Poesia nazional-popolare e altre chimere, editoriale di Luca Mozzachiodi

Dismaland, foto Florent Darrault, Wikimedia Commons

Poesia nazional-popolare e altre chimere, editoriale di Luca Mozzachiodi.

   

   

Davvero è un compito difficile dover scrivere un articolo come questo in cui si deve fare luce sulla confusione che ha preso la poesia, i poeti e a quanto pare anche qualche critico riguardo alla questione di una poesia (per non parlare di una letteratura) nazionalpopolare; conscio di non poter certamente esaurire il problema in così poco ma di potere, e dovere anzi, al più impostarlo al meglio ritengo che per sgombrare ogni possibile dubbio siano necessarie alcune brevi premesse.

La prima è che questo scritto non contiene alcun atto di accusa né alcuna presa di posizione estetica, molto semplicemente parlo della poesia per quello che essa è, una forma specifica di linguaggio, che procede spesso per accostamenti e sintesi e che serve, grazie a diversi strumenti e tecniche, a comunicare qualcosa, non diversamente da una forchetta che non è altro che un pezzo di metallo appuntito e foggiato in un certo modo; a quelli che obietteranno accusandomi di avere un ben basso concetto della poesia da descriverla come un oggetto rispondo solamente di provare, tra un accesso di ispirazione e l’altro, a togliere tutte le forchette da casa.

La seconda premessa, e qualcuno l’avrà già intuito, è che questo non è un articolo di poesia e probabilmente nemmeno di critica letteraria in senso stretto. Proprio così, anzi la necessità di questa seconda specificazione ci porta dirittamente al cuore della questione di metodo, risolta la quale resta, per un articolo, davvero poco da dire: il concetto di nazionalpopolare non è un concetto critico e di poetica, o non lo è solamente, ma un concetto soprattutto storico e sociologico dal quale semmai si derivano a posteriori caratteristiche letterarie; l’approccio antistorico e in definitiva bassamente formalista che attribuisce ai poeti inclusi in questo numero la qualifica di nazionalpopolare si fonda su un’idea semplificata e impoverita del termine e ci dà in sostanza, anche se inconsapevolmente, definizioni come «x è nazionalpopolare perché scrive come il popolo» «y è un poeta nazional popolare perché fa poesia con le cose del popolo» quando non addirittura il basso e reazionario «buono per tutti i palati anche i meno fini».

Dobbiamo a questo punto fare un po’ di storia delle parole, è noto a tutti come il principale pensatore a riflettere sul tema, ovvero quello da cui deriva il termine non nella sua accezione, che come appena detto è assai diversa, ma nel suo impiego anche eccessivo di oggi fu Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere; nello scrivere le note poi confluite nel volume Letteratura e vita nazionale e nel constatare la mancanza di una letteratura nazionalpopolare in Italia il politico però si riferiva non alla poesia, ma, principalmente, alla narrativa e al teatro, già questo dovrebbe bastare a far capire che non si trattava per lui tanto di un problema legato ai contenuti dell’arte, quanto a un rapporto esistente tra contenuti, processi di acculturazione e possibilità di riconoscimento da parte di specifiche classi sociali. Per Gramsci, ma verrebbe da dire per la lingua italiana correttamente intesa, nazionalpopolare era solo l’opera che, provenendo da una specifica tradizione culturale, e non solo letteraria che è anzi l’opposto per molti versi, sorta e sviluppatasi in un paese fosse in grado di specchiarne la vita morale e materiale ed in particolare delle classi inferiori, del popolo, che tale è perché accomunato da un’identità nazionale fatta di istituzioni, lingua e processi storici unificanti comuni, che producono una cultura della nazione.

Insomma si trattava di una definizione assai più ricca e data con occhio diverso, da studioso di cultura e si comprende dunque subito il motivo per cui l’interesse era rivolto a romanzi e teatro, erano infatti i due strumenti di diffusione letteraria nazionale, in particolar modo i romanzi pubblicati a dispense dai giornali, altra storia davvero per la poesia è evidente, dico solo per chi vorrà divertirsi che la poesia nazionalpopolare per Gramsci era rappresentata dalle ariette di Metastasio e dai libretti di melodrammi di Verdi e Puccini! Figurarsi la poesia, che oltretutto era raramente letta in pubblico.

Chiuso questo necessario excursus si devono raccogliere i pezzi sul presente, prima di dire nazionalpopolare bisognerebbe infatti interrogarsi, e non è stato fatto, sull’esistenza oggi di una nazione come unità storico-culturale, proprio oggi che dal punto di vista giuridico e politico sparisce e tra gli applausi l’idea di nazione, se vogliamo dare per buona la vulgata della globalizzazione, e francamente scrivere su un computer giapponese, con comandi in inglese componenti coreani e finlandesi, tenendo accanto un telefono cinese, forbici svedesi, come la sedia su cui siedo, e un libro americano tradotto una qualche idea in proposito me la dà, il concetto, come Gramsci poteva averlo, di nazione come specifica unità culturale va ripensato se non dimenticato. Altra faccenda ancora, e molto più problematica, è l’esistenza di un popolo, molti direbbero non ci sia più, perché appunto vittima degli stessi processi che hanno mutato la nazione, altri che esiste, magari semplicemente come somma degli abitanti entro certi confini che parlano o capiscono una certa lingua, credo in ogni caso che per la questione valga maggiormente un’ulteriore considerazione: il “popolo” è oggi composto da persone di diversa età che hanno avuto esperienza, nel giro di pochi decenni, di condizioni materiali di vita, cioè di modi di darsi della vita, diversissimi, che producono diverse psicologie, etiche, rappresentazioni del mondo; non c’è dunque sicuramente un popolo solo.

Mettiamo però ora che una nazione e un popolo nel senso indicato sopra ci siano tuttora, saranno forse questi autori nazionalpopolari con la loro poesia? La poesia è spesso autoprodotta, a volte ha solo il marchio di un editore e anche quando viene distribuita non raggiunge una distribuzione nazionale se non in pochissimi casi e ha tirature da qualche migliaio di copie quando va benissimo; è lampante che non saranno autori nazionali e non essendo letti che da poche nicchie di mercato non saranno veramente popolari, non importa che si scriva come il popolo, spesso giustificazione di chi in realtà intimamente lo odia e ne ha una concezione meschina per poter scrivere semplicemente male infarcendo versi e prose di banalissima psicologia spicciola e gretta stupidità o pornografia dei sentimenti, o che si venga dal popolo, lo si può benissimo odiare in se stessi come retaggio escludente. Nessuno di questi signori è in grado di scrivere e diffondere sul piano nazionale un’opera che faccia leva sul riconoscimento collettivo e sia avvincente per il popolo immaginato.

Intendiamoci bene, non essere nazionalpopolari non è una colpa, i trafficoni e gli avventurieri pensano lo sia, così come non lo è esserlo, a differenza di quanto pensano esteti e mistici della parola: Victor Hugo era, a volte, nazionalpopolare, Kafka ad esempio non lo era, ma non siamo a fare classifiche. Spesso una certa approssimazione teorica nella scrittura, un’ingenuità di fronte alla parola stampata e alla penna in mano, condita bisogna dirlo da una serena indifferenza di fronte anche a normali nozioni di sociologia, antropologia, storia e politica fa sì che l’autore italiano da un lato voglia essere considerato d’élite, ricco, colto, complicato addirittura e non per tutti, e guai a dargli del semplice o letterariamente povero, dall’altro voglia essere popolare e chi si azzardi a dire che invece è da cricca di adepti rischia di offenderlo mortalmente.

C’è confusione intorno ai propositi della scrittura, proprio perché c’è confusione intorno alla figura dello scrittore, molto spesso si leggono poesie che vengono prese per popolari e, ricordo sempre su un piano sociologico-culturale, non lo sono ma sono per un circolo ristretto, magari anche solo di conoscenti, e altre si leggono versi da intenditori, da poeti, da “anime gentili che apprezzano la poesia”, con un ammiccante “tra di noi ci capiamo” che sono semplicemente spazzatura; bisognerebbe ricordare loro che a ragionare in questo modo se ne conviene che in Italia solo ventimila persone sono di animo gentile; può essere, ma se davvero viviamo in un paese di settanta milioni di abitanti con sole ventimila persone urbane e di buon cuore allora la soluzione, più che la poesia, è il cianuro.

Dopo aver chiarito perché non può essere che frutto di un palese fraintendimento parlare di poesia nazionalpopolare oggi sono però in dovere di rispondere alla prevedibile domanda di chi si chiede se non è questa quale sia la produzione nazionalpopolare; rispondere non è per nulla facile, le società e gli uomini sono cambiati molto, come l’arte e il nostro modo di fruirne e di farla e io non credo affatto che solo perché non si prescrivono ricette per l’osteria dell’avvenire quelle di ieri vadano bene per oggi, ma, conscio della forzatura, sulla base della percezione sociale direi che se vi è oggi una narrativa nazionalpopolare italiana essa sia quella che scrivono Moccia, Bonetti e Manfredi per esempio, quanto alla poesia si potrebbe pensare che essa, come già avveniva ai tempi di Gramsci, nelle sue forme nazionalpopolari sia complementare alla musica, dove ieri stavano i libretti di Piave, Giacosa, Targioni-Tozzetti oggi stanno i testi delle canzoni dei cantautori e dei cantanti della musica leggera, spesso a seconda delle età, ed è frequentissimo che lettori del popolo dove per popolo si intende i non letterati di professione, affermino che i veri poeti sono De André o Battisti o Vasco Rossi c’è del vero nel senso che essi stanno semplicemente dicendo, inconsapevolmente, che cos’è oggi questa chimera della poesia nazionalpopolare.

D’accordo si dirà, ma della poesia, quella vera senza musica, quella dei poeti che ne è? Proprio nessun poeta è nazionalpopolare? A pensarci oggi, cosa del resto poco estranea alla storia, il solo poeta che si possa dire nazionalpopolare oggi, e che non lo fosse ieri, è un poeta morto da tempo come Giacomo Leopardi, a lui è legato l’immaginario collettivo del popolo italiano relativamente alla figura del poeta, si veda anche la recente biografia romanzata per cinema di Martone, e sono suoi i versi che, sbuffando per la noia o con le lacrime agli occhi di chi ricorda un tempo andato, l’uomo del popolo italiano mediamente sa a memoria e recita se si parla di poesia, di lui e della propria opinione su di lui si sente domandare, al massimo al secondo incontro e in qualsiasi circostanza, pressoché ogni poeta italiano non improvvisato. Tutto ciò non deve sorprendere, non si tratta dei gran giochi del caso e della sorte che sbalzano dalle braccia del popolo gli autori di questo numero per mettervi un cadavere ammuffito, ma di processi di lungo periodo in cui appunto si costruisce una cultura nazionale e un ruolo non piccolo hanno i libri dei nonni, dei papà, dei fratelli maggiori e la scuola con i suoi versi mandati a memoria.

Se proprio infine si volessero conoscere le più simili espressioni di una cultura popolare non si dovrà guardare alla poesia o ai cantautori, ma alle canzonette trasmesse per radio e ascoltate su internet, soprattutto quelle straniere con giovani ormai in grado di capire agevolmente l’inglese, non ai romanzi ma alle serie tv come House of Cards, Gray’s Anatomy e Game of Thrones, giusto per dare alcuni esempi dei sottogeneri più comuni, di intrigo politico, pseudoscientifico e sentimentale, di avventura e fantastico, che dei romanzi d’appendice riprendono molte caratteristiche: l’intreccio ricco di colpi di scena, l’esasperazione delle passioni, la “pubblicazione” a puntate che non di rado diventa anche momento di ritrovo per piccoli gruppi di spettatori.

Fintanto che non si studieranno questi fatti culturali mi pare poco probabile che ci si formi un concetto non falso riguardo alla cultura popolare e certamente avrà visto bene, a mio parere, chi penserà più adatto a tutti i nomi sopra (e probabilmente a quelli di questo numero) invece del termine nazionalpopolare l’inglese pop da popular con quel tanto di commerciale che questa parola ha in sé. Parlare di poesia nazionalpopolare mi pare piuttosto un ennesimo sintomo dell’atteggiamento ambivalente che lo scrittore italiano ha verso il popolo: lo odia e lo desidera, ne è attratto e respinto ad un tempo, lo disprezza e lo accarezza, segni evidenti della confusione di chi ha smarrito il suo posto nel mondo.

                            

Dismaland, foto Florent Darrault, Wikimedia Commons
Dismaland, foto Florent Darrault, Wikimedia Commons

3 thoughts on “Poesia nazional-popolare e altre chimere, editoriale di Luca Mozzachiodi”

  1. E’ sempre un piacere leggerti Luca, e oltremodo raro trovare, tra la “critica” (o simili) italiana, un articolo nel quale i concetti si susseguono su basi e cornici testuali e concettuali ben delineate, attraverso premesse (se necessarie), o revisioni di concetti (dati spesso erroneamente per scontati, che potrebbero portare altrimenti malintesi o confusione). Intendo che leggere qualcosa (soprattutto di così complesso e di facile fraintendimento) in cui ciò che è dato non cade gratuitamente e segue un percorso coerente, è molto utile (proprio come le forchette); formativo (scusa, non mi viene in mente un termine diverso, nonostante questo non soddisfi me, né quello che vorrebbe esprimere, pazienza) anche per il tema trattato, (e il tempo ben speso 😉 ) Grazie, Martina.

  2. Grazie per questo chiaro e intelligente intervento.

    La ripresa del termine ” nazional-popolare ” risale, ricorderà, ai tempi di Manca (PSI) ed alla diatriba con Baudo, nel 1987, che si risentì per tale definizione assegnata ad un suo programma televisivo e da allora è entrato nel linguaggio di molti c.d. ” radical-chic”.

    La poesia non sarà mai nazional popolare, inutile porsi il problema, e ciò mi rimanda ad un intervento ascoltato stamattina su Rai3 in merito al fatto che un ascoltatrice lamentasse che gli italiani avessero disertato la possibilità di visitare i musei gratis alla domenica preferendo invece il film di Zalone.

    La poesia è, indipendentemente dal suo valore, un fatto riservato ad una cerchia limitata, non di elite ( per l’amor del cielo), ma di appassionati, e quindi il termine nazionale popolare è fuori luogo, non glielo si può applicare.

    Diciamo che nazional popolare si può definire la canzone o canzonetta dei vari cantautori, inclusi i rapper, i quali raggiungono un pubblico più ampio, più disposto a mandare a memoria e ad ascoltare testi magari più facili di certe brutte poesie che vengono pubblicate dai c.d. ” poeti ” che appartengono ad un circolo ristretto di pseudo intellettuali.

    Ma non scomodiamo Gramsci per così poco, eranoaltri tempi, altri problemi, non ha proprio senso parlarne adesso, in questo secolo, lei ha espresso con chiarezza quale sia stato l’atteggiamento di questo intellettuale ormai diventato un mito del pensiero c.d. ” progressista ” che probabilmente i ” quaderni dal carcere ” non li ha mai neppure sfiorati.

    Ancora complimenti per la sua chiarezza.

  3. La poesia (l’arte, più in generale) “nazionalpopolare” è quella che vola basso, per compiacere i gusti autoreferenziali di una maggioranza di persone votate all’ignoranza. Si potrebbe quindi concludere (e forse sarebbe il caso, per evitare di perder tempo su questioni tutto sommato secondarie), che si tratta di “non-poesia” (“non-arte”) e chiudere il discorso.
    E’ La conclusione di un processo iniziato con la presa del potere da parte della borghesia: classe che, considerando inutile la cultura, perché non immediatamente monetizzabile – riduceva le forme d’arte ad un’autoreferenziale rappresentazione della propria vita quotidiana: perché il proprio universo finiva lì.
    La qualità è sempre antitetica alla quantità, mettiamocela via: almeno finché la società si basa su una frattura fra materiale e spirituale, sarà così. Diverso era il caso delle società civili, nelle quali si comprendeva perfettamente che si trattava delle due facce della stessa medaglia: ma naturalmente ora ci siamo evoluti, per fortuna…
    Quindi l’atteggiamento che un artista dovrebbe a mio parere tenere, è quello di proporre il suo lavoro a una platea più vasta possibile, senza abbassare il proprio livello creativo: sarà la natura umana a fare selezione, fra la maggioranza che non lo comprenderà (cavoli suoi…) e la minoranza che invece sarà in grado di comprenderlo; accettarlo o meno, poi, sarà un altro paio di maniche.
    Bisognerebbe poi, che chi è sufficientemente sensibile da fare ciò, trovasse il modo per porsi in funzione trainante, rispetto alla minoranza sana della società: ma anche questo è un altro discorso; e molto complicato, inoltre; sia sul piano teorico che su quello pratico.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: