.

Essere contro è il mantra. Contro a chi raduna gente, contro a chi pubblica con certi editori, contro a editori che pubblicano “non me”, contro a chi organizza rassegne, contro a chi ti offre un piatto perché “…forse preferivo una scodella, o un vassoio, non lo so…”, contro a chi scrive in rima, contro a chi usa troppo la metrica, contro a chi non usa mai la metrica, contro chi scrive in dialetto, contro chi non compra e-book, contro chi legge solo il cartaceo, contro chi legge i poeti estinti, contro a chi è sui social network, contro a chi non è sui social network, contro a chi piace a troppi, contro a chi è attraente, contro a chi vende troppo, contro chi ha un bel paio di tette, contro a chi partecipa a concorsi, contro a chi non partecipa a concorsi, contro! contro!, contro chi usa la parola reading o la parola evento (ma chiamate queste serate dildo, caffettiera, filtro dell’olio, squirting o melaverde, chiamatele come volete ma fatele e fatele bene. Una rosa smette di profumare se la chiamate con un altro nome?).
Ma qualcuno che, invece di essere contro tutto, è pro e fa qualcosa per la diffusione della poesia A TUTTI c’è? Se sì, si faccia avanti e non lo consideri come il decoupage, le luminarie di Natale o il torneo di burraco. C’è bisogno di quelli che Bruno Tognolini definisce “poeti PER”, sono quelli che hanno valore. Chi fa e chi muove, di continuo, chi non lascia stagnare la poesia nelle paludi dei circoli ombelicali e chi non la tira fuori dal baule una volta l’anno.
Il movimento è vita, l’accidia è morte.
Cambiano le scritture nel procedere del tempo, le correnti, le sperimentazioni. Cambiano i costumi, ed anche i valori morali. Solo i fatti restano.

Credo che tutti noi dovremmo ogni tanto scendere dall’angusto pero e guardare la gente negli occhi e non pensare che – al netto di noi stessi – siano tutti idioti. Il pubblico va rispettato, i giovani poeti vanno ascoltati e consigliati, non spocchiosamente (ma da chi, poi?) derisi e allontanati. Anche questo è il popolare: rispettare, ascoltare e ringraziare.
Spesso si veicola il proprio pensiero di poesia come motivo di snobismo, quando invece la poesia dovrebbe esserne l’antidoto.
Ci diamo tutti una ridimensionata (che fa solo bene alle relazioni personali e alla pelle del viso) per portare la poesia che amiamo tra la Gente o la teniamo ancora chiusa con l’antitarme? Come bisogna agire per fare conoscere, per diffondere la personale poetica, per fare conoscere e fare leggere i nostri libri? Non certo distanziando il pubblico, non certo autoproclamandosi regnanti di un regno che non interessa a nessuno.

Io del concetto di nazionalpopolare – in questi meravigliosi anni – mi ricordo soprattutto i sorrisi, gli abbracci, le conoscenze; la vicinanza e la scoperta di umili poetesse e poeti che scrivono cose bellissime e toccanti; l’amicizia (vera, non di chi piega anche i propri princìpi pur di avere supposti vantaggi o favori) di Poeti immensi che non vedono l’ora di ospitarci a cena; qualcuno che ci invita in altre città/in altre manifestazioni/in altri luoghi/in altri festival; i legami (con librerie, biblioteche, direttori artistici, editori, gestori di locali, organizzatori culturali) creati e cuciti con l’assiduità affettiva e non con la superficiale occasionalità; le testimonianze e le lettere ricevute dopo che qualcuno, che non conosciamo, legge (o ascolta) qualcosa che noi abbiamo scritto e che l’ha raggiunto nel profondo, e allora ci viene a cercare. In quel transpersonale che è il cuore pulsante poetico, quel transpersonale che fa sì che la poesia esista se c’è, e non esista se non c’è.
Quel transpersonale che dà senso e logica a poesie e a forme d’arte, apparentemente indifferenti al nostro vivere, che però ci portano verso straordinari sviluppi emotivi.
Il linguaggio diventa così qualcosa che consente l’accoglienza di ciò che il poeta scrive e di ciò che il poeta contiene. Un atto d’amore che rifugge le spocchie e gli elitarismi per arrivare a più anime possibili.
Evviva questo nazionalpopolare. Evviva la Poesia. Evviva gli ideali da portare a compimento.

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Alessandro Dall’Olio è giornalista, poeta, scrittore, direttore artistico, organizzatore culturale e Direttore artistico del Gruppo 77.

                 

Dismaland, foto Philipp Wente
Dismaland, foto Philipp Wente

9 thoughts on “Poesia e nazionalpopolarità. Ovvero: della comunicativa, delle uve e delle volpi, editoriale di Alessandro Dall’Olio”

  1. perfettamente d’accordo su tutta la linea. è quello che, molto meno bene, vo’ dicendo da anni e anni, dove ho potuto, dove mi hanno permesso di dirlo. ci sono infinite considerazioni che si potrebbero fare su questa linea: sono personalmente una che ha molta fiducia nel tempo e il tempo decreterà la sopravvivenza di quei tremilioni di poeti attualmente viventi in italia [ 😀 ] o di nessuno. ma, finché siamo vivi, qui e ora, c’è posto per tutti. il relativismo/la relatività avranno insegnato qualcosa, o no? si può essere sanamente relativisti pur aspirando all’assoluto. credo.
    complimenti per il pezzo che condivido immediatamente.

  2. no, non sono d’accordo su tutto quanto si scrive.Dante non era affatto popolare e ancora oggi è oscuro.Il fatto di aver inventato una lingua quando tutti ne parlavano un’altra lo rende ancora più ostico e oscuro, anche se ha raccolto dei detti popolari la sua scrittura è scultura che ha una plasticità timbrica, sonora e non solo senso profondissimi.
    Il suo percorso travagliato e furente, a tratti, che non risparmia niente e nessuno, mettendo se stesso in cammino attraverso tutto quanto ha compreso essere pasta del suo stesso corpo, e anche dell’anima sua, la sua coerenza nel partire dall’inferno che è tutto quanto viviamo da secoli e si rimescola dal fondo di noi stessi, la nostra pre-historia e la storia che costruiamo attraverso fallaci parole, speculazioni che conducono all’affare che spesso è imbroglio, quello della mercantile conduzione della vita. Dante era solo, solissimo un sole che bruciava in sé l’amaro e il veleno, la bruttura, lo schifo, la lordura che aveva ben capito essere di tutti i secoli prima e anche dopo, era la terra di cui siamo fatti e fattori.
    Ma sempre lui, e sempre solo, o accompagnato da morti vivissimi per la loro parola, attraversa tutte le ombre di sé e nostre comuni, arrivi bruciando dentro di sé l’oscuro e sente che è della stessa sostanza del cielo che, attraverso il cammino nella selva oscura, in cui aveva vissuto, credendo ciò che aveva vissuto senza senno, senza discernimento e che aveva stupidamente considerata la retta via, l’autostrada che usiamo anche noi, la strada che tutti percorrono, si è messo in cammino nei luoghi più impervi del luogo meno manifesto e oscuro:se stesso ed è da lì e dentro i suoi passi, attraversi i passi di tutti quanti incontra,non certo il popolo, che organizza il suo paradiso.
    Credo che quanto detto faccia comprendere ciò che penso: scrivere è attraversare la propria oscura selva, sapendo che non c’è alcuna via retta o diritta.Tutto è tortuoso e nessun altro può dirci quale sia il percorso, tranne noi stessi:soli, solissimi.

  3. non mi pare, Fernanda, che il senso dell’articolo andasse nella direzione di ciò che significhi poesia: discorso che sarebbe infinitamente più vasto. mi sembra che volesse porre l’accento sull’inutile ipercriticità, un po’ con la bavetta verde, che alcuni esprimono, intolleranti dell’enorme – perché è vero che è un po’ eccessiva – produzione poetica attuale.
    su Dante, libera di avere le tue opinioni, ma la scelta del volgare fu un’ “andata al popolo” grandiosa: che infatti Petrarca, aristocraticamente, sebbene in modo contraddittorio, criticò con un’acidità odiosa, segno che ne percepiva l’incommensurabile portata, ma anche proprio la “popolarità” che egli, al contrario, disdegnò sempre

  4. c’è tanto nel saggio di Alessandro. E ci sono tanti temi che andrebbero scorporati e trattati singolarmente. Ma condivido lo spirito correttamente invettivo del suo argomentare, una giusta reazione al ‘pensiero allineato’ purtroppo sempre più imperante. C’è una volontà pedagogica nel lavoro di Alessandro, quella di relazionarsi con l’altro perchè solamente scambiandosi le parole si cresce anche individualmente. E tutto il lavoro di Alessandro e del suo gruppo lo apprezzo proprio per questo. L’unica avvertenza che riterrei necessaria è di riconsiderare semanticamente cosa è oggi popolo e dunque la derivazione aggettivante di popolare. Nel senso che invito a non intenderlo in senso ‘buonista’ perchè oggi il popolo non è una identità coesa, è sfaccettato e intrinsecamente minaccioso. Per questo è necessaria una riappropriazione dell’alfabetizzazione del popolo, e il lavoro di Alessandro credo vada proprio in questa direzione.

  5. Faccio ricerca in letteratura da almeno cinque anni, e in questi cinque anni mi sono resa conto di una cosa: che esisteva un tempo in cui gli autori avevano una coscienza politica. Tale coscienza si esplicava, molto spesso, in veri e propri saggi critici, scritti di proprio pugno, in cui suddetti autori avevano il coraggio di mettere su carta la propria idea di Arte. Fosse essa in forma di prosa, poesia, pittura, l’Artista sentiva l’obbligo (poiché sapeva bene che qualcuno lo avrebbe letto) di dare una struttura alla propria faccenda, tracciare sentieri tematici, donare organicità e coerenza alle proprie fatiche, per parlare al mondo del mondo, e molto raramente di se stesso. T. S. Eliot lo chiamava “correlativo oggettivo” mutuando una tecnica di scrittura orientale, in cui l’individualità del Poeta fosse passata al setaccio dall’osservazione di realia, per restituire al lettore concetti universali, di riflessione. Rimbaud diceva “Io è un altro”, mentre Wordsworth affidava all’io poetante la registrazione dei fatti di ogni giorno. Dal momento che ogni persona che si osi parlare di poesia con contezza e buonsenso sa benissimo che i Bardi, i Padri, cioé, andavano a memoria e solo successivamente hanno messo per iscritto quel che cantavano, credo sia del tutto pleonastico interrogarsi sulla questione della poesia orale, poiché di per sé si tratta di un’endiadi etimologicamente ridondante. Così come è un vizio di forma del tutto italico quello rispondere all’urgenza di etichettare tutto e tutti: Si è forse persa la consapevolezza che dare una definizione vuol dire racchiudere, recintare, togliere libertà? Definire Shakespeare nazionalpopolare, mi si perdoni l’ardire, denota strabismo critico e superficialità. Ossia lo è, ma a un livello molto grossolano di lettura. Ezra Pound ha speso metà della sua vita a scrivere saggi di teoria letteraria. Ad oggi, non credo esistano poeti che si diano la briga di esplicare il proprio lavoro: forse l’autoanalisi risulterebbe troppo gravosa, e mancano, io sospetto, dei buoni gradi di comparazione culturale. E noi critici, di contro, siamo annoiati dalla boria di certuni, incapaci di uscire dal recintino del proprio Io per accogliere visioni “altre”, magari un po’ più aperte, sulla propria opera. Credo ci sia piuttosto da chiedersi: perché i poeti hanno smesso di fare ricerca, di studiare, di informarsi? L’antiaccademismo è una posa da insicuri, e annoia tanto quanto l’impresa di scalare le turris ereditate dagli ermetici, tanto quanto quei famigerati reading fatti male: abbiate il coraggio di prendere un saggio critico, di interrogarvi su voi stessi, siate avanguardia, studiate, magari state un po’ più in silenzio, ma fate politica. Come Villa, Diacono, come Linea Sud. Non esiste ad oggi una rivista che sia il centro della ricerca poetica in
    Italia, e che sia Italiana e non derivativa da stimabilissime imprese d’oltreoceano. Questo forse potrebbe essere l’unico balsamo per una società anestetizzata e bovina, e chi ha occhi e orecchie bene aperti ne ha davvero abbastanza di vacue e intoccabili scritture dell’Io.

    1. Giusto! Da neofita della letteratura sono venuto a contatto con “notabili” poeti contemporanei, ho avuto la stessa sensazione della volpe di una favola di Fedro, davanti ad una maschera con molti ornamenti. Le gira attorno e afferma: “ho quanta speciem, sed cerebrum non habet”. Difficilmente le “scritture dell’io” sono belle, molto raramente interessanti, inelligenti non mi sono capitate.

  6. Mi pare che ci sia una certa dose di sufficienza, in quanto scritto.
    O forse sono io che sbaglio il termine, comunque non tutte le coordinate di partenza mi sembrano esatte.
    La maggior parte degli artisti citati in apertura, non era “nazionalpopolare”: infatti la gente crede di capirli (magari perché ci ha perso un paio d’ore a scuola), mentre è tutt’altro che così.
    E cercare di voler arrivare a tutti (nel caso di Dante usando il volgare), non è certo un cedimento all’essere n.p.: perché il contenuto delle sue opere non lo era (è) per nulla.
    Ora io credo, che compito di ogni artista sia quello di arrivare al maggior numero di persone possibile: se queste persone poi ne capiscono il contenuto, buon per loro, in caso contrario, pazienza: ce la si è messa tutta (se non si è prodotta aria fritta, per far vedere quanto si è bravi: vedi certe Avanguardie…) e quindi va bene così.
    In altre parole, si deve veicolare il concetto, senza usare una forma “svelata”: la pappa pronta non può insegnare nulla a nessuno. E questa forma – che in sostanza genera uno scritto in prosa, con le frasi interrotte prima di arrivare al margine destro del foglio, da parte di persone che “non vogliono essere artisti, vogliono solo esprimere quello che sentono” – è proprio il marchio di ciò che, almeno in scrittura, è “nazionalpopolare”.

  7. L’articolo è veramente interessante. A me pare che, chi considera la poesia per pochi e certificati, è come chi prima del diluvio discute sul prezzo di un terreno, lui e il suo terreno saranno sommersi dall’acqua e non ne rimarrà nulla. A me pare già stia piovendo da un po’ …

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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