Poesia popolare, di Filippo Balestra

Dismaland, foto Matteo Bordone

Poesia popolare, di Filippo Balestra.

    

    

Riflessioni e commenti su quel che c’è da dire, quel che c’è da fare, quel che c’è da sapere, quel che c’è da far sapere.
Non lo so, e credo che il non sapere sia la condizione migliore per far fluire quel poco di non sapere che si sa.
Specializzarsi sul non sapere e dirlo forte, sbandierarlo megafonicamente, perché sappiamo che non ci sono esperti e che la maggior parte delle volte non ci sono nemmeno esperienze, non lo so.

E poi mi chiedo: se facciamo una gara tra sapere e non sapere chi vince?

In velocità il sapere è più forte perché il sapere sa già quello che sa, mentre il non sapere in questo senso è più lento, deve fermarsi a scandagliare il suo profondo buio e quindi essere sicuro di non trovare niente, poter finalmente affermare “boh”.
Ma il non sapere regge meglio la fatica, è allenato a brancolare e inciampare, costantemente circondato da errore, il non sapere è in continuo allenamento a differenza del sapere che il più delle volte si attiene alle regole e va facilmente da A a B perché sa.

Ma non era di questo che si voleva parlare, si voleva parlare di quel che è popolare e di quel che non lo è, di quel che è fatto apposta perché piaccia e di quel che, a quanto pare, è fatto apposta perché non piaccia o che al massimo piaccia a pochissimi o che sia piaciuto ad alcuni morti del futuro, raffinatissimi.

Bene, semplicemente, anche qui, non lo so. A volte ne sono quasi fiero, ottusamente fiero di non sapere, a volte fierissimo di non dire niente nel bel mezzo di quei dibattiti accesissimi in cui lo sciorinare opinioni diventa quasi obbligatorio. E a volte invece dico qualcosa, alzo la mano finché la maestra arriva lì e mi dice, “dimmi, Filippo” e io dico “Maestra,” quindi faccio una pausa, creo un attimo di sospensione e alla fine aggiungo: “io non ho capito”. Creare quell’attimo di sospensione è bello, si fa quella pausa lì e quel momento è un momento che ha forse a che fare con la poesia orale,  cosa diciamo noi alla maestra? Noi diciamo “Maestra – pausa – non ho capito”, le diciamo anche la pausa e siamo sicuri, anche grazie a quella pausa lì, siamo sicuri di sapere che Filippo non ha capito.
Ma non c’è nessun problema, se non ci piace popolare facciamola allora raffinatissima, questa scrittura, mettiamoci delle filologie comparate da cogliere piegati in due, mettiamoci un minimo di Wittgenstein, un po’ di Derrida qua e là, chissà.
Perché c’è questa certezza che la poesia debba derivare dalla sofferenza e sono quasi d’accordo, ma ci metto anche il divertimento, da quando poi ho scoperto che divertirsi, per come si vuole leggerne l’etimologia, può significare l’allontanarsi dalla morte, allora io cerco di impegnarmi e divertirmi perché forse forse la cosa migliore da fare è far bene ciò che ci diverte.
Allo stesso tempo sono anche convinto che scrivere male sia meglio e quindi sono confuso, perché non so cosa voglio dire con questo. Scrivere male accuratamente: si può fare?

    

Nel deserto del niente

Camminando solo
nel deserto del niente
dove niente è
e niente ha
mi sono imbattuto
in un cartello
con sopra scritto
niente

Nel deserto del niente
c’era questo cartello
che davanti aveva scritto niente
e dietro
quasi sicuramente
anche

Gli ho fatto attorno un giro
per essere sicuro sicuro
e infatti niente
anche dietro niente
insomma
nel deserto del niente
c’era un cartello
con su scritto niente

Ho pensato allora
di scriverci sopra qualcosa
giusto una parola
un ciao
un chicchessia
e nonostante pensassi tanto
nell’imbarazzo di quella vastità
mi è venuta in mente
una parola sola
la parola parola

Così adesso penso
che per quanto sembri poca
nel deserto del niente
c’è veramente troppa roba

                     

Dismaland, foto Matteo Bordone
Dismaland, foto Matteo Bordone

One thought on “Poesia popolare, di Filippo Balestra”

  1. … a proposito del pop (non-corn) e del malscrivere

    caro Pip
    mi ritrovo molto
    in quanto Noc
    su quel che dici
    sul Pop

    la seriosità poetica dei poeti è micidiale e coinvolge tutti:
    spirituali e concettuali
    quotidiani e straordinari
    estatici e mondani
    sensuosi e pacchiani
    parrocchietti e sciolticani

    inoltre prendersi assai sul serio e dar mostra di non farlo
    è ipocrita sport nazionale
    e il poetico ci s’acchiappa assai in tal pratica ipocrita

    spesso le tue poesie mi fan rider da morire o morire dal ridere
    un po’ tipo Campanile in versi

    da parte mia mi son sempre talmente preso poco sul serio
    (nel senso di credere nell’alto valore di quel che scrivo)
    che il mio libro vero di poesia
    dopo trent’anni di pratiche non ipocrite
    lo devo ancora pubblicare

    purtroppo lo farò…
    l’editòr fatale ce l’ho
    scuse non ne ho più
    infin pubblicherò
    anche se come e quando
    non lo so

    per dire più seriamente
    sono convinto che scrivere male accuratamente si possa
    e molto serva
    cioè
    la ricerca della perfezione della parola
    risulta talmente algida da rasentar l’effetto gelato

    è quando non sei sicuro che quel che hai fatto
    sia perfetto, sia tutto a posto
    che si corre davvero il rischio di dire qualcosa
    non dico di nuovo
    (perché chissà forse la poesia dice sempre un po’ la stessa cosa)
    ma in modo nuovo
    … e in questo e senso può dire anche qualcosa di nuovo

    è l’importanza dell’erranza – dell’errore, dell’errare, e del vagare
    che pure, se vago, svaga –
    su cui adeguatamente riflette l’ultimo numero di Anterem (sottotitolo L’Altrove dell’erranza’)
    che verrà presentato prossimamente – venerdì 15 gennaio, h. 17 – alla Stanza della Poesia di Palazzo Ducale
    da Marco Ercolani e Marco Furia (glorioso redattore) e Flavio Ermini (storico direttore) e Rossella Maiore Tamponi
    e che ti invito a visionar… (se la trovi da qualche part…)

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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