Recordi ‘na mia câ senza memoria, poesie di Franco Loi (Lombardia)

2_Katsushika Hokusai, Fiume Tama nella provincia di Musashi, dalla sere Trentasei vedute del Monte Fuji, ca 1830-32

Recordi ‘na mia câ senza memoria, poesie di Franco Loi (Lombardia), selezione a cura di Emilia Barbato.

    

    

immagini.quotidiano.netFranco Loi nasce a Genova il 21 gennaio 1930 da padre sardo e da madre emiliana. Seguendo il padre ferroviere si trasferisce nel 1937 a Milano dove frequenta gli studi diplomandosi in ragioneria. Successivamente lavorerà come contabile allo scalo merci di Lambrate. Lavora come impiegato allo scalo merci del porto di Genova fino al 1950 per diventare in seguito, 1955, incaricato presso l’Ufficio pubblicità della Rinascente per le relazioni pubbliche e nel 1962 lavora all’Ufficio Stampa della casa editrice Arnoldo Mondadori Editore.
Dopo essere stato attivo militante comunista, ha aderito al movimento della nuova sinistra, ma dagli anni settanta ha lasciato sostanzialmente l’attività politica, assumendo posizioni molto personali, con forte accentuazione di una religiosità anarchico-libertaria. La sua prima produzione poetica nacque tutta in una breve stagione, tra il settembre 1965 e l’estate 1974 quasi “sotto dettatura”, così il poeta rievoca quegli anni fondamentali: “scrivevo versi per quattordici ore filate al giorno, mi sono sempre considerato amanuense di Qualcuno”.
Esordisce solo nel 1973 come poeta in dialetto e ha subito un buon successo con l’opera “I cart” edita dall’Edizione Trentadue di Milano e l’anno dopo, 1974, con “Poesie d’amore” edite da Il Ponte. Nel 1975 il poeta dimostra di aver raggiunto la completa maturità di espressione con il poema “Stròlegh”, pubblicato da Einaudi con prefazione di Franco Fortini, di cui una parte aveva già visto la pubblicazione nel secondo “Almanacco Dello Specchio” ricevendo una critica positiva da Dante Isella.
Nel 1978 scrive la raccolta “Teater”, edita da Einaudi e nel 1981 l’opera “L’Angel”, pubblicato a Genova dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani e “L’aria de la memoria”, edita da Einaudi che raccoglie tutte le poesie scritte tra il 1973 e il 2002, tra le quali alcune già edite nella raccolta I cart e Poesie d’Amore. Molte altre sono le sue opere, tutte scritte in dialetto milanese, tra le quali “Lünn”, “Liber”, “Umber”, ” El vent”, “Isman”, “Aquabella”, “Pomo del pomo”.
Oltre alle raccolte di poesia Loi ha anche scritto, nel 2001, un libro di racconti intitolato “L’ampiezza del cielo” ed ha pubblicato diversi saggi. Loi è stato vincitore del Premio Bonfiglio per la raccolta Stròlegh, del premio Nonino per Liber e recentemente ha ricevuto il Premio Librex Montale e il Premio Brancati 2008 (sezione poesia) con il libro Voci d’osteria. È stato insignito dalla Provincia di Milano della medaglia d’oro e ha inoltre ricevuto dal Comune di Milano l’Ambrogino d’oro e il “Sigillo Longobardo della Regione Lombardia”[1]. Ha contribuito a numerose riviste e lavora tuttora per Il Sole 24 ore.

Vi proponiamo una selezione, curata da Emilia Barbato, di poesie in milanese tratte da Memoria, di Franco Loi, Boetti & C. Editori, Mondovi 1991:

     

Sí, amis, sèm presuné. Sèm fjö de rana,
s’ingàrbium dent la pèll di nost paür:
gh’èm pü dulur, în mort i amur, e svana
la vita nostra cume i ciâm nel scür.
E quand ne vègnum föra, sèm pü nient,
sèm l’aria che la passa e che se scorda,
‘me ‘n vècc che dré se porta i sentiment,
‘m ‘j òmm che van tra j òmm senza memoria..
E vèmm… Ma in due vèmm? Cusa respira
dré de quèl’aria che gh’èm paüra a véd?
Fèmm ‘me la bissa, ffs’cium, e i nòster pass
slísen dré i mort, e pàssen ‘me la vita;
pien de silensi, stracch, pien de viltâ.

Sì amici, siamo prigionieri, siamo figli di rana, / c’ingarbugliamo nella pelle delle nostre paure: / non abbiamo più dolori, sono morti gli amori, e svanisce / la vita nostra come i richiami nell’oscurità. / E quando ne veniamo fuori, non siamo più niente, / siamo l’aria che passa e si dimentica, / come un vecchio che dietro si porta i sentimenti, / come gli uomini che vanno tra gli uomini senza memoria .. / E andiamo .. Ma dove andiamo? Cosa respira / dietro quell’aria che abbiamo paura di guardare? / Facciamo come la biscia, fischiamo, i nostri passi / scivolano dietro i morti, e trascorrono come la vita, / pieni di silenzio, stracchi, pieni di viltà.

*

Recordi ‘na mia câ senza memoria
due süj piastrej mí ghe giugavi al sû
e föra el piuisnà l’era ‘na storia
che nel scultata me pareva un mund:
e l’era el mund che lüs da la fenestra
a mí nel smentegàm in mezz al sû.
Recordi quèla câ sensa memoria
tra j ort, i bianch tendin, el trèm del dí,
el ciel che vègn a mí cun el scires,
i vus luntan di dònn che ciama ai vill.
Tra ‘l vègn d’un piuisnà curr la memoria,
fenestra d’una câ che cerca mí.

Ricordo una mia casa senza memoria / dove sulle piastrelle giocavo al sole / e fuori il piovigginare era una storia / che nell’ascoltare mi pareva un mondo: / ed era il mondo che luce alla finestra / a me nel dimenticarmi in mezzo al sole. / Ricordo quella casa senza memoria / tra gli orti, le bianche tendine, il tremare del giorno, / il cielo che viene a me con la ciliegia, / le voci lontane delle donne che chiamano alle colline. / Tra il sopravvivere d’un piovascare corre la memoria / finestra d’una casa che cerca me.

*

Mí seri un àlter, e me vardavi mör
cume se varda l’umbra nel durmí.
La mort la fa paüra dent al cör
e scappa dré d’un spècc, e quèl sun mí.
Vardi la vita e mör la vuluntâ:
fí sé ve pias, ma, per piasé, duprím!
Ciamím, ciamím, oh gent, fím no durmí,
che la mia storia senti smentegada
e mí deventi l’òm del mè murí..
Amur che vègn in mí da la slünada,
oh gioia d’aqua che la va tra i vív!

Io ero un altro e mi guardavo morire / come si guarda l’ombra nel dormire. / La morte fa paura dentro al cuore / e scappa dietro uno specchio, e quello sono io. / Guardo la vita e muore la volontà: / fate quel che vi pare, ma, per piacere, adoperatemi! / Chiamatemi, chiamatemi, gente, non fatemi dormire, / che la mia storia sento dimenticata / e io divento l’uomo del mio morire .. / Amore che viene in me dal luneggiare, / oh gioia d’acqua che passa tra i vivi!

*

        

Katsushika Hokusai, "Honganji a Asakusa" - in apertura "Fiume Tama nella provincia di Musashi", dalla serie Trentasei Vedute del Monte Fuji, ca 1830-32, Metropolitan Museum New York
Katsushika Hokusai, “Honganji a Asakusa” – in apertura “Fiume Tama nella provincia di Musashi”, dalla serie Trentasei Vedute del Monte Fuji, ca 1830-32, Metropolitan Museum New York

 

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