Sono io il paese più poeta del mondo, poesie di Cristina Annino

Gabriele Ugolini Parigi La Defense 1_risultato

Sono io il paese più poeta del mondo, poesie di Cristina Annino.

   

   

Sono nata ad Arezzo, attualmente vivo e lavoro a Roma. Nel 1968 pubblico il primo libro Non me lo dire, non posso crederci, edito da Tèchne a Firenze, città nella quale mi laureo in Lettere Moderne, con una tesi sul poeta peruviano César Vallejo.
La raccolta fu pubblicato da Eugenio Miccini, fondatore nel ‘60 insieme a Lamberto Pignotti, del Gruppo 70. A tale movimento aderivano musicisti, pittori (A. Bueno, Chiari ed altri) attenti ai fenomeni delle comunicazioni di massa e che miravano ad inserire le proprie creazioni in un linguaggio definito all’epoca “tecnologico”. Anche se non volli mai aderire al Gruppo, tale frequentazione fu importante soprattutto per la profonda amicizia che da allora si instaurò tra me ed Eugenio.
lina_cristinaNel 1977 esce Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli. Nel 1979 Boiter, con Forum, Forlì (romanzo). Nel 1980 Il Cane dei miracoli, Foggia, Bastogi. Nel 1984 L’udito cronico, in Nuovi Poeti Italiani n°3, a cura di Walter Siti, Torino, Einaudi.
Nel 1987 Madrid, Corpo 10, Milano, libro al quale Giovanni Giudici assegnò il premio Russo Pozzale nel 1989.
Questo libro ha il suo motore emotivo in quel sentimento iberico che già da prima costituiva una sorta di coscienza, memoria, attrazione geografico-spaziale. Negli anni anteriori all’87 ho avuto infatti rapporti culturali con varie città spagnole, soprattutto con Salamanca (Cattedra Poetica) e con Siviglia e Madrid. A quell’epoca Leopoldo Maria Panero mi tradusse una raccolta di poesie intitolata La Casa del loco su richiesta dell’editore madrileno Antonio Huerga, Edicione Libertarias.
Alla fine degli anni ottanta abbandonai l’ambiente letterario per dedicarmi al secondo matrimonio.
Dopo la vedovanza – 2000 – ripresi la mia attività, pubblicando Gemello Carnivoro, Faenza, 2002, con i quaderni del circolo degli artisti. A seguito, Macrolotto, Canopo, Prato, in collaborazione con il pittore Ronaldo Fiesoli. All’inizio del 2008 Casa d’ Aquila, edito da Levante Editore, Bari.
Inoltre, proprio in quegli anni iniziai a dipingere ed ho all’attivo svariate mostre collettive e alcune personali.
Il mio ultimo libro si intitola Magnificat (poesie 1969-2009) edito da Puntoacapo editore, a cura di Luca Benassi, con introduzione di Stefano Guglielmin, raccolta antologica di tutti i miei libri di poesia pubblicato dal 1968 al 2009, che ripropone antologicamente il lavoro poetico di quarant’anni e comprendente una silloge inedita che dà appunto il titolo al volume.
Fin da sempre collaboro a riviste letterarie sia italiane che straniere, sono compresa in molte antologie della poesia italiana, numerosi testi sono stati tradotti in alcune lingue straniere, soprattutto spagnole, sud americane, tedesche e di lingua inglese.
Resta inedito il dattiloscritto di racconti intitolato Una Magnifica Giovinezza, molto “amato” da Guido Almansi che tentò inutilmente di farlo pubblicare da qualche importante casa editrice. Parte di questi racconti compaiono in antologie e riviste, anche online.

Avendo cominciato a comporre poesie nella prima infanzia, posso vantare la stima dell’allora vecchissimo Corrado Govoni, Giuseppe Ungaretti poi, nel tempo, di tutto il più significativo ambiente letterario fiorentino da Mario Luzi a Carlo Betocchi, Luigi Baldacci, Oreste Macrì frequentando i caffè letterari Pavskoski, e il caffè San Marco sede allora dei giovani del Gruppo 70. Ricordo con grande affetto la fortissima stima di Franco Fortini, di Giovanni Giudici ed altri. Fino ad arrivare a Giovanni Raboni, Elio Pagliarani, Walter Siti, Remo Pagnanelli, Mario Lunetta, Donato Di Stasi, Marco Ercolani, etc.
Devo aggiungere l’interesse critico molto importante di studiosi della letteratura italiana quali Stefano Guglielmin, il quale ripropose nel suo blog, a mia insaputa, poesie comprese nell’antologia enaudiana, appoggiando così, a livello di web, il mio ritorno nell’ambiente letterario. Sono compresa in alcune sue antologie sullo studio del panorama poetico contemporaneo, quali Divagazioni di Rotta, e Poesia senza riparo.
Compaio (dal 2000) assiduamente soprattutto nei blog di Guglielmin, “Blanc de ta nuque”, di Francesco Marotta, “Dimora del Tempo sospeso”, “Nazione Indiana” e “La poesia e lo spirito”. In tali siti sono archiviati recensioni, mie su altri poeti, testi critici sulla mia poesia, pittura e altri materiali.
Il libro Madrid è consultabile nel sito di Biagio Cepollaro, comprendente i libri introvabili.

Dovessi rivolgermi delle domande in una ipotetica intervista, me ne farei solo due: perché da sempre l’io maschile come soggetto poetico, e perchè la Spagna. Risponderei: perchè la poesia, come ogni arte, rappresenta le nostre infinite possibilità di essere. Uso l’io maschile per sfuggire ad un autobiografismo troppo diretto o insostenibile o retorico in alcuni casi; per una maggiore oggettivazione e discorsività, e chissà per quanti altri motivi. Pur essendo venuto fuori incosciamente durante l’infanzia. Ciò non toglie che i problemi connessi alla condizione femminile mi siano estranei. Verosimilmente maschile, il mio “io” poetico, non ha mai fatto sottrazioni di verità. Ciò che invece ho sempre cercato di sottrarre è l’idea- tempo, evitandola con la sostituzione di luogo-tempo. Anche per questo non ho mai messo date alle mie poesie e in alcuni libri utilizzo composizioni distanti tra loro di dieci o vent’anni. Ritengo che se questo disinteresse temporale regge, ciò sia il segno di una qualità poetica indubbiamente vincente.
Lo “spirito iberico” è spiegabile allo stesso modo dell’io maschile. Rappresenta un altrove d’elezione, la fuga realizzata, la consolazione, così come la musica può esserlo per un pittore o la matematica per un musicista. Con la sola differenza, rispetto alla prima domanda, che qui si ha aggiunta di reale alla verosimiglianza dell’ operazione poetica, la quale non coniuga mai vero con verità.

In ogni trascrizione poetica del reale, credo sia importante osservare tutto con l’intenzione di osservare della poesia, e che si arrivi a due conclusioni: a capire che ogni parola è degna di un’operazione creativa, e che la poesia si compie solo se l’autore dispone “naturalmente” di una forma nuova di scrittura. La responsabilità che ci compete non è altro né di più. Inoltre così come la prosa ha il compito di semplificare il complesso, la poesia ha la speciale libertà di complicarlo. Beninteso al di fuori di un simbolismo o cripticismo, e dando per scontato che la metafora non deve essere un paragone.
Quindi, ogni volta che avvicineremo due situazioni normalmente distanti (metafora), si opererà una sintesi, ma senza intasare intellettualmente il percorso, o abbassarne la soglia o diluirlo ecc.

Ricordo che dettavo a mia madre poesie sognate. Avevo cinque o sei anni, lei non si stupì mai di simili sogni, né della loro frequenza. Devo pertanto a lei la continuità del mio sentimento creativo e il riuscire a crearci dentro, pian piano, un senso profondo di me.
Solo dopo tanti anni ho capito che i versi erano già un preciso modo di pensare, che questo era antisociale, e che mi opponevo a ciò che vedevo tentando di sostituirlo con ciò che sentivo. La mia educazione poetica è quindi stata un’ infanzia solitaria, dentro una casa rigorosamente priva di libri, e con la frequentazione, all’ esterno, di persone vecchie per la mia età. Avevo, in quelle occasioni, l’idea di imparare la vita al “rovescio”. Non mi sono mai preoccupata di scrivere, veniva come se parlassi e gli altri bambini giustamente mi evitavano. In seguito si interessarono a me maestri, poi professori, presidi, ecc. Non posso perciò parlare di letture importanti o decisive per la mia formazione.
In seguito fui una pessima studentessa e una buona universitaria in materie però che niente avevano a che fare con la letteratura italiana. I libri della mia giovinezza furono esclusivamente letteratura americana o libri di storia naturale; anche lettere di poeti. Riesco a leggere solo prosa. Non ho mai amato le parole “versi” e “poesia”. Avevano ed hanno, per me, il sapore della camomilla o di odori deboli. Penso che la parola “poesia”, se nominata, diventa retorica, se definita dall’ autore, diventa tautologica. Sarebbe preferibile chiedere a una persona la sua idea del mondo e cosa pensa di farci vivendo. Tutto questo per dire che se un essere umano, nella sua prima percezione cosciente della realtà, ha di questa una visione ostile; se egli la esprime a suo modo, e se tale modo convince qualcuno, poi molti. Se continua negli anni sostituendo quel suo mondo iniziale ad altri mondi “scontenti” e produce libri restando sempre fedele a se stesso, questi è un artista.

Per omaggio a mia madre Lina inserisco “Ottetto per madre” tradotto in inglese dall’Università americana John Cabot di Roma. (È compreso nel libro Casa d’Aquila). C.A.

*

(Da “Casa d’Aquila”, prima poesia dell’ “Ottetto per madre)

Il Panda

Senza pace, con pena e senza girarmi
mai, pestando
mica pepe o caffè ma gardenie, io amo
la mamma e i topi; li metto insieme chissà
perché. O ancora perché voler bene a quel
modo spezzato così in due, collo in giù,
polvere senza cerniere, bottone, qualcosa.
Sempre
senza girarmi. I Perché chiarendo la vita ai
tramvai, alle piante. Lei, pura,
mi dà
questa riserva di bambù. Nient’altro.
Poi via. Io
su, ché l’ho addosso oramai e non posso
schivarla, pestarla nemmeno, mettendo con
cura ogni piede tra l’erba.

***

Coniugale

S’opponeva, lui, si metteva in mezzo
alla via, la verità, la vita. Lui stava
uccidendo con le gambe. Un tale evento su
per i corridoi con le piante d’armadi, per le
stanze e i tramonti; a manciate il vento
nel bagno, sul tiepido bidè, l’asciugamano. Si
staccava
la parete dal bianco, colore su colore. Lei,
finalmente,
gli vide il suo
odore, peso, generalità, anche
l’anello di brillanti – ché un uomo è già
mille pezzi –, poi gli anni che Dio le avrebbe
dato ancora personalmente, uno via l’altro, quasi
passandole tegami. Allora
finì. Fatto sta che finì di schianto come floppa
la musica anche quando è divina, una
fuga di Bach per esempio. Finì il caldo
e la gloria, il quadrato e la pioggia con la
madre. E tutto il passato di
verdure dentro.

***

Rispondere è obbligo

Le pizzerie sono lei, la demenza
luminosa, gli angoli, i crocevia e le
salite. Lei
è il senso terreno che ho, i guizzi
muscolari se spacco le dita al muro.
Ma quanti
amori, che tu sappia durano sulla
terra? Se lo sai. Oppure quanti
assassinii dovremo fare, quanto
leggere, lingua sul terreno, tirandoci il
cucchiaio sulle labbra? Quante
ore ci darai per non finirla così, zampino
nel tegame, a friggere.

***

(da Madrid)

Quando ama non è riamato

Mai il telefono gli dice grazie; né telefono postino né
amici. Niente multipli. Nemmeno un orecchio solo, così su due
piedi, per dirci dentro grazie; piegato da far pena il labbro
leporino. Un peccato, dico io, una vera tristezza
moderna, dar via la saliva. Va bene gli intestini delle
pesanti vie di Velàsquez, caduto dalla padella negli altri
giumentini d’ombre cinesi. Né più bravi né buoni. A nulla.

Abbi cura di lui, fratello. Quando ama non è
riamato. Lui non esce di casa, evapora. Lui ha la mania
araba delle tende; la sola bocca arancio di Cibeles
fontana lo divora buio. Finisce. Io lo so: va per acqua
lungo la vita senza stop. Va per coperte sudice senza
un lenzuolo d’ombre cinesi. Lui s’accontenta di meno, nessuna
polpa dell’accademia di pittura. Come croste o medaglie.

Fin lì fin lì Madrid lo frega. Quella borghese del telefono.
Siede
più del dovuto il pensiero color turco, senza posta né
amici. Niente multipli. Avanti indietro nella stanza finché
cancella l’ossatura grigia di gambero. Nemmeno un orecchio
solo, o un piede trentasette di numero. Darebbe via la
saliva per quello. Per sentire almeno grazie.

***

Musica

Miles professore croato: valigia che sembra si tiri
dietro un gran pezzo di mobile, arriva al treno, fiato
in corpo da dire come albicocche “il problema
sono io, non gli altri; io, non
la vita”. Sarà
morto anche il suo annuncio funebre, dico, sarà eterno
un pensiero simile. Bello tutto e così ateo.
Col passare
del tempo miglioriamo: pesci per metà per metà gas, che fin
dall’origine adottiamo come nostro questo
mondo prendendoci in mano il destino.

Eh, già. L’abbiamo
lontana la tristezza, nei buchi neri del sole mia
vivanda, nel Big Ben d’un calore bianco anche quando
la veletta del buio ci tira in fondo alla terra e si
esce dal corpo in ombre due come gente dal cinema. Perché
DUE è la statura dura di stare.
Siamo
nati molto prima della vita — affare di tutti — da un gomito
d’acqua dove in salita vanno i pesci e a remare
gli uomini.

Una
persona di settant’anni circa quanto mia madre e quanto è
la media, può fermarsi a guardare, avanti un solo
secondo d’andarsene, me e il cinema della luce. “Essere
sereno, mister ME, non ti resta altro da fare. Il dramma
tanto si riflette lo stesso”. E se
il rapporto si fa piccolo e trema, amico, val la pena
di peggiorare. Essere sereno sul banco di quel che
si vede, bagnato puro, e ridiamo: vuoto d’una
gengiva, cinema, udito che caccia (dove
vorremmo ficcarla sennò la vita). Bambini verdi e verdi
pesci, in tale
mutazione dei poli, certo: sul mare basso. Questo, è musica.

La più strepitosa acqua nodosa d’un serbatoio: dentro,
il grosso pensiero di quel polmone appeso
al capo della musica, testa di tappeto persiano con
valigie, tra sedie mie e le suole
di Miles un po’ cinesi, piedi uguali ad ali di fegato
anche loro. Suona
il ferro Zig Zag, l’ombelico sa di ghiaccio, senza
pena né tempo, gioia gassata e caffé di montagna. Si dice
del Big Ben: gli mancano albicocche per essere
eterno. ANCORA ANCORA. Non ho mai visto uno
più musica di Miles.

***

Se un ospite mi…

Se un ospite mi lascia la casa, io
le faccio domande, frugo ovunque, specie
nei materassi. Quando esco, è passato un ladro.
Ma non la dimentico, la ripenso. Dove mettono
l’amore gli altri? Che non sia visibile, un oggetto
ad esempio, mi terrorizza. Odore c’è, quasi
sale a volte fumo o cemento rigido, o quel
senso di lavato che dà le vertigini.
Mi porterei
dietro un cane se l’amore non dovesse essere
concreto. Come io credo.

***

La poesia

Io so spiegare come si fa. So ch’è
opulenta, e qualcuno ne paga le spese. Sarà la nostra
società e basta; egoista, amara quanto qualsiasi
continente. Insomma
è tutto quel che si guarda. Ma senza
dubbio sono io il paese più poeta del mondo. Esempio:
getto un bicchier d’acqua sulla parete; quello
cade – lo giuro – però resta la macchia. Visto
al rallentatore con musica. Poi prendo col termometro
la temperatura al pezzo di muro fradicio.
Credo d’averne bisogno, di friggere e
d’annoiarmi. Con rara facilità quando dico “mia
madre è una magnolia, una
magnolia è mia madre”, giro da continente quel sostantivo
ovale di pianta nana, coi nervi a terra e a fuoco
il vento dei nei. Non per soldi
vo dal rosso all’aceto tenero e il bianco che fa
spavento come corni di bue. Nessun gioco
è peggio di questo. Neppure farsi coraggio, dire
avanti, lo stesso. O aspettarsi la risposta. Neanche
lessarsi nell’acqua, è meno.
Spara da sé il suo orologio senza
volerlo. Un fulmine, eccolo lì: rami sull’infinito
lesso dei piedi. Chi rifabbrica l’albero se n’è
andato. Neanche un pezzo. Dici che
schifo han fatto prima la morte, han fatto già
l’uovo. Codè. Ti
portano dentro; così si sa tutto. Noti
la polvere che all’aperto non vedi, e le gambe
perché sei solo. Senti chiudere la porta. Coc. Non
pensi al mondo, la società, il resto. Ma a quel
che viene spezzato allora. Dè. Un lavoro. E in qualche
parte qualcuno di certo paga il conto

***

La lettera

Quando va nell’altra stanza o dimagrisce nel giro
di cinque minuti o torna al centro di sé come la pioggia, restringe
i pori che sono gli occhi, e i denti, tutto il resto
si fa gomma; io sto tale e quale sotto
macerie e mi viene un accidente a dir poco. Ma che posso
farci: le pareti sono quelle che sono e le parole tennis.
Allora, davanti allo specchio:
“non ce la faccio a vivere in vece tua: è questo
che non perdoni. Non posso essere grande per te. Devo
odiarti perché ti odi? Se ti hanno abbonato
quel che sei, non approfittarne”.
Non si dovrebbero mai scrivere lettere, giacché
una lettera è gigantesca, non ha l’eguale al mondo. Forse
un panorama ma ti danna, dopo non torni indietro. La natura
non è fatta per l’uomo, così
una lettera. Io davanti a una pianta posso essere folle, la carta
è lo stesso per me. Dunque i cassetti che sono bocche
con francobolli farfalla e alberi di parole, amore come uccelli
sacri e pipistrelli d’inverno secondo le stagioni, hanno la mia
taglia spirituale di anni, morale, coi centimetri del torace dove
appaio bello e gigante. E spaventosa anche
una casa a pensarci, vegetale com’è, e anima e gambe che corre
al centro di sé come l’acqua.
Io non ho compiti: questo è il guaio. Non voglio
scavare né piantarmi o essere noto a un altro essere
umano. Né stabilire le misure; questo è quanto. Non ho
pazienza che con le macchine e con gli animali. Non sono
uomo di scienza, puoi ben dirlo. Su me puoi scrivere
lettere e barare, farmi piccolo, ingannarmi, non rispondermi
più, perderti, poi ritrovarti per caso nel mio
cervello, parlarmi del giorno prima.
È terribile
pensare che c’è un tempo per tutte le cose.

***

(da Chansòn Turca)

OLTRE MOSE’

Koko accende polmoni a spiovere con
le orecchie. Quel suo fischio –non lo
nego-, le vibrazioni
smilze, le acca, l’esclamativo, spartiranno
onde nel corridoio. Eppure vorrei un
pensiero più grande, atomico, da Madonna
di strada, madonnaro; lo
dipingerei sull’impiantito coi piedi. E’
questa lentezza di cottura che
ci incatena, ci formalizza, ecco, la
valanga l’avvertiamo ma ancora non
ci tocca. Siamo pura
virtualità, anzi scolo di maniera direi, stipati
in bomboletta cadiamo tutti
insieme senz’ossigeno più, uccelli senza
gola né nubi, fusi già in volo. Neppure
la bellezza molecolare dei gay!

                               

Gabriele Ugolini, "Parigi La Defense 2" - in apertura "Parigi La Defense 1"
Gabriele Ugolini, “Parigi La Defense 2” – in apertura “Parigi La Defense 1”

 

2 thoughts on “Sono io il paese più poeta del mondo, poesie di Cristina Annino”

  1. Paradossale anche se solo in apparenza davvero come questi esiti altissimi paiano risiedere in questo linguaggio diretto – mai intellettuale. Nell’intervista ci viene spiegato come mai. Il che non impedisce la sorpresa. Se ci avessero chiesto a priori – non l’avremmo immaginata così la poesia altissima italiana contemporanea. Conosciamo Luzi Zanzotto Rosselli Calogero etc. etc. Ma qui rimaniamo sempre un po’ sotto choc, perché non c’è dubbio che questi siano i testi più ribollenti, più forti, più duraturi che abbiamo visto nel corso degli ultimi 40 e più anni – e non è poco! Eppure chi se li aspettava? – non sono avanguardia, non sono impegno civile, non sono lirismo, non sono insomma la maggior parte delle categorie del poetico letterario, sono solo sempre nuovi a ogni lettura, e divertenti anche (basti pensare a “le pareti sono quello che sono e le parole tennis” o “io sto tale e quale sotto macerie e mi viene un accidente a dir poco” o “prendo col termometro la temperatura al pezzo di muro fradicio” e via discorrendo). Soprattutto, sono diversi da tutto il resto e sempre diversi tra loro. Insomma – ci viene da dire – se mai avessimo perso fiducia nella poesia – con questi testi la riacquistiamo subito. Perché, sì, la poesia “è /
    opulenta, e qualcuno ne paga le spese.”. Ma è anche gratis – per chi la legge – a differenza che per il poeta – che paga – o chi per lui. E dentro c’è questo valore grande come il mondo – a saperlo afferrare. Insomma in una parola qui siamo grati al poeta come siamo grati d’esser vivi.

    1. D’accordissimo, soprattutto sull’accento posto sulla gratitudine al poeta di essere tra noi e dispensarci, quasi sempre nella gratuità, autentiche opere d’arte. E dobbiamo essere doppiamente grati a Cristina Annino, non solo semplicemente per il fatto di essere, ma di essere Poeta e artista a tutto tondo. Ironia e capacità di lettura, oltre a un lessico elegante e moderno, sono i suoi tratti di fabbrica. una poesia di Cristina Annino si riconosce.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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